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Con gli Usa non ci sto

LIBERAL BIMESTRALE
di Franco Cardini
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Caro Adornato, chiedi a me e ad altri di contribuire al dibattito sul seminario di Todi del 31 gennaio, al quale mi rammarico di non aver partecipato. Nella Casa delle libertà ci sono, spero, molti appartamenti. Non so se ci sia ancora, e se ci sarà in seguito, un monolocale anche per me, magari in subaffitto e in coabitazione con altri inquilini un po’ a disagio. Comunque, cercherò di non annoiarti con osservazioni troppo lunghe a leggersi. Salto a piè pari i convenevoli sulla densità, il grande interesse, l’ampia prospettiva, le coraggiose affermazioni, il lucido esame e via discorrendo. Metto in luce, anche a costo di produrre un testo rapsodico, quel che mi convince meno o che mi trova più in disaccordo. Questo, anzitutto. Tu sembri guidato, per tutto il tuo lungo discorso, dalla volontà di stabilire delle coordinate fondanti all’impegno all’interno della Casa delle libertà e ai suoi presupposti politici e concettuali. Ha un senso un’impostazione del genere, quando si parla di una coalizione? Oppure quel che mi pare tu non dica esplicitamente mai, ma che costruisce forse il tuo costante pensiero di fondo, è che la coalizione debba prima o poi trasformarsi in partito, sia pure «di nuovo tipo»? Te lo chiedo perché a definire una coalizione non c’è alcun bisogno «di definire con maggiore precisione le radici e i valori ideali che, unendosi, formano l’identità della Casa delle libertà». L’identità di una coalizione sta nei programmi, non nelle radici e nei valori ideali: al limite, si possono avere programmi simili, e in certi momenti anche identici, pur partendo da radici e da valori ideali lontani fra loro. Anche se ci espone - me ne rendo conto - ai rischi di una sorta di «trasversalità infinita», della quale ad esempio io sono un caso. Ma le coalizioni non sono nemmeno matrimoni indissolubili: si sta insieme un tratto di strada, si fanno alcune cose, poi si può rinnovare il sodalizio, modificarlo o farsi tanti saluti. Ma non mi sembra sia il tuo caso: tu vuoi fare una famiglia.
E allora, dire che la Casa delle libertà nasce dalla sintesi di due valori indispensabili, la continuità e l’innovazione, per un verso è troppo generico, per un altro contraddittorio. Generico perché continuità e tradizione sono di solito i poli di qualunque scelta politica, salvo quelle esplicitamente «di rottura». E contraddittorio in quanto è difficile, quando si proviene da origini così eterogenee come quelle che tu individui alla radice dell’esperienza della Casa delle libertà, porsi in continuità con ciascuna di esse. Se si procede sulla strada che tu indichi («Stiamo dunque costruendo un soggetto inedito per la storia d’Italia: l’unione delle grandi aree del cattolicesimo liberale e popolare, del riformismo laico-socialista, del conservatorismo nazionale e comunitario e del federalismo liberale»), non si arriva affatto a una soluzione nuova per l’Italia. Si resuscita, al contrario, una vecchia conoscenza: vecchia dal tempo del «connubio» Cavour-Rattazzi fino al Caf attraverso Depretis, il cavalier Benito Mussolini e il quadripartito degasperiano. Il trasformismo. Da catto-nazional-comunitario con una forte vocazione europeista, mi chiedo: ci sto, io, in codesta formula? Mi va stretta? O sono io che vado stretto a voi? Tu, ad esempio, sostieni che il progresso va interpretato alla luce non solo «di un’illimitata espansione dei diritti individuali», ma anche della «necessaria difesa dei diritti della specie e della comunità». Ma questo è inseguire la quadratura del cerchio, questo è pretendere la botte piena e la moglie ubriaca. A meno che tu non voglia dire che all’interno della Casa delle libertà si dovrà mediare tra esigenze polarizzate come queste: e va bene, mediamo pure, ma allora è inutile andar a cercare comuni radici che non ci sono. Rassegniamoci a un’eterogeneità di radici e di valori tra le componenti della Casa delle libertà: ma questo comporta la consapevolezza che la famiglia Casa delle libertà si fonda, se non su una convivenza di fatto, quanto meno su un matrimonio civile che può sciogliersi in qualunque momento. Tu parli di «centralità della persona»: ma io ho la sensazione che, nella formulazione tua e di troppi altri, la Casa delle libertà si ponga invece il tema del valore primario della libertà assoluta dell’individuo, e non è affatto la medesima cosa.
In effetti, mi sembra ambigua, generica e retorica la riproposta del «tornare al Rinascimento» (che vuoi dire?) in rapporto alla «centralità della persona», un termine che tu tendi a usare sic et smpliciter come sinonimo di individuo. A tuo dire, l’identità occidentale considererebbe «centro-motore della storia e vera finalità dell’agire pubblico l’uomo, l’individuo, la persona». Ti riferisci a Hegel e a Chabod per far passare con una discreta disinvoltura un’identità tra Europa e Occidente che, come sai, non mi convince affatto. L’Occidente moderno si è sviluppato in Europa, o si è irradiato dall’Europa, mentre si andava progressivamente sviluppando quel «processo di laicizzazione» ch’è caratteristico della Modernità, e che consiste nel tentativo di fondare una società, una cultura, un’etica etsi Deus non daretur. Da qui il progressivo e pervasivo affermarsi della cultura prometeico-faustiana ch’è propria dell’Occidente moderno (e che non lo era affatto, ad esempio, dell’Europa medievale), che ha finito con il far convergere antropocentrismo e cancellazione della «cultura del limite». L’uomo occidentale moderno confonde i mezzi e gli scopi e muta quelli con questi, ad esempio ha finito con il ritener che il progredire, lo scoprire, l’inventare, il fare, l’avere, il conquistare, non siano in realtà mezzi per conseguire una vita migliore e più giusta, bensì mezzi per progredire, scoprire, inventare, fare, avere ancora di più: in modo che il progredire, lo scoprire, l’inventare, il fare e l’avere sono divenuti essi stessi fini, ma per loro natura e per definizione irraggiungibili, e la Volontà di potenza che dell’Occidente è propria, esprimendosi come ricerca della felicità ma rifiutando qualunque limite, si condanna all’infelicità e all’angoscia. Spiegheresti altrimenti il fatto che i rapporti fra il produrre e il consumare si siano da noi ormai rovesciati, e che - istituendo una situazione del tutto aberrante - si debba consumare per produrre, e non il contrario, come sarebbe naturale? E che nel beato Occidente gran parte dei cittadini, specie dei giovani, si dia alla droga o agli psicofarmaci e sia vittima della depressione? Sono questi gli esiti della libertà e del progresso che noi vorremmo indicare come esemplari alle culture differenti dalla nostra e magari anche esportare alla loro volta? Ma che il nostro felice Occidente sia in realtà infelice è ben logico, dal momento che esso riposa su una colossale schizofrenia di fondo: da una parte si proclama portatore dei valori di libertà, di tolleranza, dei diritti umani; dall’altra, storicamente, quei valori li ha sistematicamente traditi o barattati con altro a vantaggio, appunto, della propria vocazione profonda alla Volontà di potenza (la storia coloniale insegna). La sua pretesa di essere nel giusto sul piano dei principii lo rende intollerante nella pratica, convinto che tutti i valori stiano dalla sua parte e che le altre culture siano tollerabili sono nella misura in cui bisogna lasciar loro tempo di adeguarsi, mentre la sua Volontà di potenza lo spinge a servirsi dei suoi principii come di un’arma per l’affermazione della sua egemonia. L’ideologia neoconservative dei Wolfowitz e dei Perle, che ci ha scaraventato nella scellerata avventura della guerra irachena, non è - come mi pare creda invece la brava Lucia Annunziata, nel suo peraltro bel libro, No (Donzelli) - il risultato di una brusca sterzata bensì, pur nell’abbandono della linea ispirata alla scuola geopolitica neorealista dei Kissinger e dei Brzezinski, l’esito di una tendenza avviata in realtà fino dal 1823, dalla dichiarazione Monroe.
E parlo degli Stati Uniti perché mi sembra evidente che almeno dalla fine della seconda guerra mondiale (ma nella sostanza storica già dalla prima) la forza trainante ed egemonica dell’Occidente non è più l’Europa, bensì gli Usa. La Modernità (questo è il termine che userei come sinonimo di Occidente) si è avviata in Europa, è figlia dell’Europa; ma da quasi un secolo l’egemonia nel definirla è passata oltre Atlantico e io credo che i valori e le forze morali necessari a farla recedere dal suo suicida Totentanz, a farla recedere dal suo individualismo e dal suo materialismo galoppanti, a farle appunto recuperare quel che ho definito la «cultura del limite», risiedano nella tradizione europea e nel ruolo di tramite che l’Europa riveste nei confronti del mondo asiatico e mediterraneo. Ecco perché l’idea di un’Europa «atlantica», di un’«Euroamerica» che si muova sull’asse Londra-Madrid-Roma (Ankara?), non mi soddisfa. Non sono d’accordo con Huntington sul fatto che America ed Europa siano tutt’uno in un sia pur articolato «Occidente»; e - per quanto creda che gli stessi Usa, come «potenza-nazione», siano in crisi al pari di qualunque altra «potenza-nazione» sotto l’avanzare di quella che Aliksandr Zinoviev ha definito la «supersocietà globale» -, ritengo nondimeno che almeno in apparenza la superpotenza continuerà a lungo a presentarsi come tale, e so bene che all’interno degli Usa non si vede affatto di buon occhio (il che è profondamente logico) l’ipotesi che l’Europa potrebbe crescere come potenza autonoma e divenire, ora ch’è già un gigante economico, finanziario e produttivo, anche se non un gigante quanto meno un adulto responsabile sul piano politico e militare. Eppure, non ritengo si possa lavorare, come europeisti, a uno scopo differente da questo. E ti chiedo: ma quelli che sventolano tanto lo spauracchio d’un’egemonia franco-tedesca sull’Europa, hanno mai letto un libro di storia, hanno mai guardato con attenzione una mappa geografica? Se lo avessero fatto, si sarebbero accorti che l’Europa è, in sintesi, la Francia e la Germania con qualcos’altro intorno: qualcos’altro ch’è in realtà molto, meraviglioso, straordinario, ma che resta comunque qualcos’altro. L’asse portante è quello francotedesco. Mi chiedo perché ci si dovrebbe tanto preoccupare di non dover diventare «vassalli di Parigi e di Berlino» e accettare al contrario con naturalezza, come se nulla fosse, di esserlo di Washington.
Il punto non è quindi che «gli Occidenti siano due». Il punto è che esiste una deriva tra l’Occidente egemonizzato dagli Stati Uniti e l’Europa, e che tu non puoi dire, senza danneggiare la verità storica, che «l’isolazionismo americano è sempre stato un male per il mondo» fingendo di non vedere che esiste un nesso molto forte, direi identitario, tra l’isolazionismo (ch’era imperialismo statunitense sul continente americano, con esclusione dell’Europa) e la dottrina neoconservative che rappresenta solo l’allargarsi a tutto il mondo dell’area dell’«America agli americani». Il vecchio Teddy Roosevelt l’aveva detto con chiarezza: i nostri confini sono là dove stanno i nostri interessi. L’attacco all’Iraq, per ingiustificabile che sia, rappresenta la fisiologia, non la patologia della politica imperiale statunitense. E allora? Denunziare l’alleanza con gli Usa e negare l’affinità profonda tra la nostra e la loro cultura, il nostro e il loro mondo? Certamente no. Ma assumersi con coraggio il ruolo di cerniera tra la superpotenza e il mondo asiatico-mediterraneo (il che vuol dire, in prima istanza, l’Islam) comportandosi da alleati leali deponendo le tentazioni di rompere l’unità d’azione con gli altri Paesi d’Europa per cogliere i vantaggi derivanti dal farsi considerare «interlocutori privilegiati» degli Stati Uniti: questo si può fare. È ragionevole, decoroso e legittimo. Non ti rispondo su altre cose perché quando tu hai parlato a Todi il libro La paura e l’arroganza, da me coordinato, era già uscito. Da quel che dici ne deduco che i casi sono due: o non lo hai letto (e senza dubbio non è una colpa) o non sei d’accordo con esso nemmeno su una riga.

 

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