
Che cosa lega tra loro i numerosi popoli europei, con le loro abitudini di vita, lingue e mentalità così diverse? Oggi sembra una domanda quasi banale, dopo che l’europeismo non solo ha generato una profonda coscienza della pluralità e dell’integrazione, ma è giunto perfino a produrre una retorica del mosaico-Europa, cioè quella sfumatura di ovvietà che si scorge dietro agli odierni discorsi sulla molteplicità culturale europea. Ebbene, a questa domanda usurata Jáuregui riesce a dare una risposta non scontata, originale. La sua tesi è: se la nostra memoria collettiva è frutto di una gigantesca e, alla lettera, eccezionale sintesi di pensiero e cultura, allora bisogna scoprire gli snodi di questa struttura, i microscopici nessi che la articolano. Questo libro si concepisce quindi come il tentativo di scoprire «una grammatica ancora sconosciuta»: quella della cultura europea. Con abilità e passione, Jáuregui - specialista di antropologia culturale, allievo di Evans-Pritchard a Oxford e ora docente universitario a Madrid - ci fa riscoprire i miti e i personaggi che hanno incarnato lo spirito europeo, intrecciando spazi e tempi, discipline e prospettive, nazioni ed etnie.
Raccomanda di evitare distinzioni manichee non solo all’interno della civiltà europea, ma anche tra essa e le altre culture. Preso dalla preoccupazione di non cadere nella trappola di un fuorviante eurocentrismo, si prefigge di trovare una terza via fra quella che egli chiama l’arroganza eurocentrica e la deriva antieuropea. Non ce ne dà una formulazione precisa, ma la descrive ampiamente esponendo e interpretando i percorsi della nostra «grammatica culturale». Sembra una sorta di nuova evangelizzazione: l’Europa deve comunicare al mondo la propria cultura, «in uno spirito servizievole, solidale e di riconoscenza». Al di là delle perplessità politico-culturali che questa critica dell’eurocentrismo può suscitare (e delle visioni terzomondiste a essa collegabili), ci troviamo dinanzi a un libro fuori dell’ordinario: un vorticoso caleidoscopio nel quale vediamo comporsi, scomporsi e ricomporsi in forme sempre nuove frammenti linguistici, storici, letterari, artistici e filosofici del grande «retaggio culturale comune» europeo. Il ritmo è talvolta incalzante, sempre brillante: un intero patrimonio personale di conoscenze, di riflessioni e di intelligenza viene presentato al lettore con quello stesso spirito «servizievole e solidale» con cui l’autore vorrebbe che la civiltà europea si offrisse alle altre culture.
Egli ritiene che politicamente e istituzionalmente l’Europa non sia all’altezza della sua anima, non solo perché disorganica (gli «Stati Disuniti d’Europa») ma anche perché orientata verso finalità eterogenee rispetto alle proprie strutture originarie, protesa verso puri algoritmi economico-commerciali. Bisogna perciò recuperarne i fondamenti spirituali, riattualizzandoli: la civiltà europea si fonda su una triplice struttura, ripresa dall’antica Grecia, che dall’alto in basso si configura come: acropolis, polis, necropolis. Proprio perché gli eventi della storia moderna hanno spezzato questa articolazione, Jáuregui pone sul banco dell’accusato la scienza della modernità. I positivisti hanno voluto distruggere tutte le credenze extrascientifiche ed extrarazionali, ma nonostante tutto oggi sia l’acropoli sia la necropoli sono ancora in piedi, e il nostro compito è quello di rafforzarle in una nuova polis, in modo che non si riducano a simulacri di qualcosa che è scomparso.
José Antonio Jáuregui, Europa. Tema e variazioni, Pratiche Editrice, 375 pagine, 18,60 euro