
Riservato, schivo, forse perfino - da buon piemontese - un po’ scontroso dietro l’irreprensibile gentilezza, Aldo A. Settia è uno dei medievalisti più seri e preparati della generazione che ormai è giunta alle soglie dell’anzianità professionale ma che resta tuttora vigile e attiva. All’attivo di Aldo A. Settia c’è una vasta e massiccia produzione che riguarda i temi del popolamento, degli insediamenti e quindi anche della sicurezza, delle fortificazioni e della guerra. Direi anzi che Settia è, per eccellenza, lo specialista italiano della guerra nel Medioevo. Da lui avevamo già avuto un bel volume di sintesi, riguardante la guerra e le istituzioni militari nell’età dei comuni (appunto Comuni in guerra, Bologna 1993). Si aspettava pertanto proprio da lui questo bel lavoro, che tratta la guerra medievale nel suo insieme: dall’età barbarica alle soglie del Rinascimento, con attenzione agli aspetti istituzionali, tecnici, socioeconomici e culturali. Nessun altro, credo, avrebbe potuto scriverlo in Italia: in Francia, oggi, solo Philippe Contamine. Rapine, assedi, battaglie. Potrebbe sembrar l’inizio di un cantare epico: ma il severo, asciutto Settia non ama gli effetti retorici, e la qualità della sua scrittura emerge appunto dalla limpida e diretta semplicità. Il trinomio del titolo caratterizza bene, e con sinteticità, i caratteri di fondo della guerra medievale: fatta appunto di rapide e crudeli scorrerie, di lunghi e snervanti assedi (risolti, quando vincevano gli assedianti, quasi sempre grazie al tradimento o per fame: era difficile la conquista di città e fortezza per espugnazione), di feroci e rumorose ma tutto sommato abbastanza poco cruente battaglie di campo. Questo sia detto in generale: ché il cosiddetto «Medioevo» (mille anni circa, nella periodizzazione e nella convenzione ordinarie) fu tutt’altro che un’età immobile.
Il libro si articola con equilibrio in cinque lunghi capitoli. Il primo è dedicato alla strategie della rapina: la razzia di frontiera, il saccheggio, le incursioni con relative distruzioni del territorio oggetto dell’azione, la spartizione del bottino. Il secondo riguarda le fortezze e gli assedi: distribuzione territoriale delle fortezze, tecniche ossidionali, macchine da assedio, artiglierie, attacchi e difese, fame e tradimenti (più efficaci degli assalti alle mura e delle stesse artiglierie, quando cominciarono a essere usate). Il terzo tratta le battaglie campali: quelle vere e quelle mimate e minacciate ma non combattute, gli schieramenti, gli scontri, la progressiva eclisse della cavalleria. Il quarto verte sui «tempi» della guerra: le stagioni dell’anno, le ore del giorno e della notte deputate all’attacco e alla veglia o al riposo, il rapporto con gli agenti atmosferici. Il quinto, infine, prende in considerazione il rapporto del guerrieri (cavaliere, fante, mercenario) con il suo corpo: il cibo e la fame, il dolore, le ferite, le cure, la morte. Forse, il lettore finisce con l’avvertire - in questa bella ed esauriente sintesi - il bisogno di un capitolo che avrebbe dovuto essere dedicato all’economia della guerra (costi delle armi, stipendi dei mercenari, proventi del bottino, e dei riscatti dei prigionieri) e di un altro sulla religiosità e sulle superstizioni, insomma sui «quadri mentali» del combattente. Ma entrambi questi temi sono oggetto di parecchie notizie che si possono ricavare dal libro o conseguire consultando l’amplissima bibliografia citata.
Aldo A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, 358 pagine, 19 euro