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Meglio il pragmatismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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cop17_th  

Nel discorso di Ferdinando Adornato vi sono osservazioni calzanti e gudizi politici che servono a meglio comprendere la storia politica degli ultimi cinquant’anni. Ne ricorderò alcuni. È vero, ad esempio, che il cattolicesimo democratico prevalse, nella Democrazia cristiana, sul cattolicesimo liberale. Accadde all’inizio degli anni Sessanta quando la sinistra di Amintore Fanfani conquistò il controllo del partito e ridusse a minoranza da allora gli eredi di Sturzo, De Gasperi, Pella, Segni, Vanoni. Ma i cattolici di sinistra sapevano che non avrebbero potuto realizzare il loro programma e dovettero «aprire a sinistra» con una serie di operazioni trasformistiche che vanno dal primo ministero Moro ai governi di solidarietà nazionale. In altre circostanze nazionali e internazionali il partito si sarebbe diviso e gli elettori moderati avrebbero trovato accoglienza in una nuova forza politica, cattolica e liberale. Ma la Chiesa preferì evitare la scissione e una larga parte del Paese non ebbe altra scelta fuor che quella di continuare a votare per un partito che non la rappresentava. È vero che l’ideologia italiana del secondo dopoguerra fu il risultato di un incontro fra tre sinistre: «quella cattolica dossettiana, quella azionista gobettiana, e quella comunista gramsciana». I comunisti, da soli, non sarebbero mai riusciti a imporre i miti, i luoghi comuni e i tic mentali che sono stati, per più di cinquant’anni, l’ortodossia culturale del Paese. Vi riuscirono perché la sinistra cattolica credette che i comunisti fossero cristiani imperfetti e gli intellettuali del Partito d’Azione si convinsero di potere usare il Pci come massa di manovra per la loro ambiziosa «rivoluzione morale». È vero infine che la sinistra diffida del popolo e si serve delle grandi manifestazioni soltanto se è certa di poterle dirigere e manovrare. Il popolo è «buono» quando è indottrinato e militante. Lasciato a se stesso è soltanto rabbia, frustrazione, charivari e, in ultima analisi, argilla nelle mani del primo tribuno che riesce a sedurlo. Occorre quindi educarlo, guidarlo e chiamarlo in piazza soltanto quando il servizio d’ordine è in grado di controllare gli itinerari e orchestrare gli slogan.
Ma Adornato non si limita ad analizzare il passato e a giudicare le scelte di alcune forze politiche. Con il discorso di Todi si propone di dimostrare che anche la Casa delle libertà ha i suoi riferimenti intellettuali, i suoi antenati, la sua ideologia. Crede che un governo debba avere una cultura e sostiene che quello di Berlusconi ha alle sue spalle alcuni capisaldi del pensiero politico e morale dell’Occidente da Tommaso d’Aquino a Karol Wojtyla, da Dante a Tommaso Moro, da Marsilio Ficino a Spinoza. È convinto che la coalizione di centrodestra abbia un collante - la «centralità della persona» - e auspica un nuovo Rinascimento, vale a dire una «Terra di mezzo» tra il Medioevo, quando Dio dominava l’uomo, e la rivoluzione francese, quando l’illuminismo giacobino aprì la strada alle utopie totalitarie del Novecento. Da questo insieme di riferimenti culturali Adornato desume il programma politico della Casa delle libertà. Sono queste, spiega, le ragioni per cui desideriamo che la Costituzione europea contenga un cenno esplicito «alle tradizioni costitutive dell’idea d’Europa e della sua unità spirituale: l’umanesimo laico e cristiano». Sono queste le ragioni per cui crediamo nell’Europa, ma anche all’indissolubilità dei suoi legami con gli Stati Uniti. E sono queste infine le ragioni per cui siamo tradizionalisti e modernizzatori, liberali e sociali, fautori di un «sistema misto» in cui il cittadino possa scegliere, per i servizi di cui ha bisogno, tra offerte private e offerte statali. Credo di avere capito il significato del discorso di Todi. In un Paese dominato per molti decenni da forti lealtà politiche e ideologiche (fascismo, comunismo, socialismo, cattolicesimo militante), Adornato ritiene che la coalizione di centrodestra debba apparire, per meglio durare al potere, «blocco storico». Occorre quindi un retroterra culturale e soprattutto una «filosofia» da cui trarre autorità e legittimità. Il discorso di Todi ne contiene, per l’appunto, gli elementi. Non credo che questa filosofia sia necessaria e continuo a sperare che il bipolarismo ci abbia finalmente emancipati dall’obbligo di «votare con il cuore». So che le due coalizioni, durante la campagna elettorale, debbono invocare i grandi principi e i grandi programmi. Ma so anche che l’agenda delle cose da fare è fissata in buona parte da circostanze impreviste e dalla rigidità delle condizioni in cui un governo deve lavorare: la congiuntura economica, le nuove tecnologie, una crisi internazionale, un fenomeno sociale che acquista improvvisamente grande importanza.
Provo a spiegarmi con qualche esempio. La destra è più tradizionalista della sinistra, ma le unioni fra omosessuali la costringeranno, prima o dopo, a passare una legge che prenda atto della loro esistenza e delle loro conseguenze. La sinistra è più ambientalista della destra, ma non potrà dimenticare che la prosperità del Paese dipende in ultima analisi dalle sue infrastrutture. La destra è più identitaria della sinistra, ma non potrà ignorare che gli immigrati sono indispensabili all’economia del Nord-est. La sinistra è più pacifista della destra, ma dovrà decidere, in caso di guerra, se abbandonare gli alleati o ingoiare il rospo. La destra è meno europeista della sinistra, ma dovrà chiedersi, dopo la cattiva esperienza del 1994, se l’Italia abbia interesse ad assumere atteggiamenti frondisti. Dopo le ubriacature ideologiche delle campagne elettorali il problema di ogni governo, di destra o di sinistra, è quello di navigare a vista fra le promesse fatte e la forza delle cose. Le due coalizioni, anche se il tono delle reciproche accuse rimane alto, finiscono per assomigliarsi. Ciasuna delle due tiene conto del proprio elettorato, ma scopre rapidamente che la realtà lascia ai governi un margine di autonomia alquanto modesto. Il lettore maturo se ne accorge e finisce per votare secondo criteri che non hanno nulla a che vedere con i grandi principi culturali a cui ciascuna delle due coalizioni dice di ispirarsi: la credibilità di un leader, la serietà dei suoi collaboratori e, soprattutto, la voglia di cambiare. Più una democrazia è vecchia, più cresce nel corpo elettorale la dimensione di quel «centro fluttuante» da cui dipendono in ultima analisi i risultati delle elezioni. So che la vita politica diventa in tal modo assai meno appassionata ed entusiasmante di quanto non piacerebbe a Ferdinando Adornato. Ma questo pragmatismo presenta due vantaggi. In primo luogo costringe la politica a ritirarsi da un terreno, l’educazione culturale, che è meglio lasciare alla coscienza degli individui. In secondo luogo riduce drasticamente le speranze tradite e le illusioni perdute del fedele militante.