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Maschera, volto, linguaggio...Le terapie teatrali del sublime Bennett

LIBERAL BIMESTRALE
di Luca Doninelli
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

In queste righe non si è mai parlato, e me ne scuso, di Alan Bennett, di cui Adelphi ci sta proponendo alcuni brevi, deliziosi romanzi. In tempi di angoscia (che può trasformarsi, come quasi tutto, in menzogna) si rendono necessari il respiro vitreo del grande cinismo - se è grande, però! - oppure quello liberatorio della vera comicità, quella che scende nel profondo, fa i conti col tragico e non vive di sole «situazioni». Bennett, comico sublime, è dunque uno scrittore per il nostro tempo. Ma il grande successo che i suoi romanzi brevi (Nudi e crudi, La cerimonia del massaggio, La signora nel furgone) hanno ottenuto in Italia non può far dimenticare che Bennett è soprattutto autore teatrale, e che dal clima creativo della scrittura teatrale, dalla vivacità che i personaggi teatrali esigono per reggere la scena egli trae la materia, starei per dire l’inchiostro, della sua felice stagione narrativa. Anche nei romanzi, Bennett rimane autore di teatro. Forse per questo, oltre ai romanzi, è bene leggere quel capolavoro che è La pazzia di re Giorgio.
La scrittura teatrale è parte di quell’esperienza speciale, di quel modo speciale di conoscere il mondo. Non si scrive per il teatro come si scrive un romanzo. La scrittura teatrale presuppone uno spazio concreto, degli attori spesso già noti ai quali adattare i personaggi, dei costi di produzione, dei tecnici, e un regista fermamente intenzionato a dire la sua, quando non a insegnare allo scrittore il vero senso della sua opera. Da questa concretezza possono nascere testi straordinari, carichi di una vivacità che solo l’imprevedibilità della vita riesce a offrire. È il caso di questo bellissimo testo, che prende l’avvio da un caso storico: l’apparente follìa di re Giorgio III e gli intrighi del Principe di Galles e del suo entourage per destituirlo. Sottoposto alle angherie di tre medici corrotti, re Giorgio guarirà grazie alla saggezza del dottor Willis, medico di campagna e sacerdote, che conosce ugualmente i corpi e le anime e mette in atto una specie di azione omeopatica morale grazie alla quale il re, diventando in qualche modo il medico di se stesso, guarirà.
Come il Re Lear, cui si rifà esplicitamente, La pazzia di re Giorgio è una grande riflessione (qui in chiave comica) sulla paternità e sull’abdicazione, sul tradimento dei figli e sulla preghiera come necessità primaria dell’uomo. Ma la sua bellezza sta nella messa a punto del linguaggio dei personaggi, nella genialità con la quale, attraverso piccoli accorgimenti (nati talora sul campo, a tu per tu con gli attori) la parola riesce a inchiodarsi ai corpi, divenendo tutt’uno con essi. La stessa terapia del dottor Willis - centrata quasi interamente sulla disciplina del linguaggio - è una terapia teatrale. Non si è se stessi se non lo si sembra, e il volto non è volto senza la maschera. «Sono stato sempre me stesso, anche quando stavo male. Solo che adesso lo sembro». Perfetto. Non è ipocrisia, è teatro. L’uomo è nulla senza la coscienza di sé. E questa coscienza non è psicologia, autoanalisi, introspezione. È soprattutto disciplina, regola, educazione, arte. A regola d’arte. E, fra tutte le arti, il teatro è quella che meglio c’insegna la regola dell’arte, il suo sorgere dalla ridda, dalla congerie della vita.

Alan Bennett, La pazzia di re Giorgio, Adelphi, 160 pagine, 8,50 euro
 

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