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E le riforme?

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Badeschi
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Da anni gli italiani sono martellati da una campagna di stampa estremamente aggressiva (che ha il suo epicentro nel gruppo La Repubblica-L’Espresso), la quale proclama in tutti i modi e in tutti i toni possibili che il nostro quadro politico soffre di una grave anomalia, anzi di una vera e propria malattia mortale: tale anomalia, tale malattia mortale sarebbe costituita da «questa destra». (Non si dice quasi mai «centrodestra» o «Casa delle libertà»: e anche questo, naturalmente, non è senza significato). «Noi non contestiamo - ecco il leitmotiv di questa campagna di stampa - noi non contestiamo il diritto della destra a governare, qualora le sia favorevole il responso delle urne. Ma non lo riconosciamo a questa destra, per la sua inaffidabilità democratica». Perciò il governo Berlusconi deve essere fatto cadere, con qualunque mezzo, e chi non sente questo imperativo categorico, non è un buon democratico, non è un progressista degno di questo nome, e quindi non può militare a sinistra. Naturalmente, il corollario di questa posizione è che solo e soltanto la sinistra ha i titoli (morali e politici) per governare, sicché affiora qui una concezione assai singolare della democrazia: quest’ultima significa infatti, per buona parte della sinistra, inamovibilità della sinistra stessa dal governo; significa occupazione permanente della cosa pubblica da parte di uno schieramento politico (quello di sinistra); significa negazione pura e semplice della possibilità dell’alternanza, cioè della ragione stessa della democrazia. Queste idee, per chiamarle così, vengono martellate ogni giorno da un grande quotidiano e dai suoi columnists, da alcune riviste e rivistine, da «movimenti» e «girotondi»: cioè da un vasto schieramento che comprende almeno una buona metà della sinistra.
Tutto ciò è la prova sicura del fatto che, se il quadro politico italiano soffre di un’anomalia, questa anomalia è costituita proprio dalla sinistra, da questa sinistra: e si tratta certo di un’anomalia grave, in quanto essa fa sì che nel nostro Paese l’opposizione non possa svolgere una politica efficace e costruttiva, cioè non possa svolgere seriamente il proprio ruolo di opposizione (un inconveniente, questo, che, alla lunga, potrebbe danneggiare non poco il nostro sistema democratico). Ma, se le cose stanno così, è opportuno svolgere qualche riflessione su questo nesso di problemi. Il primo punto che deve essere sottolineato (e di cui troppo spesso ci si dimentica, quando si analizza la lotta politica in Italia) è che, a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei - dove sono presenti partiti di sinistra, che per quantità di consensi coprono da soli il centro e la sinistra - nel nostro Paese, invece, la sinistra non solo non copre un’area di centro (rappresentata piuttosto dalla Margherita), ma è suddivisa in vari partiti e raggruppamenti, l’un contro l’altro armato. Il motivo della grave frattura e dell’aspra contesa fra questi partiti e raggruppamenti è (ahimè !) ancora quello che ha attraversato tutta la storia della sinistra italiana: il contrapporsi di (rozze) posizioni massimalistiche a (vaghe) posizioni riformistiche. Il massimalismo non riguarda solo il partito della Rifondazione comunista (dichiaratamente ostile al capitalismo e al mercato), ma impronta di sé anche il cosiddetto «correntone», cioè una buona metà dei Ds. Il partito dei Ds si trova quindi a vivere una situazione difficilissima e drammatica, che ne annulla ogni efficacia politica, non solo perché dilacerato fra opposte tendenze (con conseguenze sconcertanti: che cosa hanno ormai in comune un Salvi e un Morando?), ma anche e soprattutto perché una sua larga componente (il «correntone», appunto) è di fatto egemonizzata e diretta da un coacervo di forze esterne al partito (i «movimenti», i «girotondi»), contrassegnate da una fortissima carica antistituzionale e antidemocratica (se per istituzioni e per democrazia si intende, come si deve intendere, il sistema liberal-democratico).
Fortissime, infatti, sono nei «movimenti», nei «girotondi», le pulsioni antisistema. Credo che su questo nessuna persona sensata possa nutrire dubbi, poiché appare chiarissimo a chiunque che quello che caratterizza questi movimenti non è una proposta, o un insieme di proposte politiche in positivo, bensì è un puro e semplice rifiuto, o piuttosto un complesso di rifiuti, strettamente concatenati fra loro e tali da rinchiudere la sinistra in un ghetto di tipo «terzinterzionalista». Mi pare che questi rifiuti siano essenzialmente tre. Rifiuto, in primo luogo, del verdetto elettorale, cioè della vittoria della Casa delle libertà. Tale vittoria viene considerata senz’altro come il risultato di una macchinazione diabolica, da eliminare quindi al più presto, un po’ con dimostrazioni di piazza e un po’ con spallate giudiziarie. In tale macchinazione diabolica avrebbe avuto un ruolo di primo piano il gruppo dirigente ds, in parte per pusillanimità, in parte per malafede. (Mai, credo, nella storia italiana il gruppo dirigente di un partito è stato oggetto di una tale delegittimazione morale e politica da parte di una buona metà dello stesso partito: per trovare qualcosa di simile bisogna riandare con la memoria all’attacco della sinistra socialista «carrista» contro Nenni e i socialisti autonomisti negli anni Sessanta: ma non dimentichiamo che quell’attacco si concluse con una scissione, dalla quale nacque il Psiup). Rifiuto, poi, dell’economia di mercato, delle sue regole e delle sue compatibilità (un rifiuto che si manifesta, fra l’altro, in una granitica e ottusa difesa dello status quo in fatto di normativa del lavoro, in omaggio al principio veramente rivoluzionario che chi ha già un lavoro ha diritto a tutto, anche a una pensione di giovinezza, che graverà come un macigno sulle generazioni più giovani, mentre il giovane, il disoccupato, chi lavora «in nero», non ha diritto a nulla). Rifiuto infine, in politica estera, di una piena solidarietà con la civiltà democratica, liberale, sicché le dimostrazioni di piazza, le «adunate oceaniche», sono sempre contro gli Stati Uniti, e, come in passato la sinistra non dimostrò mai contro l’aggressione sovietica all’Ungheria, alla Cecoslovacchia ecc., così ora non dimostra mai contro le dittature sanguinose di un Saddam o di un Castro. Naturalmente, una sinistra ridotta in queste condizioni è una sinistra anomala, esposta a lacerazioni e a convulsioni sempre più gravi, che potranno anche, come dicevo poc’anzi, creare serie difficoltà alla normale evoluzione del quadro democratico nel nostro Paese.
Quale deve essere l’atteggiamento dei partiti oggi al governo di fronte a questo quadro di disgregazione e di degenerazione della sinistra? Essi dovranno, certo, approfondire e maturare il proprio orientamento ideale e culturale e al tempo stesso approfondire le ragioni ideali e culturali del marasma in cui la sinistra oggi si trova (e per questo duplice lavoro la relazione di Ferdinando Adornato al convegno di Todi contiene ottimi spunti e acute riflessioni). Ma essi dovranno soprattutto mettere a punto una politica delle riforme, che risulti incisiva ed efficace per il Paese, e quindi tale da rafforzare il blocco sociale e politico che si è riconosciuto nell’attuale maggioranza. Su questo terreno invece (che è il terreno decisivo) si avverte una insufficienza e un affanno della Casa delle libertà (insufficienza e affanno che si manifestano anche nella rissosità che caratterizza l’intera coalizione di governo). Certo, da molto tempo ci troviamo in una fase di stasi o di scarsissima crescita dell’economia europea e mondiale; ma ciò non può valere come alibi per rinviare le riforme: anzi, le rende ancora più urgenti. A me pare, invece, che ci sia scarsa consapevolezza sui provvedimenti di grande respiro da adottare. Un preciso, articolato ed efficace disegno di riforma del mercato del lavoro, o della previdenza, non è emerso finora (e condivido a questo proposito tutte le critiche formulate a suo tempo da Renato Brunetta). A tutt’oggi non si conoscono (per fare un altro esempio di grande rilievo) le linee di intervento sull’Università, nella quale il governo della sinistra ha provocato, attraverso una sciocca e demagogica «riforma» (aspramente contestata anche da qualificati settori della sinistra), un vero e proprio disastro culturale. A che punto siamo con questi problemi? E gli intellettuali, gli scienziati, i tecnici che hanno votato per la Casa delle libertà non possono dare un contributo di conoscenza per l’individuazione dei provvedimenti da prendere? Non potrebbe la Fondazione liberal organizzare dei convegni sui «problemi», sul modello dei convegni del Mondo? Abbiamo tutti bisogno di immergerci nei problemi, dopo tanti anni di ubriachezza ideologica.

 

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