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L’impossibile divorzio con il capitalismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Badeschi
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Domenico Settembrini ha raccolto in volume (Socialismo, marxismo e mercato. Per un bilancio dell’idea socialista) i suoi interessantissimi saggi dedicati a questi temi, pubblicati nell’arco di un ventennio. Al volume egli ha premesso una densa introduzione, in cui mostra attraverso quale travaglio i partiti socialisti si siano liberati del mito marxista della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e di scambio. È vero, egli dice, che per i partiti che intendevano realizzare il socialismo nel rispetto rigoroso della democrazia, l’obiettivo del superamento radicale del capitalismo, dell’instaurazione di una società totalmente altra nei suoi fondamenti economici rispetto a quella esistente, era andato con il tempo assumendo contorni sempre più vaghi, mentre la realizzazione veniva rinviata verso un futuro sempre più lontano. E tuttavia quell’obiettivo seguitava a essere iscritto nei documenti ufficiali - si pensi alla famosa clausola 4 del programma laburista («assicurare ai lavoratori del braccio e della mente i pieni frutti del loro lavoro e la distribuzione più equa dei medesimi in base alla proprietà comune dei mezzi di produzione») - e continuava a costituire, almeno per gran parte dei militanti più impegnati, la giustificazione ideologica della stessa prassi compromissoria con il capitalismo: a forza di riformarlo, i socialisti sarebbero riusciti a trasformare pacificamente e democraticamente il capitalismo nel suo contrario, pervenendo così a realizzare il loro fine ultimo.
Del resto, ancora nel 1981 il Partito socialista di Mitterrand vinse le elezioni con un programma in cui figurava esplicitamente «la rottura con il capitalismo», rottura che i socialisti si proposero di mettere in atto, dando il via a un gran numero di nazionalizzazioni, salvo a fare saggiamente marcia indietro, al manifestarsi delle prime serie difficoltà di carattere economico. Neppure allora, però, si ripudiò a chiare lettere l’obiettivo della «rottura con il capitalismo», e tutte le speranze furono riposte in una «terza via», capace di coniugare i vantaggi dell’efficienza capitalistica con le strutture del collettivismo globale.
Fu solo col fallimento dell’esperienza di Gorbaciov e con il naufragio della sua illusione di poter riformare il sistema sovietico, che anche i partiti socialisti occidentali fecero i conti, una volta per tutte, col mito della «rottura col capitalismo». È nel 1992 che nel progetto del Ps francese viene espressamente ripudiata l’essenza stessa, teorica e storica, del socialismo marxista: «Sì, noi pensiamo che l’economia di mercato costituisca il mezzo di produzione e di scambio più efficiente. No, noi non crediamo più a una rottura con il capitalismo». Il principale consigliere di Tony Blair, il sociologo Antony Giddens, affermerà a sua volta: «Al-meno come sistema di gestione economica, il socialismo è morto». Col fallimento di Gorbaciov e col crollo dell’Urss, anche i partiti socialisti democratici (e non solo quelli comunisti) hanno dovuto fare i conti, dunque, con le loro radici originarie.

Domenico Settembrini, Socialismo, marxismo e mercato. Per un bilancio dell’idea socialista, Marco editore, 354 pagine, 20 euro
 

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