Pare che Evelyn, il signor Evelyn, fosse antipatico, sgarbato e sprezzante. Che romanziere, però! Il più autorevole dei suoi critici, Edmund Wilson, ha centrato l’obiettivo alla prima bordata, attribuendogli una scrittura «felice, discreta, esatta». E sono conquiste, quelle consegnate all’originalità d’una pagina sempre lucida e avvincente, che non nascono dal quieto buon senso! Così Evelyn, dopo un precoce tentativo di suicidio e un chiacchierato intermezzo oxfordiano, sposò una ragazza che si chiamava come lui. Tanto che gli amici comuni, figli d’una jeunesse dorée inglese crudele per volersi ineffabile, chiamava lui He-Evelyn e lei She-Evelyn. I due appellativi sono adesso riferiti da Ottavio Fatica nella ghiotta e dotta, qua e là un po’ ventriloqua postfazione a un volumetto, Compassione, che raccoglie tre racconti di diverso merito e fattura.
Allorquando, trentenne, nel 1933 Waugh diede alle stampe L’uomo che amava Dickens, dominava già (e da maestro!) la scrittura. Con la spigliatezza elegante, che il lettore potrà dunque ammirare, le pagine di questo racconto fanno mostra di dove sia consentito giungere, mescolando e rimescolando i brividi d’una ritrovata epica dello spaesamento pericoloso con quanto di più raffinato, di meno a effetto si possa attingere nel repertorio dell’intramontabile genere nero. Quasi non bastasse, Waugh insiste sul pedale d’una satira che vuol mordere e castigare, strappando la pelle a un mondo dove ai suoi occhi di cattolico della cattiva coscienza tutti sono peccatori e immeritevoli. L’invenzione cattura dalle prime righe. Un giovanotto di bella presenza, «di gusti difficili e di invidiabili sostanze», scopre che la sua affascinante consorte (Waugh sa fare ottimo uso dell’autobiografismo) lo tradisce senza remore. Paul Henty, come si chiama il povero marito, soffre dell’incomoda situazione ma non si turba. Decide invece di lasciare l’Inghilterra, unendosi a una spedizione scientifica nelle zone più inesplorate del Brasile. Starà via un anno e al ritorno, curato dal balsamo della lontananza, deciderà il da farsi.
Waugh è insuperabile nel tratteggiare la figura del suo azzimato giovanotto, nato a far da zimbello al destino. Così, pur mostrando Henty in tutta la sua insulsa pochezza, gli lascia quella dignità, gli conserva quella simpatia umanamente complessa che basta a renderlo gradito al lettore. Tanto che soffriamo con lui quando, salvatosi miracolosamente dal disastro della spedizione, Henty verrà prima curato e poi ridotto in schiavitù da un bizzarro, in fondo diabolico ma premuroso gentiluomo delle selve, un analfabeta però educato e gentile, che ha avuto in eredità dal padre d’origine europea l’opera di Dickens e sazio di mogli, di figli e d’ogni altra cosa possa dare la natura, ama solo sentir leggere e rileggere le pagine del grande vittoriano. E Henty, senza riguardi per la propria ugola, dovrà d’ora in poi corrispondere a questo desiderio. Waugh riutilizzerà più tardi la magnifica invenzione quale sesto capitolo del romanzo Una manciata di polvere. Compassione, secondo pezzo del trittico, è ambientato nella Croazia del Nord, allo spegnersi della seconda guerra mondiale. I partigiani di Tito, un gruppo di ebrei scampati in condizioni miserevoli alla rabbia nazista e un ufficiale inglese si fronteggiano in una storia di umane miserie e di militaresche crudeltà. Waugh cerca nelle tragedie collettive, nei mali del mondo le ragioni, i perché d’un proprio sfiduciarsi e bruciare dentro senza altra speranza (o così parrebbe) che un’estrema, faticata salvezza dell’anima. I fumi tutt’altro che lieti di tanta combustione interiore, ancorché ravvivati dai crepitii dell’ironia, danno comunque (e il presente libretto lo mostra) magnifico spettacolo di loro.
Evelyn Waugh, Compassione, Adelphi, 135 pagine, 7,50 euro