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Proprietà è libertà... Parola di Jefferson

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Mingardi
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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È significativo che Thomas Jefferson, ch’è stato l’inventore del termine «americanismo», e forse pure l’inventore dell’America stessa, le cui verità «di per sé evidenti» (sacre e innegabili) scolpì nella Dichiarazione d’Indipendenza, riferendosi a my country parlasse soltanto della Virginia. Dice molto, sul fragile equilibrio fra libertà e bandiera sul quale si regge il sogno americano. Sulla centralità degli «Stati», uniti dal «patto» costituzionale, nell’ambito degli «Stati Uniti». Il federalismo jeffersoniano è solo uno dei temi di cui si occupa Luigi Marco Bassani nel suo Il pensiero politico di Thomas Jefferson. Libertà, proprietà e autogoverno. Un saggio davvero prezioso, ch’è assieme grande libro di storia e grande libro di filosofia: non gli fa difetto la ricostruzione biografica, certosina e puntuale, ma sa condurci fino alle più alte vette della teoria. «Tutta la tradizione liberale classica - scrive Bassani - vive con grande senso di tragicità la politica, che è essenzialmente “potere”, vale a dire la possibilità di obbligare un soggetto a comportarsi in modo difforme da come egli si comporterebbe in assenza del “potere”. Il colossale progetto (e forse la grande utopia) del liberalismo classico è proprio il tentativo di creare un potere politico che limiti la sua stessa naturale tendenza alla coercizione».
Ecco, Il pensiero politico di Thomas Jefferson è una guida preziosa per capire come il «padre» degli Usa abbia vissuto e tentato di risolvere questa «tragicità»: esperimenti, scommesse, sospiri. Conscio che il governo è per gli uomini, non viceversa, e dunque questi hanno il diritto di «modificarlo o abolirlo, e istituire un nuovo governo, che si fondi su principi ordinati in modo che appaia maggiormente idoneo al raggiungimento della sicurezza e della felicità», Jefferson credeva che mai il governo potesse andare a ledere i diritti naturali di chi doveva sottostarvi. «La limitazione del potere politico - scrive Bassani - proprio perché essenziale per la libertà umana, diventa allora il fine politico supremo».
Bassani si dedica a una critica serrata di quegli autori che hanno voluto dipingere un Jefferson meno «liberale», e procede invece a ricostruire il filo rosso che ne lega la riflessione all’insegnamento di John Locke. Per l’uno e l’altro, «gli uomini posseggono già tutti i loro diritti prima di entrare in uno stato di società. La questione dei “diritti civili»... che derivano solo dall’ingresso degli uomini in società politica, in questo schema di pensiero, è ben diversa da quella prospettata nella facile opposizione fra diritti civili e diritti naturali. Il diritto civile infatti è uno solo: esso sorge con la stessa genesi della società politica ed è il diritto individuale (nei confronti del governo) alla protezione dei propri diritti naturali». Gl’individui vantano «un ulteriore diritto naturale, che per sua stessa natura non può essere oggetto del contratto, quello di resistenza, ossia il diritto alla rivoluzione che è il loro diritto alla protezione non del governo ma dal governo». Bassani cita a proposito Edmund S. Morgan, che ben sintetizzava lo spirito dei Founding Fathers sottolineando come «per gli americani del secolo Diciottesimo, proprietà e libertà erano una cosa sola e inseparabile, perché la proprietà era l’unico fondamento che concepivano per la sicurezza della vita e della libertà».

Luigi Marco Bassani, Il pensiero politico di Thomas Jefferson. Libertà, proprietà e autogoverno, Giuffré, 384 pagine, 30 euro
 

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