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Magari fosse vero

LIBERAL BIMESTRALE
di Pietrangelo Buttafuoco
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

E' vero che «percorrere insieme un lungo tratto della storia di questa Italia» è molto più di una promessa di intenti. Perimetrare un tratto, impostarne la storicità, per chi, da provinciale, s’è addestrato all’isolamento (esule in patria), è già un progetto: un vero inedito in quel canovaccio del comparaggio qual è stata l’Italia delle oligarchie democratiche. È vero anche che bisogna ringraziare Silvio Berlusconi per aver fatto attraversare a una nazione il deserto di tutte le legittimità dove da troppo tempo è stata costretta, costretta come nazione gravata di «troppo popolo» all’ineluttabilità dell’anatema celebrato nientemeno che dalla Cultura democratica italiana (anche se l’imprenditore Berlusconi continua a stipendiare gran parte di questi sergenti della Cdi, basti pensare agli impiegati della retorica indignazionista che fanno orgoglio e vanto di Mediaset in quel di Milano). Ed è vero che da sinistra, dall’estrema sinistra delle terrazze, da quella del centro storico, la sinisteritas dei sottovasi e dell’egemonia socio-culturale - malgrado il cambio di rotta generato da un legittimo e regolare passaggio elettorale, cioè la vittoria della Casa delle libertà - malgrado tutto, viene esclusa la possibilità di confronto o di dialogo con l’altra Italia, quella maggioritaria alle vongole. La sinistra continua a esercitare lo ius primae noctis rispetto a ogni cambiamento. Nonostante tutti i governi possibili, malgrado i governi «delle libertà». Tutto vero allora, e c’è da esserne sazi di fronte alla relazione di Ferdinando Adornato. La lettura è convincente e sono pochi i però. Ma a questo punto, avendo già evocata l’onnipotenza della sinistra egemone «malgrado tutto», metteremmo da subito un piccolo «però», dicendo che «però», non solo da parte della ricca pletora degli altolocati «de sinistra» (o dei massimalisti buoni per l’aperitivo a Campo de’ Fiori a Roma, o Corso Venezia a Milano), deriva la pratica dell’ostracismo sociale, non solo: l’odio (perché di odio si tratta) fermenta anche in quegli ambienti troppo spesso affettuosamente identificati come «riformisti». Non parliamo certo di Antonio Polito, né dell’interessante esperienza del Riformista, ma un Claudio Magris, garante di «Libertà e Giustizia», un mammasantissima come questo, allevato nel sussiego di chissà quale autorità, in virtù del suo carico di specchiata democraticità, sarebbe il primo dei secondini se solo avesse la possibilità di mettere ai ferri il più piccolo dei piccoli borghesi. È uno che non riesce a concepire che possa esistere la possibilità di immergersi nella lettura della Gazzetta dello Sport. Nel tapino, quest’alto gerarca della Cultura democratica italiana, individuerebbe uno sgherro «del comitato d’affari», uno senza idealità politica, a parte Totti e il Bagaglino. Ed è un esempio che abbiamo voluto strappare direttamente dall’album del salotto buono per dimostrare come è impossibile in quest’Italia costruire un’identità culturale alternativa alla casa madre, ci vogliono far credere che l’Azionismo, per esempio, o l’ideologia piemontese in genere, sia una vera fornace di etica e fondamento. Peggio ancora ci capita con le officine della creatività. Teniamoci forte, si parla di Dario Fo, di Alessandro Baricco, di Luciano Berio. I però dunque.
È una relazione, quella di Ferdinando Adornato, convincente e perfino militante quando spiega che il senso della coalizione non si può ridurre alla gestione del governo, e quando con efficace sintesi evoca un motto «né gattopardismo, né massimalismo» su cui scavare il sentiero del percorso da fare insieme, il tratto di strada dove far convergere «un soggetto inedito per la storia d’Italia: l’unione delle grandi aree del cattolicesimo liberale e popolare, del riformismo laico-socialista, del conservatorismo nazionale e comunitario e del federalismo liberale». Tutto giusto, i «però» vorremmo metterli quando in questo progetto che segue a un’epoca che ha visto la caduta del Muro di Berlino («la caduta di tutti i muri», direbbe nel suo mitico refrain Sandro Curzi), viene ribadito l’umanesimo, il pregiudizio tutto occidentale di costruire il destino di un popolo che ha perso la sua Madonna inseguendo chissà quale processione, nel miraggio di un equilibrio: quello tra l’aspirazione individuale e «la tavola dei valori che regola l’ordine naturale della vita». È la tavola che ci preoccupa se poi, la scelta, «l’innalzamento del personale sull’universale», rovina nell’annientamento spirituale. Quello di un Volk (usiamo apposta questa categoria, con tutti gli equivoci conseguenti) costretto a razzolare nell’apnea dei centri commerciali piuttosto che in cattedrali, ormai ridotte a tappe di tour turistici, ciripiripì dell’ornamento urbano. Un popolo strappato al suo naturale orizzonte, verso quell’Oriente cui noi - provinciali forse giustamente isolati - affidiamo il «però» fondamentale. «Ci sentiamo protagonisti di una nuova storia culturale» scrive Adornato nella sua relazione, ebbene noi vorremmo sottoscriverla questa così evocativa riga della relazione di Todi con il nostro «però» affinché questa nuova storia non si neghi ulteriori spazi. O superuomini o quaquaraquà, così icasticamente scrive Adornato per descrivere l’ansia terribilista o attendista della vocazione politica dispersa davanti all’altare delle identità. E perché no cazzuti allora, dissacratori, distruttori di quel vecchiume cui s’è costretto il mercato delle idee. E perché no rivoluzionari, o quanto meno reazionari, asiatici, europei al modo del latino e greco (e del sanscrito, e del russo, e del cinese) giusto perché abbiamo bisogno di riconquistare il dialogo con l’Islam, con l’Ortodossia, con la filosofia. E non abbiamo certo bisogno di aggiustare la democrazia (a meno che non vogliamo raccontarcelo al modo della consolazione). Sarà sempre più la geografia a dettare lo spartito della politica. Sarà un destino tutto risolto nelle mappe di nuovi argonauti che celebrerà il patto del futuro. Un patto tecnico-organizzativo. Un patto di mobilitazione. Un agguato virile, uno scatto di forza che la natura stessa custodisce all’interno di sé. Non è un caso che l’Islam bussi alle porte d’Andalusia, non è un caso che la folla di Mosca elevi le icone degli Zar. Non è un caso che l’Ursprache della filosofia sia ancora una volta ricondotta all’alfa e l’omega del trascorrere eracliteo. Per questo non è un caso che il linguaggio quotidiano della stampa e dell’informazione abbia dovuto riprendere il lessico militare. Tutto un aggirare la «vittoria» (con tutte le sfumature equivoche possibili). E però, un progetto politico forte. Per non perdere il filo di una carta d’identità che non finisce nel logorato orizzonte dell’Europa intesa come terminale dell’America, ma nell’Europa che ha saputo fare del mondo terra, terra fatta di sangue e suolo (usiamo apposta queste categorie, con tutti gli equivoci conseguenti), quella capacità di colloquio con il pensiero dell’origine che consente alla politica la rappresentazione della tragedia. Ed è questo il però cui facciamo riferimento, perché tertium non datur. Appunto, o superuomini, o quaquaraquà. La politica è il non luogo (altrimenti, e adottiamo apposta una definizione di Carmelo Bene, se democrazia, sarebbe democrazia condominiale, sarebbe solo «condominio»). La politica è invece il luogo per eccellenza. Dell’eccellenza.
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