Gianna Manzini, oggi pressocché ignorata, è indubbiamente stata al centro della vita letteraria italiana soprattutto negli anni Trenta e Quaranta, con una produzione che è andata avanti fino al ’71 con il volume dedicato al padre, intitolato Ritratto in piedi (premio Campiello). Nata nel 1896 a Pistoia (e ricordi pistoiesi e toscani tornano spesso nella sua prosa) è morta a Roma nel 1964. Da allora mi pare di ricordare un piccolo convegno su di lei che si svolse a Firenze al Vieusseux, e l’iniziativa di metter su una sorta di club, che non ha avuto certamente buona fortuna e del quale non ho mai saputo più niente. La Manzini debutta con opere che resteranno fondamentali: il romanzo Tempo innamorato del ’28, i racconti dell’Incon-tro col falco nel ’29, Bosco vivo nel ’32 e, soprattutto forse, Rive remote del ’40. Ma, si è detto, la sua attività prosegue: basti citare Lo sparviero del ’56 e, appunto, Ritratto in piedi.
Ci sono nella sua opera indubbiamente lati biografici, con una forte e acuta capacità di introspezione psicologica. Certamente la Manzini aveva letto la Woolf: tra i testi italiani in un certo senso il suo modello poteva essere quello della prosa di Emilio Cecchi. Se da una parte portava sostegni dal di fuori, dall’altra esercitava una fortissima influenza su nuovi scrittori e prosatori contemporanei. Uno per tutti, Vittorini che riconosceva questa capacità della Manzini. Piacque subito ai critici più nuovi e più sensibili: per esempio Bo, Con-tini, De Robertis, Cecchi. Il silenzio è la situazione più vera della Manzini: il principio è la zona di ogni azione. Nei più tesi silenzi si rielaborano quelle che furono le occasioni e quelle che saranno conseguenze di un tema proposto. Con l’intelligenza di determinate situazioni dialettiche allusivamente risolte, ecco la dote più alta della scrittrice: la drammaticità.
Attenta alle pagine, impegnata nella punteggiatura, controllata in ogni sillaba che le cada dalla penna, crede al rigore geometrico della sua grafia (le tante parentesi come nascosti interni colloqui a controcanto). La Manzini parte da un nucleo preciso e lì si riconosce e si accresce e si giustifica, oppure altre volte parte dal nulla, senza nessun dato particolare di esperienza: da un’occasione qualunque comincia il suo processo di rimandi e di modi dialettici, l’azzardare delle ipotesi, quel gioco d’assurdo che talora la svaga.
Il critico letterario che fu in piena consonanza con la Manzini fu certamente De Robertis. Parla di «chiarezza di sé» sul filo di quel «lucido delirio» che sempre ci parve il segno più alto. «È la sua vita che sfrena la sua fantasia e l’accende; sale a certe note acute, anzi agli acuti e il discorso resta quel tanto che le note sopportano, non più in là, non più in là». Anche Ungaretti amava la prosa della Manzini: diceva che era una prosa che si poteva accarezzare, liscia come un velluto, ma nel velluto - aggiungeva - si trovano una quantità di spilli.
P.S. Ad articolo scritto, vengo a sapere di un’importante novità, se così si può chiamare. Un grande editore ha presso di sé il «diario» di Gianna Manzini tenuto per tanti anni dalla scrittrice. La pubblicazione di questo «diario» credo che sia in forse: bisognerebbe pubblicarlo perché porterebbe molte notazioni della Manzini sul suo lavoro, sulla sua vita, sugli amici e sugli scrittori e critici del suo tempo.