Il «silenzio» di Pio XII sulla sorte degli ebrei, durante l’ultimo conflitto, ha rappresentato per molte ragioni un nodo inestricabile della ricerca storiografica, anche perché sulla questione sono andati col tempo a sommarsi motivi non di rado estranei alla ricerca della verità. Uno dei pregi del lavoro di Renato Moro è rappresentato dal rigore morale e dall’onestà intellettuale con cui l’autore, evitando di esaurire le spiegazioni nel tradizionale antigiudaismo cattolico, esamina le ragioni più profonde (politiche, diplomatiche e caratteriali), che indussero Pio XII a non condannare pubblicamente lo sterminio degli ebrei condotto dal nazismo. Moro certo non trascura di sottolineare quanto il tradizionale antigiudaismo diffuso tra le masse cattoliche serva a far comprendere, almeno in parte, il complessivo atteggiamento d’indifferenza delle gerarchie vaticane e l’assenza di una diffusa rivolta morale da parte di esse di fronte alla Shoah. Tali limiti non avevano tuttavia impedito a Pio XI di progettare la pubblicazione di una enciclica di condanna dell’antisemitismo «razziale», la Humani Generis Unitas, che non fece in tempo a vedere la luce a causa della morte del Pontefice. In realtà, il testo dell’enciclica, già pronto, e approdato ormai sulla scrivania di Pio XI, venne fatto discretamente sparire nei giorni successivi alla sua morte. Fu il punto più alto di condanna che il Vaticano espresse sull’ignobile capitolo dell’antisemitismo. L’indifferenza e i pregiudizi antiebraici espressi dal mondo cattolico negli anni Trenta contribuirono senza dubbio a «ritardare una presa di coscienza delle nuove dimensioni ideologiche e della radicalità dell’antisemitismo e razzismo contemporanei», e, ancorché non ne rappresentassero la causa prima, furono tuttavia alla radice del «silenzio» di Pio XII.
Come sottolinea l’autore, l’inerzia vaticana non significò l’assenza di pietas in larghi settori del mondo cattolico, i quali si attivarono individualmente e in gruppi organizzati, certamente non scoraggiati dal Pontefice e dalle gerarchie ecclesiastiche, per salvare la vita a migliaia di ebrei, quando fu chiaro il disegno nazista della «soluzione finale». Ma, si chiede Moro, Pio XII era a conoscenza del tragico destino a cui stavano andando incontro centinaia di migliaia di ebrei? Lo storico cattolico cita una serie così nutrita di testimonianze che appare assai difficile continuare oggi a sostenere che Pio XII fosse all’oscuro dell’immane tragedia che andava svolgendosi nei campi di sterminio dell’Est europeo, e pertanto esprime la convinzione che «non vi sono alternative alla conclusione che il Papa e la sua diplomazia sapevano abbastanza da capire che stava avvenendo un disastro di entità e caratteristiche senza pari». Perché dunque il silenzio? Moro avverte che la pretesa di trovare la spiegazione dell’atteggiamento assunto da Pio XII «in un’unica chiave appare destinata a un desolante fallimento». Certo vi furono considerazioni opportunistiche, come i timori di rappresaglie sulle masse cattoliche, i quali più che le condanne pubbliche consigliarono il ricorso alla prudente iniziativa diplomatica; tuttavia Moro non minimizza le enormi, più immediate responsabilità della Chiesa nello sterminio degli ebrei, concludendo opportunamente questo prezioso lavoro con le parole di uno scrittore cattolico, Mauriac, per il quale un crimine di tanta ampiezza non può non ricadere «in parte non indifferente su tutti i testimoni che hanno taciuto, quali siano state le ragioni del loro silenzio».
Renato Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il Mulino, 224 pagine, 12 euro