
Aria un po’ da elfo, sguardo beffardo e stralunato, mosse scordinate da burattino surrealista, Giorgio Gaber aveva il genio e la poesia del cantautore classico ma evitava con scrupolo, come una pericolosa deriva verso il rimbambimento, quelle insopportabili pose da grand’uomo che col tempo sono diventate quasi una seconda natura per chiunque imbracci una chitarra e abbozzi qualche verso in musica. Eppure avrebbe ben potuto vantare i suoi meriti. All’apice della carriera, negli anni Sessanta, insieme a Umberto Simonetta, Gaber aveva addirittura inventato una lingua: la lingua schernitrice e immaginosa del Cerutti Gino, lo slang prepotente e barocco dei desperados di Porta Romana. Prima di Gaber e Simonetta c’erano riusciti soltanto Fred Buscaglione e il suo paroliere, Leo Chiosso, che però avevano rubato la loro lingua corsara al miglior cinema americano (quello sgangherato, di serie B o peggio). Nelle canzoni di Buscaglione, si parlava una lingua perfettamente limpida ed eloquente ma anche del tutto immaginaria, come l’esperanto o l’alto elfico in appendice al Signore degli Anelli. Gaber e Simonetta avevano invece dato dignità letteraria al gergo dei balordi che si biascicava nelle periferie urbane.
Era poesia senza zucchero e senza enfasi, cioè senza retropensieri lirici, che andava dritto al cuore delle cose e che, contemporaneamente, teneva altissimo l’acuto poetico. Era l’italiano che risuonava, inconfondibile, intorno al bancone dei trani a gogò, nei pressi del biliardo dove Riccardo mandava in buca da solo e financo giù in strada, dove strombazzava il clacson anni Trenta (poti-poti) della Torpedo blu. Gaber fu l’accademico, tra le altre cose, di questa particolare Crusca. Non ebbe soltanto meriti da cantautore: il bell’accordo, l’espressione caruccia, il pensierino corretto, la voce squillante. Fu anche, anzi soprattutto, un giocoliere linguistico brillante e illuminato. Ribelle autentico, Giorgio Gaber si lasciò dietro, come un abito vecchio, i lustrini di Canzonissima e del grande successo commerciale. Maturò, si disse. Più semplicemente, in realtà, perse interesse per il pubblico indifferenziato delle canzonette e ne suscitò uno a propria somiglianza, che non coincideva più con i circuiti tradizionali della musica di consumo. Soltanto in questo senso la sua fu una «maturazione», ché Gaber era adulto già da un pezzo, naturalmente, e di sicuro non portava l’anello al naso né girava col foglio rosa, per citare una delle sue ballate.
Seguì un percorso diverso ed eccentrico rispetto a quello tipico del cantautore doc, del musichiere avanguardista, eternamente convinto che le sue canzonette cambieranno il mondo, un’idea già tramontata quando Bob Dylan, poco più che ventenne, aveva lasciato la scena folk per darsi al rock and roll. Beninteso: anche Gaber, come tutti, era «di sinistra». Ma mentre gli altri cantautori, quelli barbuti e pensosi, serravano i ranghi intorno alle Feste dell’Unità e alle «attività culturali» dei gruppuscoli nazimaoisti, lui se ne allontanava a passetti lievi, segnando una distanza che, per uno strano gioco ottico, poteva risultare impercettibile ai protagonisti di quell’annusarsi guardinghi, ma era chiara, fin troppo, a chi li scrutava di lontano, ora compiaciuto, ora infastidito. Quella di Gaber era poesia critica, ironica e anche un po’ crudele, che non faceva sconti a nessuno, neppure a se stessa e alle proprie convenzioni. Quella dei cantautori conclamati era invece un verseggiare retorico, declamatorio e prevedibile che individuava un nemico e lo processava in pubblico oppure sfogava le sue stracche paturnie esistenziali con un’intimismo, quando andava bene, da rimario mogoliano.
Molto in ritardo sul fatto, l’accusa di «qualunquismo» contro Gaber la spiccò per primo Luca Canali: sull’Unità, nel 1998. Ecco il paradosso (e la colpa) di Gaber, suonò la requisitoria. Colto, intelligente, graffiante, capace di sfiorare le corde giuste e di prendere al volo gli aggettivi migliori, Giorgio Gaber era il candidato naturale a rappresentare al meglio quella particolarissima figura di «intellettuale pubblico» ch’è il Cantautore, madonna pellegrina delle televisioni che non uccidono le emozioni, icona per definizione d’ogni «ceto medio riflessivo». Ma disgraziatamente gli faceva difetto la voglia di fingersi eternamente indignato e l’ossessione di sfoderare squadra e righello, per ridisegnare, smussando gli angoli e quadrando i cerchi, il volto butterato del cosmo. L’impegno. Anzi l’Impegno. Gaber era un qualunquista di sinistra, dunque un anarchico, incazzato con lo Stato «che pretende d’insegnare a pensare al cittadino ciò che esso Stato crede morale, giusto, bene». In tempo di tricolori sbandierati a destra e manca l’anarchico è così qualunquista e così di sinistra da pensare che «l’idea della patria» sia «la più mortale di tutte», mentre l’individuo concreto, come il proletariato della favola, non ha nazione (se non, di tanto in tanto, quella che si sceglie) e vuole soltanto «che nessuno gli rompa le scatole» (la citazione è di Guglielmo Giannini, ma potrebbe essere di Gaber).
Il qualunquismo di Gaber era un ritorno alla «coscienza della propria unicità come risposta a qualsiasi processo di collettivizzazione» (lo spiegò in un’intervista con Massimo Bernardini, per Tracce). «Io credo - disse - di averli sempre fatti i conti con l’io, in fondo già dai tempi di Chiedo scusa se parlo di Maria, canzone che riaffermava i diritti dell’io in anni in cui l’imperativo morale era occuparsi di tutt’altro: la rivoluzione, la politica...». Mettete su il disco, se l’avete sottomano, e sentitelo cantare che «se sapessi parlare di Maria,/ se sapessi davvero capire la sua esistenza/ avrei capito esattamente la realtà,/ la paura, la tensione, la violenza,/ avrei capito il capitale, la borghesia,/ ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria». Oppure ascoltate Non insegnate ai bambini (fa parte dell’album postumo Io non mi sento italiano ed è stata suonata al suo funerale): «Non insegnate ai bambini/ non divulgate illusioni sociali/ non gli riempite il futuro/ di vecchi ideali/ l’unica cosa sicura è tenerli lontano/ dalla nostra cultura». A Gaber, qualunquista incorreggibile, garbava poco «questo gusto, questo sfoggio di giocare all’uncinetto/ con le opinioni». Di fronte ai diktat dell’ideologia, quando non gli scappava da ridere, all’autore della ballata del Cerutti veniva una botta di malinconia: «Devi dare una mano non puoi tirarti fuori/ Devi andare a votare poco convinto/ Devi fare il tuo intervento/ Devi partecipare a questo gioco di potere sempre più meschino e scaltro». Era a tutti gli effetti il perfetto rovesciamento dell’Artista Impegnato. Come potrebbe, l’Artista Impegnato, avvicinarsi al mondo con una valigia piena di dubbi, interrogarsi con umorismo sul senso delle cose, intercettare il Dibattito e poi, cambiando di colpo canale, decidere che è venuto il momento di farsi piuttosto uno shampoo? Come potrebbe, l’Artista Impe-gnato, strimpellare non la fierezza dell’opposizione o l’orgoglio del governare, ma lo smarrimento sereno di chi «destra» e «sinistra» non sa più (anzi non ha mai saputo, perché il fatto è che non c’è niente da sapere) che cosa siano di preciso?
Come potrebbe, infine, l’Artista Impegnato fischiettare quel che Gaber ha scritto in uno dei suoi pezzi di teatro più riusciti, smascherando i sottintesi umani («Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia», «Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica»), gli equivoci («Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto», «Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali»), le piccole miserie («Qualcuno era comunista perché vedeva solo Rai Tre», «Qualcuno era comunista perché prima era fascista»), le manie («Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri») e i dubbi («Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio») per nulla ideologici che stanno dietro ai «sissignore» e agli «embé» dell’ideologia? Gli sfottò di Gaber sembravano tallonare e prendere di mira proprio il percorso dello spirito del tempo. Era stremato dalle chiacchiere vane e impietoso col politically correct: «La mia vita di ogni giorno/ è preoccuparmi di ciò che ho intorno/ ho una passione travolgente/ per gli animali e per l’ambiente/ penso alle vipere sempre più rare/ e anche al rispetto per le zanzare», «penso al recupero dei criminali/ delle puttane e dei transessuali/ penso che è bello sentirsi buoni/ usando i soldi degli italiani». Era schifato da quella «parvenza d’altruismo che noi chiamiamo solidarietà». E siccome è la vacca sacra dei tempi nostri, non si coccolava neppure la democrazia, che ai suoi occhi restava soltanto un’«espressione poetica e suggestiva»: votare è come giocare al lotto, «solo che al lotto il popolo qualche volta vince, in democrazia mai». Era un cantautore senza maiuscole. Mai confuse ’o sole mio con il sol dell’avvenir.