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Che cos’è il calcio se non letteratura?

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  
Scrivo di calcio, ormai, da una vita. Cominciai a farlo seriamente nel 1974, dopo la maturità. Mi accolse, a Tuttosport, in via Villar, quel genio di Gian Paolo Ormezzano. C’erano ancora le linotype ed era sempre un’emozione forte la bozza finale della pagina da mostrare al caporedattore. Realizzavo un sogno cominciato in terza elementare, quando dissi al maestro Ugo Pagliuca: «Da grande, voglio fare il giornalista». Ormez-zano, per mettermi alla prova, mi disse: «Mi serve una storia per la terza pagina, prova a scriverla tu». Mi misi, emozionatissimo, davanti alla macchina da scrivere. Raccontai le gioie e i dolori di Vincenzo Marino, centravanti del Brindisi, capocannoniere della prima fase della Coppa Italia. Era cresciuto con me a San Paolo del Brasile: possedeva un talento straordinario, ma non riuscì ad avere fortuna. L’articolo piacque al direttore e, quando uscì, comprai venti copie del quotidiano. Erano tempi gloriosi per il giornalismo sportivo, Gianni Brera riempiva colonne e colonne del Guerin Sportivo e il suo «Zibaldone» metteva insieme il pallone e la letteratura. Io avevo come guida umana e professionale Vladimiro Caminiti, un poeta. Palermitano, aveva nelle vene la scrittura: cominciava la cronaca di una partita dal verde del prato e dall’azzurro del cielo, sapeva maneggiare gli aggettivi con l’abilità di un Borges, citava a memoria Leopardi e Pascoli, detestava i portieri vestiti in maniera stravagante e i suoi pezzi dettati a braccio rasentavano la perfezione. Se n’è andato nel settembre del ’93, mai rinunciando a scrivere. Lo rivedo stanco di essere stanco allo stadio di Dort-mund. Gli dissi: «Vai a scrivere in albergo, danno la partita in televisione». Lui mi insultò, quasi: «Io non posso fare a meno dello stadio, io scrivo le cose che vedo, io ho bisogno di guardarmi attorno, ho bisogno dei colori, delle facce, dei suoni».
Poi, incontrai Giovanni Arpino. Fu lui a segnalarmi a Italo Cucci per il Guerino: «Italo, c’è un giovane di bella scrittura...». Venni folgorato, durante gli anni universitari (Lettere Moderne, con i professori Jacomuzzi, Barberi Squarotti, Guglielminetti, Beccaria, De Rienzo, Getto), da La suora giovane, romanzo, elogiato da Eugenio Montale, che narra l’amore tra un impiegato quarantenne, Antonio Mathis, e Serena, la suora novizia. Sullo sfondo, una Torino invernale magistralmente descritta. Arpino cominciò, su La Stampa, a occuparsi di calcio: e noi eravamo lì, attenti allievi, a bere da quella fonte, a fare nostri il Vecio, Giacinto Magno, Petruzzu, le iene e le belle gioie. A capire, una volta per sempre, che «la vita o è stile o è errore». Così, grazie ai buoni esempi, ho sempre vissuto il calcio come un luogo letterario, dove potevano andare a braccetto, scambiarsi il pallone, Pasolini e Anastasi, Del Piero e Amado, Maurizio Cucchi e Garrincha, Camus e Vittorio Sereni, Scirea e Pablito Rossi. La sintesi di tutto questo è data da una frase di Vladimir Dimitrijevic: «Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò che si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici». Anche oggi in televisione, lavoro a Stream tv, porto il calcio e la letteratura, con la trasmissione «SegnaLibro», ad esempio, dove noti politici (Adornato, Malgieri, Dalla Chiesa, Novelli e Curzi) scendono in campo per parlare di portieri, di dodicesimi, di ali destre, di idoli giovanili. E il pallone diventa un sogno comune, un’utopia da condividere, nella nostalgia serena di una giovinezza che, con le sue spensierate primavere, torna a confortare l’ondeggiare del presente.
 

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