Si mangia sempre, comunque e dovunque. A volte il cibo è un pensiero, un cenno, una piuma, pura allusione/ illusione; altre volte pesa in tutta la sua potenza materica, diventa invasivo, neppure si digerisce nel malessere che trasmette; altre volte ancora diventa «trama», sottile o decisiva, con importante funzione narrativa. «Il cinema è la vita» diceva Alfred Hit-chcock e aggiungeva: «…me-no i momenti noiosi». Ma dell’intreccio fra le due entità si sono impossessati molti registi e quasi tutti i saggisti e storici l’hanno sostenuto come una verità oggettiva. Se Hitchcock arrivava all’identificazione con il decisivo è la vita (nei paraggi di quell’affermazione si trovava anche François Truf-faut), altri hanno sempre e comunque proposto una relazione stretta attraverso la congiunzione (il cinema e la vita): a proporre un rapporto di interdipendenza che è sempre stato nei fatti prima ancora che nella teoria. Dunque il cibo fa parte del cinema in modo, si può dire, fisiologico.
Anche a questo principio, oltre all’evidente curiosità della sua ricerca, dev’essersi attenuta Cristina Bragaglia - docente di cinema presso l’Università di Bologna e nota operatrice culturale - nel proporre in questo libro un lucido, denso e spesso divertente excursus in un territorio stimolante. Che, se da una parte analizza con una infinità di citazioni la presenza del cibo nel cinema in tutte le sue diversificazioni, dall’altra scova in questo tema - che resta comunque conduttore nel libro - il pretesto per parlare dal rapporto tra uomo e cibo. Citazioni ed esempi in gran quantità, ma con gradevole funzione «narrativa». Il viaggio parte dalle origini (del cinema), risalendo alla prima proiezione pubblica del 28 dicembre 1895, quando i fratelli Lumière mostrarono con Le dejeuner de bébé una tranche di vita familiare dove un piccolo Lumière viene amorevolmente imboccato dai genitori. Realismo quotidiano modificato, pochi anni dopo, da Georges Meliès ne La sorcellerie culinaire dai contorni magici e visionari. E via così, nel tempo del cinema che va. Non c’è film, forse, nel quale il cibo - inteso in senso lato, dunque anche come bevanda - non sia presente. In modo rilevante, però, soltanto se accompagnato da un senso, da una logica, da una possibilità di catalogazione. Insom-ma, senza arrivare all’esplicito-massimo di opere come Il pranzo di Babette o di altri pranzi (di Natale, di nozze, reale…), e del leggendario ferreriano La grande abbuffata, vanno ricordati almeno, tra le centinaia di citazioni del volume e in ottica di estrema diversificazione dei generi, alcuni cardini come Il fascino discreto della borghesia di Buñuel, Delicatessen di Jeunet-Caro, Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Greenaway, Ecco l’impero dei sensi di Oshima, il recente Chocolat di Hallstrom, Un americano a Roma di Steno, Picnic a Hanging Rock di Weir, Il silenzio degli innocenti di Demme. Bragaglia divide il libro in pochi capitoli oltre l’introduzione e la conclusione (Il cibo assente, Riti e tradizioni, Film gourmand, Storie di identità, Il cibo come fonte di tormento, Il cannibalismo), raccogliendovi poi altri sotto-capitoli, con interventi critici sui singoli film, esemplificazioni, collegamenti, riflessioni. Un piccolo ma completo, movimentato dolly attorno alla grande tavola del cinema. Tra piacere e morte, sesso e sofferenza, celebrazione e nostalgia.
Cristina Bragaglia, Sequenze di Gola. Cinema e cibo, Edizioni Cadmo, 180 pagine, 12 euro