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Storie di terroristi. Le Br viste dall’interno |
LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003
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Più che una curiosità, raccontare e cercare di capire cosa fu l’appartenenza alle Brigate rosse è un tassello in più alla ricostruzione di quel periodo ricordato come «gli anni di piombo». Alla copiosa memorialistica, al fiume di atti processuali e alle frammentarie ricostruzioni storiografiche si aggiunge ora questo lavoro di Giovanni Bianconi che rappresenta il primo tentativo di raccontare dall’interno la militanza terroristica attraverso i ritratti politici e privati di sei persone che si infilarono nel tunnel della lotta armata, in momenti diversi (si tratta di Tonino Paroli, Angela Vai, Bruno Seghetti, Germano Vaccari, Francesco Piccioni e Geraldina Colotti). È un tentativo di una certa importanza, per almeno tre ragioni. La prima ragione è rappresentata dallo squarcio che viene riaperto su una stagione da un lato rimossa e, dall’altro lato, ancora troppo rigidamente giudicata attraverso schemi ideologici e politici, come quelli dell’«ortodossia brigatista», della devianza del Sessantotto, della crisi del blocco sociale egemonizzato dal Pci, delle progressive aggregazioni e disaggregazioni dell’estremismo di sinistra. Se quello era il contesto, qui si descrivono invece le ragioni individuali della «scelta rivoluzionaria». Paradossalmente sono storie abbastanza comuni, legate da un filo unico: la militanza politica - spesso segnata da un’attesa verso il Pci considerato fino a un certo punto come una possibile alternativa di sistema - che si trasforma nella scelta dell’azione clandestina e nel salto nell’azione armata. Storie comuni che rappresentano la punta dell’iceberg di una cultura in quegli anni davvero molto diffusa. La seconda ragione è costituita dal fatto che c’è - in questi ritratti - una risposta almeno indiretta alla domanda che di tanto in tanto si ripropone: l’Italia degli anni Settanta era un Paese sull’orlo di una guerra civile? La risposta suggerita è affermativa. A lungo, il terrorismo brigatista non fu un fenomeno isolato. Anzi, la sua contiguità con la corrente sotterranea del ribellismo ma anche del disagio - sociali e politici - gli consentivano un’audience probabilmente più vasta di quanto allora già non si sospettasse. O, almeno così, emerge da queste pagine. C’era una spaccatura nella società italiana e il pericolo corso fu maggiore di quanto l’esito finale, cioè la sconfitta del terrorismo, non ci abbia indotto a giudicare. Solo il muro costruito con la reazione politica, Pci e Dc in testa, con le leggi speciali e con la repressione impedirono che la spirale terroristica diventasse un fenomeno insurrezionale diffuso (i cui cenni furono peraltro visibili nel ’77). La terza ragione di importanza di questo lavoro di Bianconi riguarda l’attualità. È presto detto. Le nuove Br sono un fenomeno più limitato. Il loro isolamento è sotto gli occhi di tutti. Ma la riproposta di una storia passata è utile nel momento in cui c’è una cornice di conflittualità politica e di antagonismo a evocare i germi più pericolosi degli «anni di piombo».
Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate rosse, Einaudi, 312 pagine, 9,50 euro
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