Ecco un libro da non perdere: è la biografia di Giovanni Borghi (1910-1975), pioniere del «miracolo» degli anni Cinquanta-Sessanta, con l’Italia che rapidamente si trasforma in potenza industriale moderna, di peso internazionale. Gianni Spartà, affronta la narrazione col piglio giornalistico che gli è proprio: abbondando con gli aneddoti, pennellando il personaggio a colori brillanti. Sin qui, però, nessuna novità sostanziale rispetto ad esempio al mirabile ritratto di Vittorio Notarnicola, datato 1966, allorché il Borghi era allo zenith: ricco, ansiosamente innovatore, spregiudicato nel marketing (per «farsi vedere» in tv, inventò le sponsorizzazioni sportive, pugilato e basket).
Due pregi nella biografia di Spartà. Il ritmare l’ascesa dei Borghi con i flash-back sulle fantastiche tappe della ricostruzione postbellica; il salto di qualità fra una generazione e l’altra: padre artigiano, figlio industriale! Quindi, la capacità d’intuire il divenire: non sui banchi universitari, ma a confronto con la dura e quotidiana realtà. Il saper «innovare», per dirla con Silvio Berlusconi (vedere la prefazione, omaggio a un «vecchio» del suo quartiere, l’Isola di Milano, dov’erano entrambi nati, a un quarto di secolo di distanza). Sbagliato fermarsi alle apparenze, talvolta agiografiche. Il libro va scandagliato in controluce. Il Giovanni Borghi che sale e sale, può essere il felice emblema di un’italica stagione; ma il successivo crollo, come spiegarlo? Se personalmente ritengo illecito interpretare un autore, il «non detto» che si cela sotto «lo scritto», è innegabile per il lettore il diritto a venire stimolato nella riflessione. Nel caso specifico: perché la Ignis (quale genialità, nel marchio!) a un certo momento, come aquila ferita da ignoti bracconieri, perde colpi sino a precipitare? Semplicistico e sbrigativo sostenere che Giovanni Borghi, superata la cinquantina, per umanamente rifarsi sia rimasto vittima della vertigine del successo, inseguendo mondanità e casinò. La verità è sicuramente più complessa. Forse la «solitudine imprenditoriale». Pre-sidenti della Repubblica (Gronchi), premier (da Andreotti a Moro), visitavano i suoi stabilimenti, tagliavano nastri; le Università erano astutamente magnanime nel conferimento di lauree honoris causa. Ma quando è colto da infarto (1968) è doppiamente solo: l’Impero di frigoriferi e lavatrici venduti in mezzo mondo, Usa inclusi, non ha eredi, e le banche si fanno arcigne. Lo sviluppo, l’innovazione, richiedono soldi e consenso… Vorrebbe che Ignis restasse italiana, una multinazionale con quartier generale in quel di Comerio, Varese. Tenta l’impossibile, finisce col venire a patti con la Philips. Emarginato, getterà la spugna: gli olandesi si prendono tutto, salvo poi rivendere agli americani della Whirpool.
Duilio Loi, pugile d’indimenticabile grandeur mondiale, fu uno dei protetti del commendator Giovanni. C’incontram-mo in una triste sera, auspice Giovanni Brera, in una modesta trattoria milanese, dove per campare friggeva pesce. «Ci hanno lasciato cadere, sai com’è… Se appena le gambe…». Viene da chiedersi, allora: non è che il tramonto di un uomo semplice, che tanto aveva dato, non costituisce un segno premonitore? Infatti, lo stato di salute dei big del nostro capitalismo, è tutt’altro che esaltante. Pertanto, leggendo il bel libro di Spartà in filigrana, s’è tentati dall’interrogativo: non sarà che l’ascesa-eclissi-tramonto di «mister Ignis» abbia anticipato? A meno che - speranza - quest’Italia non sappia inventare altri miracoli imprenditoriali.
Gianni Spartà, Mister Ignis - Giovanni Borghi nell’Italia del miracolo, Mondadori, 190 pagine, 15 euro