Il fiuto ormai noto della casa editrice Adelphi nel proporre letture di qualità non si è smentito con la recente pubblicazione delle conversazioni di un grande pianista (ma anche poeta, filosofo e musicologo), Alfred Brendel, con il responsabile della pagina culturale della Neue Zürcher Zeitung, Martin Meyer. Brendel è uno dei pianisti viventi più ammirati, che da circa cinquanta anni è presente sui palcoscenici di tutto il mondo, ovunque apprezzato anche per le sue registrazioni, tra le quali spiccano le integrali relative a molti autori romantici. Il libro è stato tradotto dall’originale tedesco in un italiano scorrevole da Gabrio Taglietti: nella sua forma dialogante, apparentemente leggera, le flessioni nello specialistico non sono per nulla pesanti e si tratta di arte musicale con argomenti umanistici pluridisciplinari profondi e toccanti che tuttavia servono sia ai buoni lettori, sia agli appassionati e soprattutto ai pianisti.La tesi centrale delle conversazioni - che si dividono in cinque parti: percorsi biografici, sulla musica, sull’interpretazione, sulla scrittura e l’epilogo - ruota intorno alla frase di Novalis secondo cui «l’arte rappresenta il velo dell’ordine che fa risplendere il caos». Naturalmente il caos è inteso come inconscio che, senza essere plasmato dalla forma/ragione, non sfocia nell’opera d’arte. È indispensabile quindi il controllo del sentimento e delle emozioni, unica base per ottenere un vero interprete. Intorno a questo leitmotiv si dipanano numerosi temi filosofici-estetici, di valutazioni su compositori e pianisti, pittori e scrittori, fino alla descrizone della propria opera poetica. Si resta incantati, ma anche colpiti dal fatto che amati compositori - come per esempio Puccini o Rachma-ninov, Ravel, Scrjabin, Grieg e in genere francesi, russi e italiani, tranne Busoni - sono decisamente ridimensionati - o addirittura assenti (Granados e Albeniz) - attraverso un discorso critico sviluppato con argomentazioni secche ma molto valide e sorprendenti. Non si salvano pianisti del calibro di Glen Gould, di Arrau, del vecchio Schnabel, di Horowitz, che vengono letteralmente falcidiadi sotto l’ascia serena e pungente di Brendel. In sostanza, emerge dalle conversazioni una tendenza evidente ad assolutizzare la grande musica mitteleuropea anche se ciò viene negato, a domanda fatta, dallo stesso Brendel; infatti due compositori che hanno fino a oggi sempre ricevuto o pessime critiche o valutazioni contrastanti, vale a dire Haydn e Liszt, sono rivisitati e analizzati da Brendel in modo tale da pensare a una vera riscoperta, se non a una santificazione. Il carattere emergente dei temi trattati si può riassumere in termini come «equilibrio» o «centro»; mantenersi sempre bilanciati tra gli estremi, sperimentando e apprendendo sia da estremismi che da tradizionalismi e conservatorismi, ma arricchendosi alla fine solo di quello che essi contengono di positivo per giungere alla più cosciente e meditata interpretazione musicale, che è anche interpretazione e stile di vita. Viene dunque a svilupparsi nel discorso una tipica dialettica degli opposti: tra canto e parlato, tra nuova e vecchia musica, tra virtuosismo e interpretazione, tra caos e arte. Si potrebbe anche scomodare la triade hegeliana: fra tesi e antitesi Brendel opera la sintesi. Così il pianista, ironico, nostalgico, contraddittorio, potrebbe essere nominato «guardiano della musica» e non solo di quella tedesca.
Alfred Brendel Il velo dell’ordine - Conversazioni con Martin Meyer, Adelphi, 390 pagine, 24 euro