
Emilio Gentile - lo apprendiamo dalla quarta di copertina del suo ultimo libro, Storia e interpretazione del fascismo (Ed. Laterza) - «è uno dei più importanti e innovativi storici del fascismo al mondo». La tesi da lui sostenuta viene enunciata limpidamente nell’introduzione: «È storicamente certo che non fu la rivoluzione bolscevica ad aprire nell’Eu-ropa occidentale la via al totalitarismo, sulla quale s’incamminò il nazionalsocialismo, ma fu la “marcia su Roma”, l’instaurazione del regime fascista e l’inizio di un inedito esperimento di dominio politico; tutto ciò avvenne per impulso autonomo, insito nella natura stessa del fascismo, e avvenne quando persino Mussolini affermava pubblicamente, fin dal 1921, che parlare ancora di “pericolo bolscevico” in Italia era una sciocchezza». A Ernst Nolte non resta, pertanto, che cambiare mestiere. E tuttavia alla «padronanza impressionante che Gentile ha della storia italiana e del fascismo» non corrisponde, purtroppo, una coerente intelaiatura teorica che metta ordine in tanta ricchezza di documentazione. Quanto nel libro è farina del sacco emilgentiliano lascia sempre molto perplessi mentre le analisi convincenti (e non sono poche) rinviano a un déjà lu (De Felice, Galli della Loggia, Perfetti, lo stesso Emilio Gentile di vent’anni fa etc.). L’impressione è che vi si parli di totalitarismo, di religione politica, di modernità, di miti, di «pregiudizi razionalistici», suonando a orecchio spartiti musicali non poco impegnativi sul piano concettuale. Ma quel che è peggio, quasi per premunirsi dalle critiche, l’autore afferma tutto e il contrario di tutto, con l’atteggiamento storicistico di chi sa che il reale è complesso e contraddittorio. Ad esempio, dopo aver presentato il fascismo come una modalità (antiliberale e antilluministica) della modernità (peraltro mai adeguatamente illustrata), per spiegarne le componenti tradizionaliste e le mitologie imperiali romane, se la cava dicendo che la storia «era un arsenale dal quale attingere miti di mobilitazione e di legittimazione dell’azione politica». Sennonché gli usi politici della storia, nelle società moderne, sono stati mai qualcosa di diverso? E, all’interno della «metodologia» di Emilio Gentile, se invece di dire che il fascismo è modernità che strumentalizza la tradizione si dicesse che è tradizione che strumentalizza la modernità come confutare tale capovolgimento interpretativo? Nel libro, c’è il richiamo a Max Weber e ai suoi idealtipi considerati meri strumenti e poi c’è una visione sostanzialistica del fascismo, quasi fosse una creatura in carne e ossa che, una volta venuta al mondo, dopo travagliato parto ideologico, pensa, vuole, disvuole, fa, progetta, diventa sempre più coerente con se stessa, coi «convincimenti costanti» e coi «valori fondamentali» della sua «identità collettiva» sì da distinguersi nettamente dai parenti prossimi e ingombranti - dal nazionalismo corradiniano al sindacalismo rivoluzionario. Emilio Gentile propone di esaminare l’ideologia fascista sine ira et studio, come ogni altra ideologia. È giusto, ma quale studioso del liberalismo ne tratta come se dovesse ricostruire la nascita e lo sviluppo di una fattispecie concreta e reale? Gli storici delle dottrine politiche sanno che non esiste il liberalismo, né esiste una società liberale (almeno a quel modo in cui è esistita un’Italia fascista) ma vi sono elementi di liberalismo depositati da una storia plurisecolare - e non certo in evoluzione verso la formazione compiuta del tipo - e presenti, con varie e mutevoli gradazioni, in questo o quell’autore, in questo o in quel sistema politico. Persino di Stuart Mill si può dire che non era un liberale a tutto campo - vedi la sua critica del principio ereditario; e persino di Hobbes si deve ammettere che non era del tutto estraneo alla tradizione liberale - se si considera che il Leviatano è competente solo dell’agire esterno! Insomma anche il pensiero politico richiede «adeguata competenza ed esperienza del concreto lavoro storiografico»!