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Via Rasella e le Fosse Ardeatine raccontate in tempo reale

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Sull’attentato di via Rasella compiuto dai Gap romani il 23 marzo del ’44 e sul conseguente eccidio delle Fosse Ardeatine è aperta da anni una polemica politica e storiografica, che si accende e si spegne ciclicamente. Per curiosità sono andato a cercare, nei diari di quell’epoca, come vennero visti e giudicati l’azione gappista e la rappresaglia tedesca. Comincio da un’annotazione sorprendentemente critica di Franco Calamandrei (era il 25 marzo), che pure aveva partecipato all’attentato: «I giornali portano in prima pagina, su due colonne, senza titolo un comunicato Stefani a proposito di via Rasella. Si denunciano 32 morti e numerosi feriti tedeschi. Si attribuisce l’attacco, che sarebbe stato con bombe a mano, a “comunisti badogliani”. Si annuncia come rappresaglia la fucilazione di “dieci criminali comunisti badogliani” per ogni tedesco. La fucilazione è data come eseguita. Ma non se ne ha conferma. Gli altri partiti, pare, disapprovano l’azione. L’opinione pubblica non le è troppo favorevole. Non si vede l’importanza politica internazionale, che può valere il sacrificio». Il 27 marzo, dal suo rifugio, Giuseppe Bottai - che era stato uno degli artefici del 25 luglio - scriveva: «Un eccidio in via Rasella dinnanzi al Palazzo Tittoni, ove abitò un tempo Mussolini. Trentuno morti delle Ss germaniche. Rappre-saglie: trecentodieci condannati a morte, senza alcuna relazione col fatto. Una legge del taglione alla tedesca; per un tedesco ucciso dieci italiani. La razza eletta mantiene la distanza con cura meticolosa: quando qualcuno dei feriti spira, si prelevano altri dieci abitanti delle carceri di Regina Coeli e si fucilano. Mi dicono che, tra gli altri, ci sarebbe Aldo Finzi, che fu sottosegretario agl’interni del primo ministero fascista».
Elena Carandini Albertini annotava il 28 marzo: «Siamo costernati. Non ci sono parole. Non si riusciva a sapere chi era stato preso nelle carceri e le disgraziate famiglie hanno appreso solo arrivando là, mentre altre sono passate per una vana tremenda angoscia. Pare che tra le vittime ci sia anche M. (Montezemolo). Il male ci soffoca. Ci fa sentire colpevoli con chi l’ha commesso e vittime con chi l’ha sofferto». Dal Laterano, il presidente del Cln Ivanoe Bonomi affidava (il 31 marzo) a una ricostruzione di Pietro Nenni la spiegazione dell’azione partigiana in cui si parlava di «alcuni elementi estremisti» e concentrava la sua attenzione sulla rappresaglia: «L’eccidio barbarico ci riempie di orrore. Non sappiamo ancora se fra quelle 320 vittime ci siano amici nostri. Trepidiamo per tutti coloro che sappiamo essere stati catturati». Nessun commento particolare da parte dell’anziano maresciallo d’Italia Enrico Caviglia che viveva in Liguria (12 aprile): «Eravamo assai preoccupati per la sorte di alcuni nostri amici che credevamo arrestati e trattenuti in carcere a Roma… Ieri una persona arrivata da Roma ci ha raccontato che molte persone cercate dai tedeschi come ostaggi, e fra esse alcuni nostri amici, sono rinchiuse in un convento e in una clinica. Sono salve!». Giuliana Benzoni affiderà non a un diario, ma alle sue memorie un significativo episodio: «Quando la mattina del 25 arrivò Giorgio Amendola e gli comunicai che il rapporto stabilito dai tedeschi era di dieci italiani per ogni soldato ucciso in via Rasella, impallidì. La lotta armata, necessaria per la liberazione del Paese, provocava una strage». Ecco, in queste poche frasi, la diversa percezione che c’era, in tempo reale, di uno dei fatti più controversi della resistenza.
 

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