Tale è la mole di scritti sul personaggio, che un’ulteriore biografia di Enzo Ferrari rischia di apparire superflua. Ma se a scriverla è un giornalista del calibro di Leo Turrini e il lavoro è edito da Mondadori, nella prestigiosa collana «Le Scie», ce n’è abbastanza per leggere un libro (Leo Turrini, Enzo Ferrari un eroe italiano, 280 pagine, 16,80 euro) sulla copertina del quale campeggia la fotografia di un ormai anziano Ferrari, ritratto di profilo e con gli occhi protetti dagli occhiali neri. Che il costruttore modenese utilizzava non solo nelle rare apparizioni in pubblico, ma anche in incontri privati, quasi volesse non rivelare alcuna emozione nello sguardo. E il pregio della nuova biografia su Ferrari è quello di esplorare in forma compiuta la complessità delle situazioni che il patron di Maranello si trovò ad affrontare nel corso di una lunga vita, essendo egli nato nel febbraio 1898 e morto già oltre i novant’anni il 14 agosto 1988, nella sua casa modenese. Rispettandone le volontà, la notizia venne diffusa solo il giorno dopo, a esequie avvenute fra stretti congiunti e «la salma venne tumulata nella cappella di famiglia, accanto al figlio Dino. Era la mattina di ferragosto, Modena era deserta per le vacanze, nessuno si era accorto di nulla, l’indomani i giornali non sarebbero stati nelle edicole. Enzo Ferrari, eroe italiano del Novecento, aveva tagliato l’ultimo traguardo». Dopo una lunga corsa che viene narrata sotto tre angolature, a partire da quella del Ferrari pilota e fondatore dell’omonima scuderia, che si trasformò in casa costruttrice. Con piena proprietà sino a quando - il 18 giugno 1969 e nonostante le ripetute offerte pervenutegli dalla Ford - lo stesso Ferrari si incontrò a Torino con Gianni Agnelli, per stilare un’intesa in base alla quale il costruttore modenese cedeva a Fiat la propria azienda, pur conservando a vita il controllo della sezione corse. Un accordo che Gianni Agnelli giudicò da subito come vantaggioso e «oltre trent’anni più tardi - annota Turrini - quando la cessione di un terzo della Ferrari ha permesso al gruppo Fiat di alleviare una situazione finanziaria molto pesante, è stato chiaro a tutti che l’Avvocato non si sbagliava».
Un’altra serie di capitoli, dedicata ai campioni che gareggiarono per il Cavallino rampante, approfondisce il difficile rapporto instauratosi tra la gerarchia cattolica e il costruttore modenese, accusato di creare rivalità tra i suoi piloti per indurli ad andare oltre i limiti; tanto che nel 1958 fu L’Osservatore Romano a bollare Ferrari come «un Saturno ammodernato: fattosi cioè capitano d’industria, che continua a divorare i propri figli». Ma è, invece, con riferimento ai veri figli di Ferrari che il libro di Turrini esplora la parte che è stata al centro della recente fiction televisiva sul costruttore. Il cui primogenito Dino morì di distrofia muscolare, nel giugno 1956 e a soli ventiquattro anni, mentre in parallelo era sorta una nuova relazione famigliare dalla quale nacque Piero nella primavera del 1945. Una situazione tenuta a lungo segreta: quel secondo figlio, che l’accompagnava da ragazzo in fabbrica, veniva di solito presentato da Enzo Ferrari come «il signor Piero Lardi, un mio collaboratore».