Aveva affittato casa a Portobello. Non troppe sterline, per avere in cambio squallide stanze e pareti scrostate. Un divano con le molle cigolanti, intriso di polvere, accoglieva i suoi cerebrali rebus notturni che spesso diventavano ipotesi per nuove canzoni. Eppure Nick Cave stava bene fra quelle mura. Ogni tanto, emergendo da nuvole di nicotina, osservava dai vetri sudici quello spicchio di Londra violentata dai turisti. Orgoglioso di starsene alla larga. Era il 1996, e in quelle stanze disadorne Nick Cave si era inventato Murder Ballads, uno dei suoi dischi più belli che fra melodie cabarettistiche e dannazioni rock elogiava l’omicidio nudo e crudo, intorpidito di humour nero. Sovversivo come Jean Genet, devoto al «profondo sud» americano descritto da William Faulkner, Cave era riuscito - in quella trappola per topi affacciata su Portobello - a inoculare l’artista maudit nell’uomo maledetto, ben lieto di aver toccato ancora una volta il fondo. D’altronde, la sua missione era far coincidere cantautorato e vita in una messinscena teatrale, autocompiaciuta, dei suoi tormenti esistenziali. Aveva dichiarato: «Scrivo canzoni perché considero la mia arte un mezzo per evadere, un’occupazione individuale. Come fare l’alcolizzato cronico, il tossico o qualsiasi altro ruolo che autorizzi l’emarginazione».
Nicholas Edward Cave, classe ’58, australiano, nell’81 si mette a triturare punk epilettico insieme ai Birthday Party, spostandosi da Melbourne a Londra per raccattare un provocatorio successo. Nel giro di un paio d’anni sceglie la via solista imponendosi nuovi obbiettivi sonori: «Soprattutto il melodramma che vive in fondo al blues e al country», disse. E poi Elvis Presley, Leonard Cohen, Bob Dylan: da metabolizzare in chiave impietosamente dark. Appunto. Perché il principe delle tenebre si materializza come un uomo da marciapiede a Berlino, fra i locali off di Kreuzberg e il Muro; dà vita ai Bad Seeds e mette in fila rumori, virus brechtiani, rock malsano, raggelanti ballate, amori autolesionistici e odissee carcerarie, diavolo e acquasanta. Altro che semplici concerti: i suoi sono riti sabbatici officiati da un grottesco rocker. I dischi - da From Her To Eternity a The Fistborn Is Dead, da Your Funeral… My Trial a Henry’s Dream - sono pagine consumate dalla perdizione e dall’angoscia di vivere.
Oggi, il darkman non si è redento. Ma è già un buon risultato che, ritrovata Londra, riesca a digerire meglio il suo stare al mondo. Si occupa di due figli avuti da altrettante compagne e di due gemelli generati con la donna che gli sta ammorbidendo la quotidianità. Il buon padre, il travet della musica («Mi sveglio di buon mattino, esco di casa e lavoro. Non m’importa se sono triste o felice, lavoro e basta. Senza testimoni, poiché il processo creativo deve rimanere individuale») si riflette in Nocturama, album che potrebbe sintetizzarsi nella splendida, malinconica melodia di Wonderful Life. Un barlume d’ottimismo, volendolo leggere fra le righe. Nick, il luciferino Cave, sta in bilico fra i suoni febbricitanti di Henry’s Dream e il romantico intimismo di The Boatman’s Call, capolavoro uscito nel ’97. Transita dalla densità melodica di He Wants You al soffuso blues di Right Out Of Your Hand; dal pianoforte che sottolinea i chiaroscuri di Still In Love al rock slabbrato di Dead Man In My Bed. Inevitabilmente, capita che qualche vecchio demone lo tiri per la giacca; e allora il déja-vù si esaurisce nel furore punkeggiante che sottolinea Babe, I’m On Fire. Ma alla fine sono carezze, più che coltellate, di un ex uomo alla deriva su un divano sfondato che ha appena cominciato a sorridere alla vita.
Nick Cave, Nocturama, Mute Records, 20 euro circa