Converebbe sempre lasciar colare un poco di tempo, saggio, dopo la prima lettura (magari in lingua originale) d’un testo «rimontato» come questo, le Memorie d’uno svanente Balthus, quasi postume, raccolte dal fedele ed evaporato Alain Vircondelet, che si cancella alla superfice del testo, ma nel fondo pilota il vagabondaggio alla deriva del nonagenario artista, che odia «esser chiamato artista». La prima impressione, per chi un poco aveva confidenza con Balthus, risultava esser qui di eccessiva cipra, di debordante melassa, d’un maligno sospetto di new age d’avanguardia. Non foss’altro che per la glassata prefazione di Paul Lombard, che dovendo alludere al sesso, che spesso si schiude torbidamente nelle sue adolescenti, parlava di «conca sacra in cui il mondo trova origine». O di «una malinconia che scendeva come neve sullo chalet». Esagerato male estetico. A distanza di tempo, depositata quella «neve» impalpabile di poncif, si accetta con più indulgenza quel bisbigliare flebile del Grande Vecchio-bambino, che si ribella all’autobiografia perché sa che anche la memoria si tarla. Sì, lo snobismo, la frivolezza è uno stato violento, ci ha addestrati Proust, e qui ce n’è di che. Come quando Balthus non ricorda se un suo quadro stia al Metropolitan o chiama la docile Setsuko, pronta a guidare il destino della cenere che «nevica» dalla sua sigaretta, «la Contessa». Soltanto perché è convinto di vivere dentro le Nozze di Figaro e se questo automate magnificamente incartapecorito si sposta di poco, eccolo trovarsi nel Flauto Magico. Sempre Mozart, ovviamente, il suo prediletto, che domina accanto al Rousseau promeneur solitario e a Poussin.
Impalbabile come una nuvola, svaporato come l’affresco romano del Satyricon dell’adorato Fellini, egli parla spessissimo della verità semplice, tattile delle cose. Chardin e Cézanne e «i suoi frutti fatti quasi di nulla», contro il semplicismo atteggiato e la «falsa ingenuità» del non-amato Chagall, o la «rigatteria» dell’inconscio dei surrealisti. Ovvero l’ostinato Giacometti, sotto la cui ombra fotografrata dello sguardo riverbera la vegetazione del silenzio del suo atelier. La povera ricchezza della poesia delle cose, che gli ha trasmesso Rilke. È incredibile come una frase dedicata a un bambino di cinque anni da parte d’un poeta amico dell’infanzia, quale Rilke, possa condizionare una vita. Nato in anno bisestile, Balthus, come un silente felino, già trapiantato al di là dello specchio di Alice, si «sviluppa» nell’intercapedine del tempo, nel «crac» del muro della vita. Non crede alla linearità del Tempo, alla cronologia, al progresso. «Non c’è superiorità di Chardin rispetto a Lascaux». Entra nel non-tempo dell’immutabile pittura, come un calligrafo zen. Nel bisbigliante silenzio delle sue tele, che debordano interscambiabili nella sua vita impalpabile, nella scelta dei suoi luoghi divini, che lui descrive come persone e sceglie quasi fossero già dei «quadri», rinvenuti da un antiquario. La preghiera del dipingere quale arte dello scomparire, del cancellarsi. Contro il protagonismo degli artisti moderni, Moreau, Matisse, Dalì (povero Mondrian, che «cade» nell’astrattismo, come se fosse un tombino!). Si salva solo Picasso, che dipinge come lui la morte, ma con un altro passo. E se lo spagnolo ammetteva che la pittura faceva di lui quel che vuole, più timidamente Balthus garantisce che «non do indicazioni tiranniche» alla pittura: la pittura si «fa» da sé, senza il contributo consapevole dell’artista. Solo nell’idiosincrasia per i colleghi si ritrova un po’ del suo proverbiale veleno, che nuota contro «la ruota frenetica del tempo». Conversa amabilmente con Dio, che si raccomanda: «resisti!». Non sa parlare polacco con Papa Wojtyla. Ammette d’esser troppo povero per comprare i suoi quadri. Geniale paradosso duchampiano.
Balthus, Memorie, Longanesi, 245 pagine, 15,49 euro