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Perché detesto Keynes e il New Deal

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Queste memorie di David Rockefeller, nipote del fondatore della Standard Oil e presidente per molti anni della Chase National Bank, si inseriscono a pieno titolo nella grande tradizione anglosassone del genere autobiografico, fornendo spunti di riflessione su alcune cause non secondarie che hanno reso il Novecento il «secolo americano». Come, ad esempio, sul ruolo svolto da prestigiosi campus, come Harvard, Yale, la Brown University, nel rinnovamento dei processi di formazione intellettuale dei figli della grande borghesia americana, fino ad allora ostinati isolazionisti, e destinati, dagli esiti vittoriosi della guerra da poco terminata, a esercitare in Europa un ruolo egemone. La risposta venne dall’avvio sin dal dopoguerra di una consapevole politica di reclutamento delle migliori menti europee che avrebbe contribuito a dar vita a un singolare melting pot intellettuale che favorì la rapida formazione di ruling classes in grado di svolgere per i decenni a venire il ruolo di centro dell’impero. Manifesta è la sua ostilità, che fu quella anche di altre grandi famiglie americane, per il New Deal di Franklin D. Roosevelt, mentre appare elusiva sino all’ipocrisia la sua analisi dei disastrosi effetti sociali della crisi del 1929. Egli mostra di rifiutare ancora, come la famiglia Rockefeller respingeva allora, in nome del liberismo assoluto, valutazioni ormai consolidate che videro nel grande collasso l’inevitabile fine della fase del capitalismo senza regole.
L’avversione, allora manifestata alla politica economia di Roosevelt dai Rockefeller, si presenta viva ancora oggi nell’anziano memorialista, che mostra una notevole capacità di rappresentare in modo semplice e immediato temi e protagonisti, negli anni Trenta, del grande dibattito teorico sui destini del capitalismo: da una parte Keynes e i suoi seguaci, fautori dell’intervento dello Stato nell’economia, dall’altra i sostenitori del libero mercato. David Rockefeller, che aveva seguito a Londra le lezioni di Schumpeter, è naturalmente contro i primi, da lui ancora oggi descritti come comunisti che miravano all’abbattimento del sistema capitalistico. Laski viene sprezzantemente definito «il pifferaio magico». Interes-santi risultano al riguardo le pagine dedicate al periodo da lui trascorso alla London School of Economics, la Lse, roccaforte dei fautori del libero mercato, mentre gli avversari keynesiani erano egemoni nell’università di Cambridge.
Non privo di interesse è il ritratto che abbozza di suo nonno, John Davison, fondatore della Standard Oil e spregiudicato uomo d’affari, del quale alcuni tra i migliori storici americani, ad esempio Peter Collier e Allan Nevins, pur riconoscendo le grandi doti intellettuali, mostrarono la costante vocazione alla corruzione; una spinta irresistibile alla sopraffazione che il grande pittore John S. Sargent seppe cogliere e rappresentare nell’impressionante ritratto che gli fece, ora esposto al Museum of fine Arts di Boston. Nel difendere John Davison, egli ci restituisce tuttavia gli echi interessanti dell’antica battaglia antimonopolistica che vide la giornalista Ida Tarbell, l’antica nemica dei Rockefeller e della Stan-dard Oil, indurre con la sua battaglia giornalistica Teddy Roosevelt a emanare quella legge anti-trust che portò, nel 1911, alla divisione del colosso Standard Oil in dodici compagnie. Meno interessanti appaiono gli anni del secondo dopoguerra, trascorsi a dirigere la Chase Bank e a conquistare mercati finanziari nei Paesi in via di sviluppo; la dispersione del potere dei Rockefeller in più mani rende le vicende della famiglia meno significative ai fini della comprensione della storia del Novecento.

David Rockefeller, La mia vita, Mondadori, 557 pagine, 22 euro
 

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