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Solo l’ignoranza umana conduce al “tasawwuf”

LIBERAL BIMESTRALE
di Franco Cardini
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Non tutto il male viene per nuocere. L’attuale momento politico internazionale, un «momento lungo» che dura ormai da alcuni anni ma che ha avuto il suo acme in coincidenza con il triste 11 settembre del 2001, ha imposto una maggior attenzione nei confronti del mondo islamico. Non che questo rinnovato interesse sia stato scevro di pregiudizi e di manipolazioni, al contrario: anche su questo giornale sono state recensite benevolmente, ad esempio, opere che facendo l’elenco delle battaglie combattute tra cristiani e musulmani da quattordici secoli a questa parte, tendono a dimostrare come tra Occidente e Islam ci sia sempre stata guerra: e come abbiano sempre attaccato loro, anche quando stavano sulla difensiva. Scherzi dell’histoire-bataille, che credevamo già battuta in breccia dopo le pagine che in tempi ormai relativamente lontani le aveva dedicate il Marc Bloch di Apologia della storia. Ma il bignamismo è duro a morire, specie quando alligna nella libreria di Tartuffe.
Tra tanta paccottiglia, però, si è fatta strada anche roba buona. Abbiamo sovente letto e sentito in questi mesi, ad esempio, come il sufismo sia il primo nemico del fanatismo fondamentalista. Ciò nonostante, la parola «sufi» continua a corrispondere a un oggetto misterioso: e, fra quelli che la conoscono, i più mostrano d’interpretarla riduttivamente, sulla base di quanto hanno appreso attraverso un più o meno precipitoso guénonismo. Giunge quindi inopportuno il bel libro curato da Urizzi, che presenta fra l’altro non solo la traduzione del Kìtab al-Ta’arruf di Kaabadhi, ma anche il testo arabo, oltre a generosi elenchi bibliografici e indici. Un lavoro impegnativo, di davvero notevole spessore. Il tasawwuf, il «sufismo», la dottrina di quella ahl al-tasawwuf, «la gente che segue la via spirituale», si sviluppò a partire dall’Islam persiano, soprattutto nel Nord (Transoxiana), e nel Nono secolo, a Baghdad, s’incentrò attorno alla grande figura di un vero maestro, Junayd. Al suo insegnamento si ispirarono parecchi discepoli, tra cui Kalabadhi: il quale s’impegnò a mostrare come il sufismo altro non fosse che il punto d’arrivo d’una serie di pratiche ascetico-mistiche tese alla conoscenza esoterica (ma’rifa) di Dio attraverso il riconoscimento del carattere fondante dell’ignoranza umana.
Kalabadhi (così chiamato da una località presso Buchara nel quale vide la luce) era un nativo del Khorassan d’origine persiana, mistico ma anche giurista hanafita; visse ai tempi della dinastia Samanide e morì verso il 985-985. La sua posizione si ricollega ad al-Hallaj (il mistico martirizzato nel 922 a Baghdad), attraverso quell’al-Farisi che il Massignon ritiene uno dei principali tramiti della tradizione al-hallajita. Da Baghdad, i sufi al-hallajiti avevano trovato rifugio nell’accogliente e tollerante atmosfera della persiana Nishapur. Apprendiamo così che anche l’Islam ha avuto i suoi inquisitori, i suoi inquisiti, i suoi martiri.

Kalabadhi, Il sufismo nelle parole degli antichi, a cura di Paolo Urizzi, Officina degli Studi Medievali, 532 pagine, 35 euro

 

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