Tito Tettamanti è un imprenditore svizzero che non si vergogna né d’essere un imprenditore, né di essere svizzero. L’una e l’altra cosa, si sa, non godono di buona stampa nel nostro Paese. Proprio questo dato di fatto è un po’ il motivo scatenante di I sette peccati del capitale, con cui Tettamanti intende, da imprenditore, non azzardare una difesa della categoria, ma almeno incrociare il fioretto con alcuni miti duri a morire circa l’economia di mercato. Con quest’obiettivo, affastella dati, produce argomenti, poi lascia la scena a un giovane economista ticinese, Paolo Pamini, che col piglio dello studioso mette virgole e punti. Tettamanti intende il capitalismo anzitutto come «uno dei tasselli che costituiscono il mosaico della nostra civiltà e del way of life occidentale». Non è un caso, suggerisce, che l’attacco all’Occidente che s’è consumato l’11 settembre sia stato indirizzato contro il World Trade Center di New York: non un simbolo dello Stato-America, ma un monumento alla libera impresa.
È altrettanto vero che pochi, fra quanti il 12 settembre 2001 si sono scoperti paladini arrabbiati della civiltà occidentale, hanno riconosciuto questa verità. Si è parlato di Occidente riducendolo a parole vaghe, raramente andando a esaminare quali istituzioni ne costituiscono i pilastri e l’essenza. Sarà per questo motivo che Tettamanti riconosce ai terroristi di Al Qaeda di «aver avuto, purtroppo, successo». «La psicosi innescata dal terrorismo ha dato l’occasione o il pretesto al potere e alla burocrazia, specie negli Stati Uniti, di imporre una pesante correzione di rotta. Gli spazi di autonomia del cittadino, sono stati rimessi in discussione in virtù delle esigenze della “guerra» al terrorismo». Siamo meno Occidente. Si è reagito all’attacco di Bin Laden pensando che «la libertà metterebbe in discussione il bene supremo, costituito dalla sicurezza». «La tesi è quella secondo cui uno Stato invadente ma non troppo, con una classe politica tollerabilmente (s)corretta e una burocrazia non eccessivamente (in)efficiente, ci toglie certo spazi di autonomia, di libertà, ma al tempo stesso ci assicura quale contropartita una buona quota di sicurezza».
È davvero così? No, se s’ammette l’ingarbugliata complessità delle cose umane. È vero, ogni tanto il mercato soffre momenti d’ubriacatura: è il caso della bolla speculativa legata alla New Economy. «Stiamo tuttora vivendo in un periodo di transizione, e quindi di profonde mutazioni, con interessanti possibilità, ma con altrettanto significativi rischi dovuti anche all’obbligo di percorrere sentieri sconosciuti». È difficile che tempi del genere si possano gestire al meglio, che si riesca a imbroccare la strada giusta senza dover mai tornare indietro. È vero, spesso si sbaglia. Ma ammetterlo è press’a poco ammettere che siamo uomini. Il mercato è quell’istituzione che ci permette di minimizzare errori e disastri - che pure accadono. Quando i pianificatori centrali non si raccapezzavano, milioni di persone, in Urss, morivano di fame. Se un imprenditore precipita nel baratro, non ci trascina giù con lui. Le mele marce ci sono, scrive Tettamanti, ma guardacaso il mercato (gl’investitori in borsa) se ne accorge prima degli investigatori dei governi. Si pensi al caso Enron. «Portatemi un altro sistema che in due secoli abbia prodotto tanto benessere e cambiato in maniera così positiva le condizioni di vita di chi ne ha beneficiato». Un brindisi per il capitalismo.
Tito Tettamanti, I dieci peccati del capitale. La risposta di un imprenditore, Sperling & Kupfer, 224 pagine, 17 euro