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Questa è davvero una nuova storia

LIBERAL BIMESTRALE
di Stefano Folli
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

Con il convegno di Todi, Ferdinando Adornato ha voluto offrire una lettura compiuta e approfondita dei dieci anni che hanno cambiato l’Italia. Se ne sentiva il bisogno. Direi che ne aveva bisogno soprattutto la Casa delle libertà: una coalizione vincente, ma al tempo stesso singolarmente incapace di capire le ragioni profonde della propria vittoria, di riflettere su se stessa e sulla storia di cui è protagonista. È normale, in un certo senso. I fenomeni storici, soprattutto quando sono tumultuosi e incalzanti, lasciano indietro, parecchio indietro gli analisti e i professori. Ma arriva il momento in cui è indispensabile dare sistematicità agli eventi, metterli in ordine, individuare la chiave logica e politica di ciò che è appena accaduto e anzi sta ancora accadendo. Ecco perché la pedagogia politico-culturale di Adornato è irrinunciabile per la coalizione berlusconiana. Ieri era troppo presto, con la battaglia ancora in corso; domani potrebbe essere troppo tardi, se dovessero approfondirsi i fattori di crisi o le difficoltà di governo di cui abbiamo frequenti indizi. Oggi invece lo sforzo di analisi e di approfondimento di cui il convegno di Todi rappresenta il momento fondante ha il significato di offrire al centrodestra un’interpretazione di sé. E dunque un’occasione identitaria, non nel senso generico e approssimativo tipico della propaganda, ma sulla base di una ricerca che vuole essere insieme storica e sociale. L’idea di fondo, a me sembra, consiste nel riallacciare i fili che tradizionalmente uniscono, nella migliore storia politica dell’Italia, i cattolici e i laici (dopo il 1945, ma sotto certi aspetti anche prima). La ricostruzione dell’Italia post-bellica, lo sviluppo economico, il raggiungimento di certi livelli di benessere mai visti in precedenza: questi fenomeni trovano il loro riscontro politico nell’incontro tra «umanesimo cristiano e umanesimo laico». Adornato cita De Gasperi e Einaudi, ma opportunamente sceglie altri nomi in questa ideale galleria di protagonisti del dopo-guerra: Piero Calamandrei, Giuseppe Maranini, Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat. Sullo sfondo del «patriottismo civile» che ha animato il Risorgimento e che si ritrova puntuale nei passaggi cruciali della vicenda nazionale. Un «patriottismo civile» che ha guidato l’ispirazione federale di Cattaneo, che si ritrova nel corso del tempo nella lezione di Don Sturzo, che alimenta il messaggio laico-socialista di un Salvemini.
È sempre rischioso semplificare la storia, ridurla a una collezione di volti simbolici. Ma in questo caso non mi pare che Adornato semplifichi. Al contrario, esce dai sentieri battuti e cerca di incamminarsi su una via nuova; quanto meno una via poco esplorata. Le citazioni di Cattaneo, Calamandrei, Maranini, ma se si vuole persino di Salvemini e Sturzo, obbediscono a questa logica. Non si tratta di personaggi citatissimi nell’iconografia ufficiale dell’Italia repubblicana. Hanno quasi tutti qualcosa in comune: il fatto di appartenere a filoni un po’ trascurati, per non dire talvolta sconfitti, della storia post-risorgimentale. Il federalismo di Cattaneo è l’esempio classico. Ma lo stesso vale per il presidenzialismo di Calamandrei, all’alba della Repubblica; o per le denunce di Maranini, pioniere della lotta alla partitocrazia e di un radicale rinnovamento delle istituzioni. Quanto a Einaudi, le sue «prediche inutili» erano davvero tali, alla luce degli avvenimenti successivi; e lo stesso si può dire di un altro «predicatore» inascoltato: il repubblicano La Malfa. Che dire, del resto, di Sturzo? Il suo federalismo, la sua visione anticipatrice e anticonformista della società italiana ha plasmato solo in parte l’identità politica della Democrazia cristiana, dopo la parabola del Partito popolare. E lo stesso De Gasperi non ha avuto veri continuatori nel partito che ha governato l’Italia. Per non parlare del socialdemocratico Saragat, lungamente demonizzato a sinistra, quando invece era un leader moderno, saldamente ancorato all’Europa. In sostanza, Adornato ha evitato di fare la scelta più comoda. L’intreccio tra laici e cattolici, come egli lo rappresenta, è l’incontro tra diversi umanesimi, ma è anche il tentativo di collegarlo a un’ipotesi riformatrice «forte». Per questo i personaggi di riferimento e i filoni culturali che essi incarnano non sono quelli abituali. La scelta tradisce un’intuizione intellettuale che vuole coniugare insieme l’elemento della continuità con l’aspetto innovativo della Casa delle libertà. Si capisce allora quale sia l’obiettivo di fondo. Permettere a ciascun partito componente la coalizione berlusconiana di mantenere in questa fase le proprie peculiarità. Sottolineare che dal punto di vista culturale l’identità della Casa delle libertà si fonda principalmente sull’incontro tra laici e cattolici, in una chiave che presuppone e anzi esalta la prospettiva federalista. Mettere in chiaro che si guarda a certi laici e a certi cattolici, così da evitare il rischio della retorica indistinta, indicando al contrario le radici del progetto riformista. Collocare l’esperienza berlusconiana all’interno della storia d’Italia, in particolare della storia del dopo-guerra, respingendo una volta per tutte (e qui Adornato ha mille ragioni) la tesi del «partito di plastica», del partito solo mediatico, privo di passato e di futuro. Il convegno di Todi offre parecchie munizioni a questo disegno ambizioso e intanto serve a educare politicamente il centrodestra. A renderlo più cosciente di sé e più capace di reggere il confronto culturale con la controparte. Tutto sarà più facile se in futuro la sinistra sarà in grado di evolvere verso «una coerente leadership riformista e socialdemocratica». Ma anche, possiamo aggiungere, se la Casa delle libertà sarà più simile alla fotografia che ne dà Adornato e meno all’aggressiva macchina di potere, spesso impacciata da errori e incapace di grandi visioni, che la cronaca quotidiana troppo spesso ci descrive.

 

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