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Il dna dell’imprenditore del tempo che fu

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Per chi ha ormai piene le tasche delle critiche al capitalismo, alla globalizzazione, al «modello americano», ecco un libro corroborante che riconcilia con la speranza: infischiandosene dei censori e dando fiato a chi «fa». Non lo ha scritto un Nobel, ma uno studioso coi piedi per terra e le «mani in pasta». Vive in California, dirige un’associazione di imprenditori autentici: Ray Smilor. Lo ha portato in Italia una piccola editrice: onore al coraggio! Quel che racconta Smilor, è al tempo stesso semplice e affascinante: il Dna dell’imprenditore. Ovvero, per usare le sue parole, di coloro che «credono fermamente nella loro abilità d’influenzare gli eventi, nella loro capacità di indirizzare la sorte e nel loro potere di modellare il futuro ...». Ancora: «Se qualcuno ti dice che una cosa è impossibile, falla comunque!». Evito di soffermarmi sulle stories di questi Daring Visionaries (titolo originale), «audaci visionari», nella versione italiana. Mi sembra racchiuda la filosofia di quei milioni di uomini che, posseduti da un’idea, «fondano aziende, generano fiducia e creano ricchezza». Come spiegare altrimenti la resurrezione della Cina, dell’ex Urss; o di converso la crisi sudamericana, l’eterna incapacità di tanti Paesi del Terzo Mondo, a uscire dal tunnel nonostante l’abbondanza delle materie prime? Verità è che il Dna imprenditoriale non lo s’inventa: è vocazione al rischio, l’accettare le sconfitte, il riprendere a marciare.
Penso all’Italia dei nostri giorni. Quella delle «pile scariche»: brutale affermazione, che però non s’attaglia a quanti, nel microtessuto industriale, continuano a tenere in piedi il Paese; e sulla quale dovrebbero invece riflettere i membri del cosiddetto Gotha. Da lustri, purtroppo, sotto il nostro bel Cielo, siamo orfani di «audaci visionari». Personaggi capaci di «pensar grande». Vengono alla mente, d’impulso, gli Agnelli & Pirelli d’antan; o un Enrico Mattei che, nominato liquidatore dell’Agip, a dispetto dei santi, edificò l’Eni. Perché non dirlo: il Berlusconi degli anni Ottanta che sfidò il monopolio Rai, e vinse! E banchieri della statura di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia. A osservare lo scenario che ci circonda, il declino di un’Ita-lia dove nessuno vuol fallire affidandosi alla benevolenza dello Stato; dove le aristocrazie d’un tempo si rifugiano nella finanza; dove i banchieri si sono ridotti a bancari abili soprattutto negli intrecci con la politica, leggendo Smilor, è lo sconcerto. Che ne è della carica innovativa? Sorge allora un terribile sospetto. Vuoi vedere che con l’alibi della «socialità», si sia perso il seme, lasciandolo sopravvivere solo negli anfratti? Il bello, l’affascinante del saggio di Ray Smilor è il suo «politicamente scorretto», nel segno del rifiuto dei luoghi comuni. Nes-suna ipocrita geremiade sulla socialità dell’impresa, disquisizioni sulla liceità del profitto, partecipazione dei dipendenti. Un’impresa nasce «per vincere»; muore «se perde». Concetti in qualche modo darwiniani o smithiani, in qualche misura cinici se non fosse che sono stati loro a trarre il mondo intero dalla povertà al benessere.
Qualcuno, più d’uno, certo, in quest’apologia degli «audaci visionari», troverà motivi (e quanti!) per dissentire. Sino a scandalizzarsi, gridando all’eresia, o peggio. A me pare invece, persino nella più lacerante fra le dissacrazioni (nessun preciso rapporto fra democrazia e progresso economico), ci costringa a guardare in faccia la realtà, per scomoda che sia: sono gli imprenditori «visionari», facendosi largo nella palude del conformismo (spesso di comodo), ad aprire le vie del futuro. Leggere dunque, per esaltarsi o incazzarsi. Ma riflettere!

Ray Smilor, Audaci visionari - Come gli imprenditori fondano aziende, generano fiducia e creano ricchezza, Guerini & Associati, 190 pagine, 19,50 euro
 

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