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I presentimenti di Aron, Cassandra del XXI secolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Si legge ancora oggi con diletto, a più di quarant’anni dalla sua pubblicazione, il saggio di Raymond Aron L’alba della storia universale (ora riprodotto nella raccolta di saggi di Aron curata da Angelo Panebianco, Il Ventesimo secolo. Guerre e società industriale). Nelle splendide pagine aroniane, ricche di osservazioni acute e di spunti suggestivi per la riflessione sulla storia contemporanea, emergono tanto i limiti quanto i meriti dell’analisi del grande sociologo francese. Facendo propria la lezione di Saint-Simon e di Comte, egli affermava che «l’edificazione di una grande industria, per certi aspetti analoga, dalle due parti della cortina di ferro, ha alla fine costretto gli osservatori a riconoscere che c’è un unico tipo di società, della quale i regimi sovietici e i regimi occidentali rappresentano due specie o due versioni. Perché non chiamare società industriale questo tipo di società visto che la sua caratteristica è lo sviluppo dell’industria?». Perciò Aron era portato a sostenere una profonda omologia fra le società industriali dell’Est e le società industriali dell’Ovest, per quanto riguardava l’organizzazione della produzione, le sue regole di funzionamento, le sue compatibilità ecc. Le loro differenze andavano cercate altrove: nel regime politico, naturalmente, e nello statuto giuridico delle imprese. «Le differenze fra i due regimi - affermava infatti il sociologo francese - sono più evidenti nella società che nell’impresa, nella struttura dello Stato e dei poteri pubblici che in quella della società».
Aron non si faceva nessuna illusione sulla possibilità che le società totalitarie dell’Est evolvessero verso qualche forma di «socialismo liberale», ma è probabile che egli pensasse che la logica dell’industria moderna sarebbe entrata prima o poi in contraddizione con il regime politico totalitario, e che ciò avrebbe aperto nuovi sviluppi e nuove prospettive nel mondo sovietico. In ogni caso non c’era nessun presentimento, in lui, circa la possibilità che le economie pianificate entrassero a un certo punto in una fase di grave stagnazione, in cui ogni ulteriore crescita sarebbe stata impossibile, a causa delle inefficienze, degli sprechi, nonché del blocco dell’innovazione tecnologica, e insomma a causa della bassissima produttività determinata dalla mancanza del mercato, della concorrenza ecc. Dove, invece, Aron mostrava tutta la propria lungimiranza, era nella piena consapevolezza che egli aveva (contro Saint-Simon/Comte, ma anche contro Marx) del fatto che la storia del mondo non sarebbe stata affatto un’evoluzione sostanzialmente pacifica, caratterizzata dall’espandersi del sistema industriale, che avrebbe a poco a poco plasmato di sé tutti gli angoli della terra. Ostavano a ciò alcuni fattori di divisione, di formidabile importanza: lo sviluppo ineguale e la diversità delle tradizioni e delle credenze. In particolare, le religioni avrebbero mostrato il loro ruolo straordinario: soprattutto quelle religioni che si fossero sentite minacciate dall’affermarsi inesorabile della modernità, poiché esse avrebbero prima o poi reagito in modo imprevedibile e terribile. Qui lo sguardo acuto di Aron vedeva molto lontano.

Raymond Aron, Il Vente-simo secolo. Guerre e società industriale, Il Mulino, 254 pagine, 16 euro

 

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