Non sempre editare significa pubblicare. Ad esempio Il mondo estremo (Feltri-nelli) - lo struggente, affascinante romanzo dell’austriaco Christoph Ransmayr, era già uscito, nel 1989, presso un altro editore. Ma quasi nessuno se n’era accorto. Il libro, però, apparteneva alla schiera di quelli che meritano un’altra chance (non tutti la ottengono, sia chiaro), e così possiamo farci perdonare, quattrodici anni dopo, della svista. Il romanzo nasce dall’amore dello scrittore per un poeta antico, Ovidio, e dall’implicazione affettiva che una lettura profonda e partecipata ha prodotto tra due scrittori così lontani tra loro nel tempo. Ransmayr ha scoperto in Ovidio - forse nel suo modo unico di trattare il mito, riconducendolo a un affare di vita quotidiana - un tratto di autentica contemporaneità. E così ha giocato la scommessa di raccontare una storia che fosse a un tempo contemporanea a noi e al grande poeta romano. Un romanzo, insomma, che nel suo anacronismo potesse darci qualche nuova informazione sulla natura del tempo. La storia, di per sé, potrebbe somigliare a tante altre. Cotta, un amico di Ovidio, dopo la morte di questi decide di recarsi a Tomi (l’attuale Costanza), sul mar Nero, per ritrovarne le tracce e per recuperare, se possibile, il suo capolavoro, Le meta-morfosi. La chiave contemporanea, che fin dalle prime righe si mostra nella sua giustezza, fa esplodere però tutto ciò che in un tipo di storia come questa porterebbe all’acquietamento entro un gioco tra il colto e il melanconico. Il mondo estremo (Ovidio fu esiliato ai confini estremi del mondo romano) letto in questo modo non si arrichisce solo di pullman, autocarri, cinema ma di una vitalità capace di restituire al lettore quel senso di violenza attualità che la lettura di Ovidio aveva impresso nel lettore Rans-mayr. Tutta la teoria mitologica che affolla Le metamorfosi scorre, qui, spesso sul muro sbrecciato che fa da telone al nano Cypari, il proiezionista che tutte le estati (ma quest’anno è giunto in anticipo) giunge a Tomi con due cavalli, un carro, un cervo ammaestrato e le bobine di film che raccontano storie mitologiche in bianco e nero, mescolando struggimento poetico e trucchi cinematografici un po’ dozzinali, ai quali la cittadinanza intera assiste tra il commosso e il divertito. Tra orribili violenti macellai, figli dementi e donne precocemente invecchiate, Ransmayr ricostruisce un mondo immaginario, un po’ attuale e un po’ antico - come sono in effetti certe cittadine del-l’Est europeo - eppure fedelissimo al senso di lontananza e di esilio, ma anche al senso dell’opera stessa di Ovidio.
Cotta non troverà il manoscritto delle Metamorfosi, ma a Trachila, posto sopra Tomi, troverà la casa del poeta, ormai mangiata dalla foresta, e grazie a Pitagora, il vecchio domestico del defunto, rinverrà alcune pietre incise con i versi di Ovidio. Ma l’immagine più bella è l’incontro di Cotta con un gruppo di attori folli, vestiti da dèi, che recitano versi delle Metamor-fosi. La poesia non è qualcosa che sta scritta, è parola che s’incide nella vita, dentro altre parole, e della vita è specchio, perché la vita stessa è, in fondo, sua immagine.
Christoph Ransmayr, Il mondo estremo, Feltrinelli, 245 pagine, 18 euro