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Quando l’artista ha licenza di uccidere

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Pia Ammirati
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

Attraverso una parodia salace e impertinente si può ripercorrere una singolare storia dell’arte che mette tutto alla berlina facendo proprio quello che l’arte del Nove-cento si è proposta come manifesto: dissacrare se stessa. E lo si può fare leggendo il romanzo, il primo romanzo di un artista, Pablo Echaurren: Delitto d’autore. Già nel titolo si trovano le tracce attraverso le quali potrete seguire anche un divertente pamphlet: il giallo imperniato su un delitto e la vita complicata di un artista. Il libro offre infatti un ricco panorama degli ultimi anni, con particolare riferimento agli anni Ottanta, dove sfilano movimenti e figure centrali dell’arte: critici, galleristi, giornalisti culturali, artisti-star e artisti in eterno affanno nella rincorsa della fama. Espres-sionismo astratto, action painting, arte americana, arte povera, minimalismo, transavanguardia, il grande sistema dell’arte capovolto e dissacrato da continui sberleffi ma anche rappresentato con l’ironia di chi osa prendersi in giro in prima persona. Sempre leggendo riconoscerete molti protagonisti trasfigurati nei nomi ma non nelle loro essenze che restano evidenti: i critici padroni e dittatori del sistema che impongono movimenti e mode artistiche, i pittori frustrati e passionali attorniati di donne pronte a sacrificarsi alla vedovanza per una ribalta.
Mondo complesso ma che ricalca tutti i mondi. Ma andiamo a leggere la trama del romanzo e saggiamone la storia. Come anticipato ci muoviamo nel mondo intrigato del giallo, che fa la sua vittima praticamente in apertura di romanzo. E poiché si parla di un testo umoristico sarà meglio ricordare che in questo caso il giallo è un espediente per far agitare tutti i protagonisti della vicenda e quindi ancor più calcare la mano sui tipi e le tipologie rappresentate. Il morto è il critico d’arte più importante del momento e fin qui Echaurren artista si è tolto almeno lo sfizio letterario di far fuori un suo eterno antagonista (nell’arte i critici si amano e si odiano irrimediabilmente) e l’omicida è certamente uno dell’ambiente, potrebbe essere l’artista più frustrato del libro, col nome altisonante e storpiato di Miguel Latour, il quale al critico l’aveva giurata. Latour infatti per quanto faccia per proporsi all’attenzione del pubblico viene sistematicamente ignorato e disprezzato dal critico. Eppure Latour ha imparato a coniugare l’arte con lo spettacolo e si è inventato un modo sensazionale di realizzare i suoi quadri buono per far parlare di sé i giornali; il quadro è la sintesi di una serie di atti nobili dell’arte, dai gesti dell’action painting ai tagli di Fontana. Latour intride degli stracci (rigorosamente di cachemire) nel colore e con forza li scaglia contro la tela; ne esce fuori un quadro che incrocia espressionismo astratto alla maniera italiana, con il furore americano. Quando il quadro è finito l’artista tira fuori una lama e vi incide una ferita verticale e in un furore artistico che tende al parossismo si denuda e penetra la tela firmando il tutto con lo sperma. L’arte può tutto. Lo dimostra la sua storia che ha eletto a sacro i pisciatoi di Duchamp e le merde d’artista di Piero Manzoni. Quindi perché quello che fa Latour, che è un concentrato di storia dell’arte, non diviene finalmente anch’esso Arte? Facile, perché il critico non decreta, non permette l’ingresso nell’olimpo della fama e dei soldi (non si può dimenticare che l’arte è fatta soprattutto di soldi). A questo punto il delitto è d’obbligo e il lettore seguirà con gusto le peripezie di tutti gli inquieti personaggi.

Pablo Echaurren, Delitto d’autore, Shake editore, 213 pagine, 13 euro
 

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