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L'immortalità vola in Air

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

Peter Pan continua a giocare, a dispetto dei quarant’anni, delle molte fatiche, dei due ritiri. E gioca come sempre, cioè bene. Dando spettacolo, facendo rivivere emozioni e passioni, mettendo in secondo piano i nuovi miti, le stelle emergenti. Insomma: Michael Jordan non smette di stupire, di rappresentare un esempio, un figlio perfetto per il Sogno Americano. Dopo le stagioni da leggenda nei Chicago Bulls, una parentesi senza arte né parte nel baseball (con i White Sox), si è ripresentato nei palazzetti della Nba con la maglia dei Washington Wizard. Giocatore, ma anche padrone: visto che è comproprietario del club. È tornato a realizzare 45 punti a partita, a impartire lezioni di basket: a dimostrare, insomma, di essere tuttora il numero uno. Jordan appartiene alla ristretta schiera degli assi universali: non rappresentano una disciplina, una squadra, ma lo sport nella sua essenza, nella sua anima, nel suo spirito. La sua maglietta numero 23 è nuovamente venduta in tutto il mondo, non la indossano soltanto i ragazzi americani, ma i giovani tifosi di Roma e Oslo, di Rio de Janeiro e Sidney, di Bombay e di Tokyo. «Air» Jordan con le sue prodezze è come Pelé o Ayrton Senna, un fuoriclasse senza età e senza riferimenti, entrato - da tempo - a far parte dell’immaginario collettivo. La sua è una storia di successi e di colpi di scena. Sei titoli Nba con i Chicago Bulls, due ori olimpici, per sette stagioni consecutive miglior realizzatore, per cinque campionati miglior giocatore, ogni sua esibizione era un’opera d’arte, una gemma. Ha rappresentato per la comunità dei neri statunitensi, e non solo, un modello da imitare: Michael, nato a Brooklyn, aveva vinto, contro tutto e tutti, la sua battaglia. Aveva «schiacciato» la povertà, l’emarginazione, l’intolleranza. Anche i bianchi di Wall Street deliravano per lui, facevano la coda al botteghino per poterlo ammirare, per strappargli un autografo, una stretta di mano.
Il 6 ottobre ’93 l’annuncio inatteso: Jordan dice basta. A trent’anni vuole uscire dal basket, dai tre punti, dai rimbalzi, dalle palle rubate. Ha deciso di puntare su altri orizzonti, di assecondare il richiamo della sirena-baseball. Ma sul diamante, «Air» è spaesato. L’esperienza è negativa, sconfortante. Conquistare basi non ha lo stesso fascino della conquista dei palloni sotto canestro. Così, decide di ritornare. Siamo nel ’95, di nuovo con i Bulls. La festa è gigante, la pallacanestro americana ritrova il figliol prodigo, riprendono le sfide con Magic Johnson. E resterà per sempre indelebile quell’ultimo, prodigioso canestro contro gli Utah Jazz, il 14 giungo ’98: giunge, così, il sesto anello, l’ultimo di una carriera non ripetibile, non clonabile. Chicago scende in strada a festeggiare il suo idolo. Lui, Michael, si ritrova ragazzo, al centro delle attenzioni, dei cuori. Il 13 gennaio ’99, il secondo passo d’addio. Defini-tivo? Jordan si dedica ai propri affari, la sua immagine è un poster da vendere a livello internazionale, anche fuori dal campo è sempre lui, «Air», un fenomeno capace di produrre miliardi. Porta in giro per il mondo il suo messaggio, il suo verbo, il basket inteso come palestra di vita, oasi di una possibile felicità. Comincia a mettere su qualche chilo di troppo, le ore in palestra sono noiose, «dentro» risente quel richiamo inconfondibile. Rinasce il desiderio di tornare, di rimettersi in discussione. Ma come, ma dove? Gli interrogativi sono subito risolti. Il campione acquista metà dei Washington Wizards e, come per incantamento, rieccolo all’opera. Nel settembre 2001 la terza rinascita. Per il suo debutto, in amichevole, un tempo contro i Detroit Pistols, sono in ventiduemila a dirgli «bentornato!». Per le prime partite di Michael, la rete televisiva Nbc rivoluziona il proprio palinsesto, perché, afferma Kevin Sullivan, vice-presidente della prestigiosa emittente, «Jordan ha un significato che va oltre il gioco del basket». E Magic Johnson di rimando: «Se Dio fosse stato un giocatore di basket, sarebbe stato Michael Jordan».
«Air» vuole diventare un maestro per i molti giovani dei Wizards, li vuole prendere per mano e portarli lontano, alla conquista del primo titolo. «Io ormai - afferma, con orgoglio - non mi esibisco per i soldi o per la gloria, ma soltanto per amore». Intanto, ha superato il leggendario Chamberlain nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi. Davanti a Jordan ci sono soltanto Karl Malone e Kareem Abdul Jabbar. Michael è un uomo appagato e felice. Che ha deciso di dedicarsi agli altri, a chi soffre. Ha destinato un milione di dollari alle famiglie delle vittime delle Twin Towers, continua a partecipare alle «giornate per i poveri». «È nostro compito - ripete - non stare a guardare. La vita ci ha dato salute e fortuna, successo. Noi abbiamo l’obbligo di non dimenticare chi soffre. Soprattutto noi campioni dobbiamo lottare al fianco dei più deboli, di chi ha bisogno, di chi urla. Dobbiamo imparare a fermarci, e guardare. E a saper tendere la mano, a portare conforto, sollievo. Non abbiamo diritto di restare dentro le nostri torri d’avorio». Ed è, così, sempre un piacere vedere in azione Michael Jordan; lui che, nella finzione cinematografica, è arrivato a giocare con Bugs Bunny. Lo rivediamo, all’apice della gloria, nel ’92, a Chicago, dominare la scena incontrastato, portare in paradiso un’intera metropoli. Non c’era verso di trovare un tassista disponibile a effettuare una corsa: erano fermi, nei posteggi, a guardare, dalle mini-tv, il loro beniamino. Ti dicevano, con un sorriso: «Dopo, signore, dopo il match. Adesso, vogliamo goderci il nostro “Air”, i suoi funambolismi, le sue meraviglie». E tu restavi lì, nella notte, stupito da tanto bene, da tanta ammirazione. Michael Jordan non ha più niente da chiedere alla propria vita professionale: «Ho davvero ottenuto tutto, e anche di più. Ma un sogno nel cassetto mi resta, e non riguarda il basket...». Si tratta di un film. Al fianco di Julia Roberts. Perché anche i campioni hanno i loro miti.