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Screditare il governo con i padri della patria

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Ci risiamo con la demonizzazione dei critici dell’azionismo! Questa volta è di turno il giovane torinese Alberto Guasco che, sul periodico dell’Associazione mazziniana italiana, Il Pensiero mazziniano (4, 2002) pubblica un breve ma denso articolo, «L’ultimo antiazionismo». Guasco, che sta lavorando a una tesi di dottorato su «Azionismo e Qualunquismo 1944-1948», si cimenta nell’arduo compito di dimostrare l’indimostrabile ovvero che «le critiche al Partito d’A-zione abbiano e-lementi comuni» che, nella loro diversità, concorrano a edificare un «paradigma negativo», peraltro già prefigurato dalle insolenze qualunquistiche. C’è da rimanere sgomenti anche perché, dietro l’individuazione di quella «comunanza di contorni», si profila la solita denuncia della mancanza di scheletro morale tipica della nostra civil society. Non a caso, vengono citate le parole di Angelo D’Orsi - dal contestato libro La cultura a Torino tra le due guerre (Einaudi): «L’antiazionismo è l’ossessione di un certo gruppo che in passato s’innamorò di Craxi e oggi plaude a Berlusconi, due figure che hanno contribuito a svalutare la componente etica della politica. Con l’azionismo demoliscono il nocciolo duro d’una resistenza morale». Se questa è storiografia! vien fatto di commentare… Dire che si tratta di un’operazione scorretta è dir poco. Gli studiosi seri che applicano la lezione revisionista alla storia dell’azionismo, lungi dal preoccuparsi per le sorti della Casa delle libertà, attraverso quella storia ripercorrono (certo in maniera di-versa, se non antitetica, rispetto a quella seguita da Gobetti e da Rosselli) mo-menti e figure cruciali della nostra vicenda nazionale: dalla funzione degli intellettuali al moralismo giacobino e antiborghese, dall’elitarismo diffidente del mercato all’idea (potenzialmente totalitaria) che compito della politica sia quello di rifare l’anima dei popoli, dall’incomprensione - et pour cause! - del fascismo, visto come autobiografia della nazione, alle riserve nei confronti della democrazia reale e delle «masse bianche» che si pongono come macigni sulla via del progresso. Che ripensare criticamente l’azionismo sia anche un modo per rimettere a fuoco la stessa idea democratica, con le sue luci e le sue ombre - ovvero per laicizzarla e secolarizzarla sottraendola alla tentazione, pericolosa, della riforma morale e intellettuale degli italiani, affidata agli intellettuali militanti - è sospetto che non sembra sfiorare il Guasco che, significativamente, non cita né l’indiscusso capofila laico di questa corrente revisionista, Dome-nico Settembrini (e Settem-brini è personalmente lontanissimo dal Polo e dalla sua classe dirigente!) - vedi la sua Storia dell’idea antiborghese in Italia (Laterza); né Giuseppe Bedeschi, lo studioso che di recente ha ripensato, in La fabbrica delle ideologie (La-terza), la natura e il significato storico dell’azionismo all’interno di un magistrale profilo del pensiero politico italiano del Novecento. È troppo facile prendersela con quanti hanno voluto colpire gli azionisti ancora in circolazione mostrandone le debolezze morali. Un discutibile modo di fare giornalismo, infatti, non rende discutibile un modo serio di fare storiografia. Sarà pur vero che vi sono alcuni che, criticando i Bobbio e i Galante Garrone, si propongono di legittimare Berlusconi ma è altrettanto innegabile che ve ne sono altri (D’Orsi, De Luna, Guasco etc.) che, difendendo quei padri della patria, si propongono la finalità opposta: screditare il governo in carica, i suoi ministri, i suoi intellettuali. Sul piano della ricerca storica non c’è differenza!
P.S. Ho sottoposto questa Maglia nera ai miei avvocati - un civilista e un penalista. Sembra che non ci siano gli estremi per una citazione in giudizio. Mi fido di loro anche se con i vertici dell’Ami non si sa mai…

 

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