Di comunicazione si può morire. Non tanto perché mancante, come nell’infanzia dei pastori, una volta costretti a trascorrere gran parte del loro tempo in silenzio, lontano da ogni contatto umano. Ma perché eccessiva: il bombardamento informativo della società tardomoderna è tale da mettere a dura prova la capacità di tenuta dell’Io. È questo l’argomento del veloce e informatissimo libro di Giuliano da Empoli Overdose. La società dell’informazione eccessiva. In pagine chiare e ben scritte compaiono le patologie più note, come l’attention deficit disorder, l’incapacità di concentrazione di bambini iperstimolati, ormai anche in Italia sempre più spesso trattata con psicofarmaci, anziché con la diminuzione all’esposizione mediatica. Oppure le dipendenze da Internet (esposte anche in Perversioni in rete. Le psicopatologie da internet e il loro trattamento, di Giorgio Nardone e Federica Cagnoni, Ponte alle Grazie).
Il merito principale di Overdose è però quello di rappresentare lo scenario complessivo dell’eccesso da comunicazione, dai suoi pericoli alle sue profilassi, già adottate dai più consapevoli. Tra i pericoli l’autore mette anche l’11 settembre, i cui avvenimenti anch’egli ritiene previsti nell’enorme deposito informatico della Cia, e poi non evitati, non per le bizzarre dietrologie fornite dalle varie «teorie del complotto», ma perché annegate tra milioni di altre informazioni. Ma i rischi sono molti altri. Per esempio lo stile sempre più «gridato» di ogni forma di comunicazione, da quella politica a quella pubblicitaria. Se tutti parlano contemporaneamente c’è chi pensa che per farsi sentire occorra gridare più forte. Altro rischio è la semplificazione eccessiva, unica garanzia di mantenere una certa visibilità nella massa dei prodotti di comunicazione. Dopo Lo squalo di Steven Spielberg, la cui trama poteva essere riassunta nell’espressione shark attack, «l’attacco dello squalo», i produttori americani imposero ai soggettisti di film di massa, «solo film riassumibili in una singola espressione».
L’impoverimento risultante da una sovraproduzione di comunicazioni che consente solo a quelle più gridate ed elementari di arrivare al destinatario, è descritto nel libro con precisione e chiarezza, dote rarissima in questo campo disciplinare. Overdose elenca però anche i vantaggi indiretti di questa tendenza. Soprattutto quello di costringere i politici a parlare sempre più di cose concrete, e in modo di farsi capire, anziché occultarle dietro il politichese, o le ideologie delle «grandi narrazioni» del Novecento. La transizione dall’incomprensibile stile «moroteo» alla pragmatica comunicazione berlusconiana, è anche il risultato di questa profonda trasformazione del modo di comunicare. Oggi è inutile parlare, se non lo fai in modo da farti capire rapidamente. Attentissimi a spiegare ciò che stanno facendo sono sia Tony Blair, che George Bush. A Downing street opera una Strategic Communication Unit che prepara con mesi d’anticipo l’agenda governativa, e bada che «il filo narrativo» resti riconoscibile, in mezzo alla miriade di politiche pubbliche realizzate. Quanto a Bush, «ha inaugurato la formula del governo tematico»: prima settimana dedicata all’educazione, seconda a volontariato e comunità religiose, terza riduzione delle tasse… Tutti hanno capito quali erano le priorità per il governo, dove voleva andare. Insomma l’overdose di comunicazione può servire, per chi vi sopravvive, a trovare la dose giusta, e lo stile, per farsi capire.
Giuliano da Empoli, Over-dose. La società dell’informazione eccessiva, Marsilio, 111 pagine, 9 euro