Da qualche anno il termine Balcani è entrato nel linguaggio quotidiano con una frequenza mai registrata prima. Ma cosa significa «Balcani»? Quella vasta zona delimitata a Nord dal Danubio, a Est dal Bosforo, a Sud dalla Grecia e a Ovest dall’Adriatico riceve il nome dalla parola turca balkan, massiccio montuoso. I Balcani sono dunque una catena montuosa, un’area geografica, ma anche, dopo la prima guerra mondiale, una tipologia politica. Con il termine «balcanizzazione» si indica uno stato di costante disordine politico e instabilità sociale. Infatti, gli avvenimenti che, a partire dalla rivolta serba del 1804, hanno portato quest’area dalla dominazione ottomana al frazionamento in vari Stati nazionali sono strettamente intrecciati con la storia dell’Europa moderna e con alcune delle sue più tragiche vicende (dallo scoppio della prima guerra mondiale fino al conflitto nell’ex-Jugoslavia e ai suoi ultimi fuochi kosovari). Su questi eventi la storiografia ha prodotto studi adeguati e approfonditi, ma c’è un aspetto che una pubblicistica superficiale e interessata all’eclatante anziché alla verità storico-culturale ha fatto passare per vero e che, invece, dovrebbe essere più attentamente vagliato: l’immagine negativa della regione balcanica, della sua capacità di convivenza e della sua civiltà politica.
Ora, poiché stiamo entrando nella fase decisiva dell’allargamento a Est dell’Unione europea, e poiché l’integrazione europea può consolidarsi solo con il progressivo superamento di ostinati pregiudizi e con un rinnovato sforzo di reciprocità tra i popoli del continente, bisogna sforzarsi anche di conseguire una nuova e più veritiera comprensione della complessa realtà balcanica. Se da qui sono venute, com’è storicamente innegabile, ondate di instabilità e di intolleranza che hanno avuto ripercussioni negative sul resto d’Europa, oggi bisogna trovare in quest’area quegli elementi positivi che permettano l’edificazione di strutture istituzionali adeguate agli standard europei e l’instaurazione di un clima culturale di pacificazione. Il grosso di questo lavoro va certamente fatto sul posto, nelle diverse realtà della regione, ma un’importante opera di approfondimento deve venire anche dall’Europa occidentale. Il primo compito è di sostituire ai luoghi comuni una nuova concezione dell’area balcanica frutto di ricerche e studi che, in un’ottica europeistica, contribuiscano a pacificare e modernizzare una regione che, anche in vista del progressivo avvicinamento della Turchia all’Ue, dovrà assumere un ruolo decisivo per gli equilibri continentali. Alla critica degli stereotipi e alla ricerca di nuove fondamenta culturali per l’Europa «allargata» servono, tra gli altri, sia il dettagliato panorama storico di Franzi-netti sia il volume di saggi curato da dell’Agnese e Squarcina. In quest’ultimo troviamo una serie di contributi che non solo ricostruiscono la complessa situazione balcanica ma che offrono anche interpretazioni immediatamente utilizzabili. Per ragioni di spazio, cito solo il saggio di Alessandro Vitale, che mette in guardia dagli «sforzi di riorganizzazione condotti con criteri storicamente obsoleti», perché «in quest’area gli Stati nazionali non “tengono”». Perciò, nell’area balcanica «non è possibile evitare i conflitti potenziali senza il ristabilimento della sua “normalità” storica, fatta di cooperazione interetnica, diffusione di modelli di convivenza comuni, sincretismi culturali, circolazione di uomini, beni e idee, e di scambi commerciali».
Guido Franzinetti, I Balcani (1878-2001), Carocci, 127 pagine, 8,20 euro; Geopolitiche dei Balcani, a cura di Elena dell’Agnese e Enrico Squar-cina, Unicopli, 310 pagine, 18,50 euro