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Vita, morte e misfatti di Stalinissima

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Indelicato
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Apparentemente Tina Modotti fu un personaggio minore del Novecento. Fu - è vero - per un certo periodo una fotografa famosa, le cui opere sono ancor oggi battute nelle aste delle case più prestigiose e vendute a prezzi comparabili a quelli di alcuni quadri di pittori moderni, ma non è questa la ragione - o almeno non la sola - per la quale Udine si vanta di averle dato i natali e le ha dedicato una strada. E dire che essa l’aveva lasciata quando era poco più che una bambina per raggiungere il padre Giuseppe, un meccanico, emigrato prima in Austria e poi, come tanti altri, negli Stati Uniti a tentare la fortuna. La madre era casalinga ma, quando poteva, lavorava anche da sartina: era difficile in quelle condizioni mantenere una famiglia di sette figli. Assunta Adelaide Luigia era nata nel 1896 e aveva frequentato le cinque classi della scuola elementare; nel 1909 era andata anche lei a lavorare, prima in una fabbrica di seta e in seguito in un laboratorio tessile. Dal padre, dopo la partenza per gli Stati Uniti, non arrivavano alla famiglia i soldi promessi e addirittura per diversi mesi nessuna notizia. In casa, nell’attesa, dovevano lavorare tutti, per aggiungere qualcosa all’aiuto che il Comune forniva ai cittadini più diseredati. Finalmente giunse la grande notizia: ora che aveva trovato un lavoro il padre poteva farsi raggiungere da una parte della famiglia a San Francisco. Sino ad allora quella dei Modotti era stata l’abituale storia di centinaia di migliaia di italiani, specie meridionali e del Nord-est, che tentavano la sorte lontano dall’Italia andando a «fare l’America». Non tutti avevano successo, ma in molti ci provavano. Anche Assuntina, giunta a San Francisco, dovette ricominciare a lavorare; non fu difficile trovarle un impiego prima in una fabbrica di camicie e poi in una di cappelli da uomo. Nel suo scarso tempo libero quell’italiana ventenne, che aveva - come ci si attendeva - una gran massa di capelli scuri e profondi occhi neri, ma della quale si notava principalmente il bel corpo, girava per la città, una città tanto più grande e varia della sua Udine. Durante una visita a un’esposizione di pittura incontrò uno scrittore e pittore - o almeno era quanto egli diceva di essere - un uomo comunque di una classe sociale più elevata della sua, che ostentava abitudini da bohémien. Era un canadese, Robo de Richey, che aveva «nobilitato» il suo nome aggiungendovi qualche elemento supplementare: egli si faceva infatti chiamare Roubaix de l’Abrie Richey.
Una storia alla Cenerentola, quella di Assuntina? Quasi. I due giovani - lei aveva vent’anni, lui sei di più - si sposarono immediatamente e si trasferirono a Los Angeles. Hollywood non era lontana e Tina (ormai tutti la chiamavano così), che aveva avuto delle esperienze filodrammatiche nella Little Italy di San Francisco, ottenne una parte in un film - The tiger’s coat - per l’epoca un po’ audace, dove appariva coperta soltanto da alcuni veli trasparenti. Non continuò la carriera cinematografica, anche se ebbe delle particine in altri due film di cui le storie del cinema non hanno conservato memoria alcuna. Ma ormai la sua vita aveva subito una svolta importante. Aveva un marito, benché si trattasse di un tipo piuttosto strano, e principalmente frequentava persone interessanti, artisti falsi e veri. Anche lei era interessante, perché si faceva notare per la sua vivacità di spirito e per il fascino spregiudicato, tanto più piccante in quanto emanava da un’italiana. Un famoso fotografo, Edward Weston, la volle come modella (e come amante) e in certo modo le ricambiò la cortesia iniziandola alla tecnica e all’arte della sua professione (Tina aveva già avuto un amante messicano, amico del marito, morto poco dopo averla conosciuta). D’altronde dopo soltanto pochi mesi di matrimonio anche Roubaix de l’Abrie Richey, durante un viaggio in Messico, si ammalò, forse di vaiolo o di tubercolosi, e morì nel giro di pochi giorni. Tina si trasferì in Messico con Weston, sotto la cui guida perfezionò la sua tecnica fotografica, fece delle esposizioni delle sue opere, che ebbero un buon successo, e continuò a lavorare e produrre anche quando Wetson, che era sposato e padre di quattro figli, decise di tornare dalla sua famiglia in California.
Benché di lui innamoratissima, Tina non fece una tragedia di quell’abbandono. Alcuni anni dopo, in uno di quei formulari scherzosi di moda tra l’Otto e il Novecento, alla voce «le mie passioni» avrebbe scritto: «Gli uomini». Il «successore» di Weston fu Xavier Guerriero, non più un fotografo o un pittore ma un rivoluzionario, membro del partito comunista del Messico, Paese nel quale Tina si era definitivamente stabilita. Fu lui, probabilmente, che la iniziò al marxismo e la trasformò in una militante sempre più attiva. Per un certo periodo essa conciliò l’attività professionale con quella politica, anzi mise la prima al servizio della seconda: le sue foto rappresentavano sempre più spesso la miseria degli umili, la volontà di riscatto, i simboli della futura rivoluzione. Si ricordò di essere nata in Italia e si diede anche alla propaganda antifascista, partecipando a manifestazioni di protesta e distribuendo letteratura comunista. Guerriero, però, non era un qualsiasi membro del partito, ma un uomo del Comintern e, come tale, fu chiamato a Mosca per un soggiorno di studio e di «preparazione» che sarebbe durato tre anni. Tina gli promise che l’avrebbe atteso fedelmente. Sei mesi dopo incontrò un altro comunista: Julio Antonio Mella, un cubano che si era rifugiato a Città del Messico a causa della sua attività di oppositore all’allora presidente del suo Paese, Gerardo Machado. Assieme agli altri rifugiati centro-americani cospirava contro i vari tiranni della regione e appoggiava in particolare la guerriglia che in quegli anni Augusto C. Sandino conduceva contro i marines statunitensi. Anche Tina era attiva nel comitato «Giù le mani dal Nicaragua» e aveva chiesto addirittura - ma invano - di unirsi ai rivoltosi. Una sera del 1929, mentre i due ritornavano sottobraccio a casa, furono esplosi alcuni colpi d’arma da fuoco contro Julio Antonio Mella, che si accasciò immediatamente al suolo. Sarebbe sopravvissuto soltanto poche ore, ma senza riprendere conoscenza. Sulla stampa cominciarono a intrecciarsi le più svariate ipotesi sui sicari e sui mandanti. Non vi era dubbio alcuno che il dittatore cubano lo odiasse e potesse desiderare la sua fine, ma qualcuno insinuò che l’assassinio era stato compiuto da un rivale o da un pretendente ai favori della sua amante. Qualche altro insistette sul movente politico del crimine, ma attribuendolo ad altri comunisti, dato che Mella da qualche tempo aveva manifestato tendenze o almeno simpatie trotskiste. Una volta posta la vicenda su questo terreno, su alcuni giornali apparvero «rivelazioni» secondo cui la stessa Tina sarebbe stata presumibilmente d’accordo con i sicari. Era ormai risaputo che essa dal 1926 era una fedele stalinista e, com’è noto, in quegli anni la caccia al trotskista era aperta in tutto il mondo. Tina fu fermata per qualche tempo per aver fatto una deposizione contestata da alcuni testimoni e infine rilasciata perché i suoi accusatori furono ritenuti troppo giovani per essere creduti. Fu specialmente Diego Rivera, il famoso pittore dei murales, anch’egli comunista (e con il quale Tina aveva avuto una relazione intima), che prese energicamente le sue difese e riuscì a far tacere tutte le insinuazioni che circolavano su di lei.
Quella difesa fu uno degli ultimi atti ufficiali del pittore per conto del partito comunista; nel settembre successivo egli ne fu espulso perché sospettato di «deviazione di destra» e quindi di trotskismo (sarebbe stato riammesso alcuni anni dopo). Tina ruppe ogni rapporto con lui: più grande della gratitudine era ormai la fedeltà al partito, ai suoi ordini e ai suoi anatemi. Dopo la morte di Mella era rimasta sola. Le restava per l’appunto il partito, che si era già materializzato - prima ancora della tragedia - in un altro suo esponente. Si trattava non solo di un connazionale, ma addirittura quasi di un corregionale: il triestino Vittorio Vidali. L’atmosfera politica messicana tuttavia era cambiata: il governo era preoccupato dell’attività dei vari rifugiati rivoluzionari centro-americani, che agivano spesso di conserva con quelli locali. Fatto sta che, quando nel gennaio del 1930 fu scoperto un complotto per assassinare il presidente della repubblica Pascual Ortìz Rubio, furono eseguiti numerosi arresti, seguiti da espulsioni di stranieri che, come si disse anche di Tina, erano implicati nella cospirazione. Il partito comunista messicano, al quale essa notoriamente apparteneva, fu messo fuori legge. Non è chiaro perché Tina non abbia scelto di tornare negli Stati Uniti, dove aveva vissuto sino a qualche anno prima e dove vivevano ancora tre dei suoi fratelli. La spiegazione è fornita forse dal fatto che anche Vidali aveva dovuto lasciare il Messico e presumibilmente aveva ricevuto dal Comintern l’ordine di tornare in Europa. Tina lo seguì. La sua prima tappa - cinque mesi - fu in Germania, dove essa poté continuare il suo lavoro di fotografa per conto dell’Arbeiter Illustrierte Zeitung, la popolare rivista comunista creata dal famoso organizzatore Willi Münzemberger. Ma il guadagno era necessariamente scarso. Vidali aveva proseguito per Mosca, dove nell’ottobre successivo le disse di raggiungerlo.
Fu a questo punto che avvenne una svolta definitiva nella vita di Tina. Era stata attrice, fotografa ed era diventata esclusivamente comunista. A Mosca diventò anche lei qualcosa di diverso: come Vidali fu una funzionaria del Comintern. Da quel momento in poi non prese più in mano un apparecchio fotografico: il suo lavoro era ormai un altro meno evidente, i suoi compiti erano diversi e addirittura segreti. Formalmente sarebbe stata membro di un’organizzazione di aiuto ai comunisti perseguitati: il «Soccorso rosso internazionale». Perché le si concedesse di fare questo gran passo dovette compilare, come tutti erano obbligati a fare, un’autobiografia, la cui lettura presenta un certo interesse specialmente per alcune reticenze: se essa insiste molto sulla miseria della sua famiglia, non fa alcun cenno al suo matrimonio, all’esperienza cinematografica o all’episodio della morte di Mella. Anche all’attività di fotografa non è dedicato molto più di un breve accenno. Gli autori le cui opere sosteneva di aver letto erano Marx (ma del primo libro del Capitale soltanto l’inizio, «per mancanza di tempo»), Engels e naturalmente Lenin. Dell’attività politica passata era sottolineata la partecipazione alla «Lega anti-imperialista», alla «Lega antifascista» e a diverse altre organizzazioni fiancheggiatrici del Comintern, ma non al movimento «Giù le mani dal Nicaragua», probabilmente a causa della rottura intervenuta tra Sandino e il Comintern. Come garante della sua lealtà per il comunismo essa citava «il mio uomo, Vittorio Vidali (Carlos Contreras), cittadino italiano, membro del partito comunista (dell’Urss) e da molti anni rivoluzionario di professione». Nel periodo successivo Tina scrisse articoli di propaganda in spagnolo, inglese e italiano, eseguì delle traduzioni e, sotto la copertura del «Soccorso rosso», fu mandata con incarichi segreti a Varsavia, a Vienna, a Parigi e a Madrid. Nel 1935 con Vidali avrebbe dovuto essere destinata a una lunga missione in Cina per lavorare nel gruppo di Richard Sorge, il che fa pensare che i suoi compiti non sarebbero stati limitati all’assistenza dei compagni in difficoltà. All’ultimo momento tuttavia giunse un contrordine: la loro prossima sede sarebbe stata Madrid, dove da quattro anni era stata proclamata la repubblica e si preparavano grandi eventi. Dopo due anni infatti, nel luglio del 1936, scoppiò la rivolta franchista.
Tina in Spagna avrebbe continuato a occuparsi ufficialmente del «Soccorso rosso internazionale», ma durante la guerra civile avrebbe lavorato anche negli ospedali per assistere i feriti dell’esercito repubblicano e delle brigate internazionali. Avrebbe inoltre svolto «funzioni di collegamento» non meglio specificate. I suoi nuovi nomi sarebbero stati Maria Ruiz e Carmen Ruiz Sanchez, ma molti si riferivano a lei come alla «donna del compagno Vidali», chiamato a comandare il «Quinto reggimento» con il nome di Carlos Contreras. Una specie di leggenda rappresenterà «Maria» come una suora laica, che svolgeva le funzioni di infermiera con incredibile abnegazione e competenza, sempre pronta ad alleviare i dolori dei feriti e a consolarli. Vestiva sempre di nero, annotano i biografi, «come la Pasionaria». Certo non è escluso che essa abbia fatto veramente l’infermiera. Una delle sue compagne avrebbe raccontato come anche durante quell’attività umanitaria essa non avesse dimenticato le ragioni ideali della sua partecipazione alla guerra civile. Alla domanda perché odiasse il fascismo Tina avrebbe risposto: «Non per delle ragioni teoriche, ma per tutto ciò che ho sofferto a causa sua». È vero che essa aveva lasciato l’Italia nel 1913, molto prima dunque dell’avvento del fascismo, ma la sua attività politica non era sfuggita all’ambasciata d’Italia in Messico, presso la quale aveva anche rinnovato il passaporto, e ad altri uffici diplomatici, che l’avevano segnalata a Roma come agitatrice in tre o in quattro comunicazioni. Ma forse quando parlava di ciò che aveva subito dal fascismo, Tina si riferiva al fatto che il Comintern non l’aveva autorizzata a recarsi clandestinamente in Italia per svolgervi attività cospirativa, come lei avrebbe chiesto di fare. Certo, se fosse andata e fosse stata scoperta avrebbe avuto qualche problema con le autorità italiane. Per lei in Spagna non ci fu solo il lavoro presso il «Soccorso rosso» e l’attività di infermiera, poiché si arruolò nel «Quinto reggimento» e partecipò a vari congressi, sia in Spagna sia in Francia, sempre per sostenere la lotta dei repubblicani e degli antifascisti. Nel frattempo Vittorio Vidali, comandante del «Quinto reggimento», svolgeva anche compiti diversi da quelli esclusivamente militari. In esecuzione degli ordini che giungevano dal Comintern, egli era stato incaricato di estirpare la malapianta del trotskismo e dell’anarchismo dal fronte antifranchista. Contro i trotskisti, che per Mosca altro non erano che degli agenti di Hitler, i «processi di Mosca» dovevano esser celebrati anche in Spagna. Secondo molti testimoni e molti storici, Vidali fu uno dei più attivi ed efficaci «cacciatori» di membri del Partido obrero de unificaciòn marxista, accusato appunto di trotskismo. Lo storico Hugh Thomas lo definisce «uno dei più formidabili assassini che operarono in Spagna». In particolare egli fece parte del gruppo di comunisti che nel maggio del 1937 arrestò Andrés Nin, capo del Poum, e che dopo averlo portato in una prigione segreta di partito lo torturò a lungo perché confessasse i suoi inesistenti legami con i nazisti. Quando ci si rese conto che egli non avrebbe mai ammesso di essere un agente hitleriano e che d’altronde non poteva più esser lasciato libero, date le condizioni fisiche in cui era stato ridotto, ne fu decisa la fucilazione. Materialmente le operazioni - torture e fucilazione - furono condotte da Alexander Orlov, rappresentante della Nkwd in Spagna. La responsabilità comunque va attribuita a Palmiro Togliatti, capo dell’«ufficio purghe», e a Vittorio Vidali, che dirigeva la sezione speciale per la lotta al trotskismo.
Anche Tina Modotti svolgeva qualche incarico «particolare»: essa era infatti assistente di Pauline Marty (moglie del famoso «eroe della rivolta del Mar Nero» e ispettore delle brigate internazionali), che dirigeva l’ufficio di controspionaggio. È credibile che Tina, «la madre, la sorella, l’amica, l’angelo dei feriti», ignorasse in cosa consistesse veramente l’attività del suo uomo, tanto più che essa stessa era incaricata di svolgere compiti di controspionaggio? Sembra invece, secondo alcune fonti, che abbia preso parte a esecuzioni di comunisti «sospetti», come il brasiliano Alberto Bomilcar Besuchet, fratello di due trotskisti. Su questi aspetti della partecipazione della Modotti alla guerra condotta dagli stalinisti contro gli altri rivoluzionari in Spagna, quasi tutti i suoi biografi (specialmente le sue biografe, generalmente come lei comuniste) sorvolano. Ciò non significa che essa abbia vissuto quegli anni turbinosi e tragici senza porsi dei problemi di coscienza, anche se come tanti altri li avrà superati o accantonati dicendosi che per la causa del trionfo dell’ideale comunista era necessario far tacere qualsiasi sentimento di pietà e qualsiasi esitazione. È vero che alcuni «compagni» dell’epoca ricordano che i rapporti tra lei e Vidali non erano sempre idilliaci e che tra i due vi erano spesso delle dispute anche violente, ma essi si affrettano a precisare che erano probabilmente originate dalla gelosia di Tina e non certo da disaccordi di natura politica. Alla fine della guerra civile Vitali e Tina (anzi «Tinísima», come la chiamavano i compagni), come migliaia d’altri combattenti repubblicani, ripararono in Francia da dove cercarono di recarsi negli Stati Uniti. Ma, mentre Vidali ottenne il visto d’ingresso senza difficoltà, questo fu negato a Tina che, come lui, aveva ora un passaporto rilasciato dal governo repubblicano spagnolo. Non sono chiare le ragioni di tale rifiuto, né perché essa non abbia utilizzato il passaporto italiano di cui doveva essere ancora in possesso e dal quale sarebbe risultato che aveva già risieduto negli Stati Uniti, dove vivevano ancora i suoi fratelli. Fatto sta che dovette proseguire il suo viaggio sino al Messico, dove peraltro era ancora in vigore il decreto della sua espulsione. Poté comunque entrare e rimanere nell’attesa che i suoi vecchi amici ne ottenessero la revoca. Il clima politico infatti era molto cambiato da quando Tina era stata arrestata ed espulsa. Alla presidenza della repubblica vi era ora Lázaro Cárdenas del Rio, molto aperto verso i partiti socialisti e ospitale nei confronti dei rifugiati dalla repubblica spagnola, il cui governo in esilio il Messico continuò a riconoscere sino alla morte di Franco. Qualche tempo dopo Tina, che in tutti i mesi della sua «clandestinità» aveva limitato i suoi contatti ai comunisti italiani, ottenne la revoca della sua espulsione. Tuttavia anche dopo che la sua posizione fu regolarizzata essa continuò a fare una vita estremamente ritirata. Intanto anche Vidali era tornato in Messico, quasi certamente per ordine dei suoi superiori sovietici.
Vi era infatti un altro fronte nel quale i comunisti erano chiamati a battersi. Nel 1936 il presidente Cárdenas, aderendo alla richiesta di Diego Rivera e di altri artisti, aveva offerto ospitalità a Leone Trotsky espulso dalla Norvegia a seguito delle pressioni del governo sovietico. Nel gennaio dell’anno seguente il «profeta disarmato» del bolscevismo si era stabilito in un villino-fortezza di Città del Messico. Erano cominciati immediatamente i progetti degli organismi polizieschi sovietici per sopprimerlo, tanto più che Trotsky continuava la sua violenta battaglia pubblicistica contro Stalin. La decisione di affrettare la sua eliminazione fu probabilmente presa subito dopo l’accordo Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, che Trotsky denunciò come conferma definitiva del tradimento degli ideali comunisti da parte di Stalin. Il primo tentativo di assassinio di Trotsky, nel quale fu implicato pesantemente David Alfaro Siqueiros, l’altro grande pittore messicano di murales, e in modo meno visibile Pablo Neruda allora console del Cile a Città del Messico, fu organizzato nel maggio del 1940 da uno dei più importanti capi del Nkvd con l’assistenza di due italiani le cui capacità erano già state sperimentate in Spagna: Vittorio Codovilla e Vittorio Vidali. Tuttavia, nonostante l’attentato fosse stato eseguito come una vera e propria operazione militare e la villa fosse stata espugnata con sparatorie e lanci di bombe a mano, quel primo tentativo fallì: Trotsky fu ferito leggermente e la sola vittima fu la sua guardia del corpo. La polizia messicana poté individuare tutti i responsabili dell’attentato, ma nessuno di essi fu veramente perseguito. Pablo Neruda fece invitare immediatamente Siqueiros nel suo Paese per dipingere dei murales; fu così che il principale responsabile locale del tentato assassinio non dovette neanche comparire di fronte a un tribunale. Anche Vittorio Vidali evitò di essere processato e, non essendo stato neppure dichiarato persona non grata, poté rimanere tranquillamente in Messico. Non si sa se egli abbia partecipato attivamente anche all’organizzazione del secondo tentativo di assassinare Trotsky nell’agosto del 1940. Indubbiamente avrà salutato con soddisfazione, ed eventualmente una punta di invidia, il fatto che esso fosse stato coronato dal successo: il Grande Nemico, il Fustigatore di Stalin, colui che aveva previsto il suo tradimento del grande ideale del comunismo, era stato finalmente eliminato. Forse anche Tina avrà celebrato quel momento di gloria dello stalinismo, che era diventato a quanto sembra l’unico scopo della sua vita, così diversa da quella che aveva vissuto proprio a Città del Messico quindici anni prima. È strano tuttavia che anche dopo aver ottenuto il permesso di risiedere in Messico essa abbia continuato a evitare incontri pubblici, riunioni e contatti con i vecchi amici e che non abbia ricercato neppure nuove amicizie. Quella sua vita ritirata in contrasto clamoroso con quello che era stato il suo passato e il suo carattere non poteva mancare di stupire coloro che l’avevano conosciuta. In molti si chiedevano quali potessero essere le ragioni, senza però riuscire a darsi una risposta. C’è un episodio che forse ha un certo rapporto con questo interrogativo e che comunque lascia perplessi. Lo ha rievocato una sua amica, la messicana Adelina Zendejas: «Tina era cosciente di esser diventata membro del partito relativamente tardi e Vidali faceva del suo meglio per rafforzare il complesso che gliene derivava...». L’amica aggiunge che Tina cercava continuamente di istruirsi leggendo i testi del marxismo-leninismo-stalinismo e ascoltando sempre coloro che ne discutevano, ma prendendo molto raramente la parola. Un altro episodio è non meno interessante: «Quando tra amici si facevano dei discorsi allegri, sul suo volto - ha raccontato la Zendejas - c’era un’ombra di tristezza. Che cosa ti tormenta?, le chiesi un giorno. “In Spagna ho visto e vissuto molti episodi crudeli”, rispose e cambiò immediatamente discorso». In quel periodo , tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, vi fu anche una sua misteriosa sparizione dal Messico durata tre mesi. Quando ricomparve spiegò che era stata in Svizzera o in un altro Paese europeo «per liberare alcuni profughi dai campi di concentramento per conto del “Soccorso rosso”». Vidali raccontò di un altro viaggio: Tina era andata negli Stati Uniti con un passaporto falso «per scoprire quale possibilità vi fossero di un suo ingresso legale». Le spiegazioni delle due assenze sono entrambe poco credibili. Per liberare dei profughi in Europa, il «Soccorso rosso» aveva bisogno di mandare qualcuno dal Messico? Si va negli Stati Uniti illegalmente e vi si resta a lungo per scoprire come vi si possa entrare legalmente? In linea generale, comunque, di quegli ultimi tre anni della sua vita si sa molto poco. Faceva a quanto pare dei lavori di traduzione - le solite opere di Stalin e di Lenin - in spagnolo e in inglese, rimaneva chiusa nella modesta abitazione che condivideva con Vidali, il quale però era spessissimo assente dalla città per la sua attività politica. I rapporti tra i due non dovevano ormai essere idilliaci, come risulta dai ricordi di un’altra amica che contrappone l’atteggiamento sempre modesto e remissivo di Tina al comportamento del suo compagno, i cui scatti d’ira «erano spesso conditi di ogni immaginabile volgarità espressa in spagnolo, messicano e italiano». È facile supporre che l’unico legame tra i due fosse quello politico: Tina era precocemente invecchiata e aveva perduto totalmente quella vivacità di spirito che l’aveva resa talmente popolare negli ambienti artistici. Si disse in seguito anche (forse per spiegare la sua morte improvvisa) che soffriva gravemente di cuore e che si era fatta visitare da un cardiologo, ma di ciò stranamente Vidali non aveva avuto alcuna notizia, né alcun sospetto. «Vi sono persone - ha annotato una biografa, pur benevola nei confronti di entrambi - che non notano nulla di ciò che accade accanto a loro. Vidali era una di queste persone...». Neanche gli amici avevano saputo di quella visita (ammesso che abbia veramente avuto luogo...). Ormai neanche il legame politico con Vidali sembrava più così solido come in passato. Tina non frequentava praticamente neanche le riunioni delle organizzazioni antifasciste (cioè comuniste) italiane come l’Associazione «Giuseppe Garibaldi».
Non sappiamo esattamente come i comunisti italiani residenti in Messico abbiano superato lo shock dell’accordo Ribbentrop-Molotov e dei due anni di amicizia nazi-sovietica. Probabilmente come tutti gli altri comunisti, lodando la saggezza di Stalin e accusando i franco-britannici di condurre una guerra imperialista. C’era stato in seguito l’attacco tedesco all’Urss con la disastrosa rotta sovietica dei primi mesi di guerra all’Est. Alla fine del 1941 l’entrata in guerra degli Stati Uniti diede un barlume di speranza a coloro che avevano temuto la sconfitta e la sparizione dell’Unione Sovietica e la catastrofe del comunismo internazionale. Fu in quell’atmosfera di rinato anche se moderato ottimismo che un gruppo di comunisti si riunì la sera del 31 dicembre del 1941 in casa di Pablo Neruda per brindare alla vittoria dell’Armata Rossa. Come al solito Tina vi tenne un atteggiamento molto riservato, in contrasto con quello più allegro degli altri convitati. Alcuni dei presenti si rividero cinque giorni dopo per la noche de los reyes, la vigilia cioè dell’Epifania, in casa di un altro compagno, l’architetto tedesco Hannes Meyr. Quelle che seguirono sarebbero state le ultime ore di vita di «Tinísima». Essa giunse in casa dell’anfitrione assieme a Vidali, ma questi poco dopo disse di dover tornare a casa per terminare un articolo al quale stava lavorando. Tina rimase ancora un paio d’ore, poi improvvisamente disse che non stava molto bene e che avrebbe voluto tornare anch’essa a casa. Dovette insistere due o tre volte perché fosse creduta dagli altri invitati e finalmente uno di loro l’accompagnò sulla strada per attendere che passase un tassì. Quando ne giunse uno sul quale essa salì da sola, l’amico non le propose di andare con lei. All’autista Tina non diede l’indirizzo della sua abitazione, ma quello di un ospedale. Vi giunse già cadavere. Si disse che la morte era stata causata da un infarto, ma non risulta che sia stata eseguita alcuna autopsia. Non aveva ancora compiuto quarantasei anni. Che cosa avrà pensato nei pochi minuti trascorsi nel tassì? Avrà rivisto le scene atroci vissute in Spagna? Si sarà ricordata di Antonio Mella, morto accanto a lei anch’egli in una strada di Città del Messico dodici anni prima, e di quel Besuchet che essa aveva segnalato ai suoi amici come «trotskista», ben sapendo che essi lo avrebbero eliminato? O avrà avuto l’illusione di vedere il compagno Carlos Contreras, il connazionale Vittorio Vidali che l’aveva trascinata nella sua avventura? Si sarà chiesta se del suo improvviso malore non fosse proprio lui responsabile? Un cronista informò Vidali, che però non volle recarsi a identificare il cadavere e chiese a un’amica di farlo al suo posto. Egli - spiegò - non avrebbe avuto la forza di guardare l’amica morta. Non ebbe evidentemente neppure la forza di assistere al suo seppellimento e addirittura sparì dalla circolazione per alcuni giorni. Eppure si trattava dello stesso «comandante» che durante la guerra di Spagna (ma anche prima e dopo) aveva «visto e vissuto tanti episodi crudeli», come aveva detto Tina.
Comunque sia, le circostanze della sua morte non furono certo prive di aspetti strani e la stampa messicana non mancò di metterli in evidenza: fu ricordata la morte di Mella e i sospetti che in proposito erano stati sollevati sulla responsabilità della stessa Tina. La sparizione di Vidali nei giorni successivi alla morte di lei alimentò l’ipotesi suggerita da qualche giornale che egli l’avesse avvelenata per disaccordi politici. «La sua morte - scrisse un giornale - è esattamente simile alla liquidazione dei trotskisti». È difficile credere che Tina si fosse convertita al trotskismo e in ogni caso non l’aveva fatto pubblicamente. In realtà non si sa nulla esattamente dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti in quell’ultima parte della sua vita. Possibile che lei, che il consolato degli Usa aveva segnalato nel 1941 a Washington come «agente della polizia segreta sovietica», abbia avuto qualche dubbio sulla bontà della causa del Comintern? Lei, che secondo lo scrittore Octavio Paz sarebbe dovuta esser chiamata non già «Tinísima» ma «Stalinísima» («la vidi in Spagna, accanto a Vittorio Vidali, commissario politico, uomo sinistro» ebbe a dichiarare), avrà pensato alla scia di vittime che anche la sua militanza aveva seminato, trotskisti, anarchici, dissidenti, franchisti, sospetti in generale? E saranno stati questi ripensamenti, fors’anche appena accennati, la causa della sua morte, nel senso che potrebbero aver convinto il Comintern che era giunto il momento di eliminarla? Non lo sappiamo e forse non lo si saprà mai. Un personaggio minore, Tina Modotti. Eppure la sua vita fu in certo modo esemplare di milioni di altre. Nella sua tuttavia saltano agli occhi numerose contraddizioni e cesure. Come si è accennato, la sua esistenza sembra divisa in due periodi netti: quello giovanile, spensierato, «artistico», pieno di gioia di vivere e di grandi successi per le sue fotografie e nel quale si vantava di collezionare uomini; e il successivo, «impegnato», misterioso, segreto. Ma a ben guardare entrambi i periodi furono vissuti sotto l’ala oscura della tragedia. Nel primo vi furono la morte del giovane marito, quella dell’amante, l’assassinio di Antonio Mella (da chiunque fosse stata provocato...). Il secondo periodo, quello «misterioso», fu a sua volta articolato in due diversi momenti: se nel primo il segreto derivava direttamente dall’attività politica necessariamente clandestina, svolta nell’illegalità e talvolta sfociata nell’eliminazione degli avversari, quello di cui Tina si circondò negli ultimi anni appare più personale e intimo. Quella sua riservatezza, quel rimanere in silenzio furono forse espressione di riflessioni profonde su tutto ciò che essa aveva fatto e forse di ciò che avrebbe potuto fare e non aveva fatto. Forse dietro l’ultimo segreto di Tina vi era la sopravvenuta convinzione del suo tragico, definitivo fallimento esistenziale.
 

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