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Tutto sulla Corona nella storia d’Italia

LIBERAL BIMESTRALE
di Angela Pellicciari
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Non si tratta di revisione storica, scrive Aldo A. Mola nella prefazione alla sua Storia della monarchia in Italia, si tratta di vedere e di comprendere. Si tratta di verità: la verità del ruolo svolto dalla Corona nella storia d’Italia. Verità che è stata messa fra parentesi dopo l’avvento della Repubblica, quando si giunse alla negazione pura e semplice della parte avuta dalla monarchia quale protagonista della storia italiana. Eppure, scrive l’autore, senza la consapevolezza della funzione svolta dai Re d’Italia si rischia di non cogliere aspetti nodali dell’Italia odierna, la costante fragilità della rappresentanza politica. Quella che Mola scrive è una storia della monarchia e non, semplicemente, una storia dei Savoia. Sta di fatto che in Italia c’è Roma, e cioè il simbolo stesso del potere universale (temporale prima, spirituale poi), e che pertanto la monarchia si afferma solo quando il potere universale di Roma (quando la Chiesa cattolica che si irradia da Roma) è attaccato frontalmente. Con Napoleone prima e con i Savoia poi. Il Regno d’Italia nasce nel 1805 voluto da Napoleone come parte del sogno imperiale: l’Impero doveva essere un’idea. Meglio ancora era - doveva essere - un Nuovo Ordine. Il Regno d’Italia che dichiarò di volersi estendere all’intero territorio geografico noto come Italia sin dall’età romana, aveva uno stemma su cui spiccava in bella vista un simbolo che ben esprimeva la novità dell’evento: un Pentalfa massonico (cioè una stella a cinque punte) che aveva due punte in alto e pertanto una sola verso il basso. Un’insegna satanica.
La monarchia - scrive Mola - non è solo somma di poteri, amministrazione d’interessi, la monarchia è sacramento, carisma, simbolo, mito. Trae dall’Assoluto e all’Assoluto risponde: questa monarchia in Italia ha spazio solo quando l’Assoluto, per dirla con Mola, non è più, non si vuole più che sia, cattolico. Anche se la popolazione è tutta cattolica. Anche se non ci si stancherà di violare uno dopo l’altro in senso anticattolico tutti gli articoli dello Statuto. Anche se il Regno di Sardegna continuerà a spacciarsi come l’unico libero e costituzionale. Se le cose stanno così - e, a parere di chi scrive, stanno così - risulta difficile condividere il parere suggerito da Mola nel primo capitolo del libro: doversi cioè attribuire all’ostilità di Pio IX col suo non-expedit l’aggressiva politica anticattolica del nuovo regno sintetizzata nel motto Terza Roma. Il Risorgimento e il Regno d’Italia nascono (sull’onda lunga tracciata da Napoleone e come lo stesso Mola in tanti modi documenta) come sforzo scientemente voluto di costruire un Ordine Nuovo che, ricollegandosi all’antico, facesse piazza pulita della superstizione cattolica storicamente situata nel mezzo. Pio IX ha avuto, fra gli altri, il grande merito di non piegarsi alla violenza, alla propaganda e alla calunnia: ha continuato fino alla fine a denunciare i propositi pagani dei nuovi padroni d’Italia. Padroni che non si vergognavano di gridare ai quattro venti la propria supposta fedeltà alla Chiesa di Roma. Dice bene Mola: l’Italia non aveva - e ancora non ha - una memoria davvero condivisa. Una memoria conosciuta nella sua complessità, compresa, anche nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sgradevoli, persino ripugnanti, e sentita quale un passato in cui ciascuno ha avuto una parte di corresponsabilità. L’autore ha ragione: il suo libro - ben scritto, interessante, carico di erudizione ma non erudito - colma un vuoto storiografico.

Aldo A. Mola, Storia della monarchia in Italia, Bom-piani, 910 pagine, 30 euro
 

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