Agli inizi del mese di febbraio si è presentato all’opinione pubblica il testo dei primi sedici articoli della Carta della nuova Europa; ma essa non contiene alcun cenno al «patrimonio spirituale e morale» dell’Europa che, invece, era stato ben fissato nella Carta dei diritti fondamentali. A questo punto c’è da porsi una semplice domanda: quale valore annettiamo a questa esigenza di esprimere le nostre radici comuni? Indubbiamente, un valore alto, molto alto se è vero che senza il ricordo del passato che si fa vivo non si va da nessuna parte, né si possono costruire progetti di pace. Il nostro pensiero, anche in questo momento in cui si discute della nuova Europa che sta nascendo, non può non rivolgersi a quegli uomini che hanno costituito la classe dirigente degli anni Cinquanta nei Paesi dell’Europa occidentale (e che avevano vissuto la guerra); essi, proprio essi, sono riusciti ad avviare un processo totalmente nuovo nell’ordine dei rapporti internazionali, contribuendo, negli anni successivi, a consolidare un sogno: quello di una pace stabile tra popoli che parlano lingue diverse, ma che sono legati da un filo che è diventato sempre più percepibile, quello della civiltà cristiana, che si può ben chiamare civiltà europea. Civiltà europea che può correttamente continuare ad assicurare la sua presenza al di là del fatto che i sentimenti, le idee, i ragionamenti filosofici o politici o teologici, i progetti di vita si basano sull’uso di lingue diverse. Sappiamo bene come la lingua possa essere considerata una ricchezza, da alcuni; un ostacolo alla comprensibilità tra i popoli, da altri. Una ricchezza lo è di certo; perché la lingua è la storia, costituisce le tradizioni di un popolo. Ed è sulle tradizioni culturali che si deve ricreare la mentalità europea: la biodiversità è una ricchezza, così come lo è il multiculturalismo.
Ed è un segno di civiltà, della nostra civiltà europea - oltre che di rispetto quotidiano del singolo cittadino nei riguardi dell’altro - quello di avere affermato la pluralità della comunicazione come principio fondante della vita politica e burocratica delle istituzioni che hanno costituito la Comunità prima e che, oggi, costituiscono l’Unione dei popoli d’Europa. La pluralità delle lingue non può essere, quindi, d’ostacolo al traguardo della Costituzione della nuova Europa che sta nascendo dal Trattato di Amsterdam, dall’esecuzione che le élites politiche dei Paesi aderenti stanno ritenendo di iniziare a realizzare. Né tanto meno può costituire un blocco al processo di unificazione dei popoli d’Europa, di quelli che sono all’Est, il «deficit di democraticità» di cui qualcuno pensa che soffrirebbe l’attuale ordinamento costituzionale dell’Unione europea. Come avremo modo di notare, ogni cittadino europeo - sia che lavori alle dipendenze di un datore di lavoro pubblico o privato, sia che si trovi nelle condizioni di cercare un impiego o un posto in formazione - si è reso conto da tempo delle difficoltà incontrate giornalmente dai responsabili politici di interpretare, restando a guardare dall’angolo di visuale ristretto costituito dalle nazioni, i fenomeni di globalizzazione (i francesi usano la parola «mondializzazione») che caratterizzano alcuni settori dell’economia; settori che, direttamente o indirettamente, possono contribuire a migliorare la qualità della vita del cittadino, ma che, globalizzandosi, modificano le politiche nazionali di sviluppo delle risorse umane. E che, per quell’atteggiamento di rispetto che si ha del principio di libera concorrenza, vede in posizione di debolezza il sistema delle imprese europee rispetto a quello delle imprese americane e di quelle del Sud-est asiatico.
Globalizzazione dell’economia e mercati locali del lavoro: due temi cui non possiamo sfuggire dovendo essi essere considerati come una frontiera dell’azione politica e, al contempo, possono essere riguardati, sempre dalle stesse élites di ciascun Paese, come uno strumento di soluzione ai temi dello sviluppo economico e del perseguimento di un benessere sempre più alto delle popolazioni insediate in un determinato territorio. Di fronte alla dimensioni finanziarie assunte da alcune imprese, che preferiscono decentrare le lavorazioni là dove il costo della manodopera è più basso, non possono esserci ostacoli alla loro espansione; ed è più che logico - è nella realtà delle cose - che esse cerchino di convincere le élites al governo perché dai ritardi nell’elaborazione degli ordinamenti, soprattutto di quelli che regolamentano gli scambi (diritto civile) o il tenore di vita dei cittadini, possono trarre vantaggi, profitti superiori a quelli che mai avrebbero potuto conseguire se ci fosse la presenza di un ordinamento sovranazionale a tutela dei lavoratori, delle loro famiglie. Tanta strada i popoli d’Europa debbono percorrere insieme per poter diventare portatori di pace, perché, prima di tutto, si è stati incaricati dalla storia di diffondere, nelle altre società, il sistema dei diritti dei lavoratori; sistema che non può essere separato da quello dei diritti civili. È assai significativo che i principi fondamentali della legislazione sociale, che è un sistema ordinamentale nazionale posto a tutela dei lavoratori, non ricevano adeguato spazio - rectius, una significativa visibilità - nelle Carte fondamentali dei diversi Paesi d’Europa. Neppure in quelle di più recente fattura.
Occorre condividere la considerazione che senza giustizia, comunque non c’è pace; senza giustizia sociale, poi, non c’è sviluppo. Un monito etico, che ci viene esposto da un uomo che aveva compreso come vanno le cose nella vita: Adam Smith, diciassette anni prima della Ricchezza delle nazioni, pubblicò un’opera che gli economisti che si rifanno al principio del liberalismo puro (Carl Menger, Friedrich Hayek) non citano con piacere: il titolo di questo lavoro è Teoria dei sentimenti morali; l’anno era il 1759. E in questo testo Adam Smith dimostra il suo profondo scetticismo in ordine alla moralità dei ricchi. È stato affermato che nessun altro autore, neppure Karl Marx, critica in modo così duro l’atteggiamento delle persone economicamente agiate nei confronti degli interessi di chi è in situazione di disagio, di sostanziale debolezza, del povero. Smith afferma che molti ricchi si curano, per il loro «naturale egoismo» e la loro «naturale rapacità», solo di soddisfare i propri «vani e insaziabili desideri». Nonostante ciò, può verificarsi che altri individui traggano beneficio dalle loro azioni perché è opinione condivisa che gli atti, i comportamenti di persone diverse possono complementarsi in modo produttivo. In quel saggio Smith non assegna ai ricchi il merito di fare consapevolmente del bene ad altre persone; in lui l’idea di conseguenza non voluta coesiste con uno scetticismo quasi infinito nei riguardi dei ricchi. Secondo Smith, gli egoisti e i rapaci sono condotti «da una mano invisibile» a «far progredire l’interesse della società», e a ciò giungono senza saperlo, senza volerlo. È nel delimitato contesto generale che Smith definisce anche la sua analisi - spesso ricordata, anche dai sociologi, e dallo stesso Max Weber, coetaneo e antagonista di Karl Marx - dei benefici dello scambio economico nella Ricchezza delle nazioni: l’individuo è «condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entra(va) nelle sue intenzioni». La nostra coscienza - e ancora di più quella dei fondatori dell’Europa delle nazioni - non ha accettato, non accetta la tesi che gli esseri umani siano irriducibilmente egoisti. Anche perché a contenere il loro egoismo c’è ancora il patrimonio cristiano: esso aiuterà il continente dal duplice rischio del laicismo ideologico e dell’integralismo settario.
E a un’altra domanda, questa: «Tutte le libertà godute dagli esseri umani vengono invariabilmente esercitate in modo tanto egoistico che attendersi un progresso sociale e un’azione pubblica conforme a ragione è solo un’illusione?», è possibile rispondere, da europei, ricorrendo allo spirito etico di chi voleva porre le basi per un diritto comunitario: «Ci troviamo qui per compiere un’opera comune, non per negoziare vantaggi, ma per ricercare i nostri vantaggi nel vantaggio comune. Soltanto se riusciamo a eliminare dalle nostre discussioni qualsiasi sentimento particolaristico, si potrà trovare una soluzione. Dipenderà da noi, qui riuniti, dalla facoltà di cambiare i nostri metodi, se lo stato d’animo di tutti gli europei potrà cambiare a sua volta» (Jean Monnet, Parigi, 20 giugno1950). Jean Monnet era convinto che la guerra fredda fosse nata dalla concorrenza fra le due grandi potenze in Europa, perché l’Europa divisa era una posta in gioco. Ma egli era anche consapevole dell’inutilità di creare in una sola volta un edificio istituzionale completo senza che ciascuno Stato non fosse tentato di gettare sul tavolo delle trattative la carta della identità nazionale; e ciò al solo fine di ridurre la capacità di azione dell’autorità che si pensava di istituire. A ben riflettere gli animi degli italiani, come dei tedeschi, dei francesi, dei belgi non erano - né potevano essere - preparati (forse, solo anche disponibili) a consentire trasferimenti di sovranità di una certa quale consistenza; quella identità, che le Carte costituzionali appena approvate avevano sottolineato, avevano esaltato, costituiva un blocco a fare quello che era giusto, razionale fare. In quel tempo, per poter conseguire un minimo di successo ci si convinse che bisognava seguire due linee-guida: da un lato, limitare gli obiettivi a settori specifici, che fossero in grado di interessare le fasce più deboli della popolazione europea (gli agricoltori, i disoccupati) ma anche i settori produttivi (energia; industria meccanica) capaci di condizionare lo sviluppo dell’economia di ciascun Stato; dall’altro, instaurare un meccanismo decisionale connesso, che sarebbe stato investito gradualmente di nuove competenze. Instaurare questo meccanismo significava creare un’organizzazione totalmente nuova nei suoi obiettivi e nei suoi metodi. Era chiaro, comunque, un punto: si sarebbe dovuto evitare che la nascente istituzione soffrisse dei punti deboli propri delle organizzazioni intergovernative classiche (cioè, l’esigenza dell’unanimità per assumere decisioni; la dipendenza di esse da contributi finanziari nazionali; la dipendenza dell’esecutivo dai rappresentanti degli Stati nazionali).
Jean Monnet, che aveva contribuito all’elaborazione delle proposte di Robert Schuman, uomo cristiano della Lorena, regione della Francia, aveva avuto modo di esprimere ai rappresentanti degli altri cinque Paesi (Repubblica federale di Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) questa convinzione: «Le proposte Schuman, o sono rivoluzionarie, o non sono nulla. Il principio fondamentale è quello di delegare la sovranità in un ambito ristretto ma decisivo. Infatti, un piano che non si fondasse su tale principio non potrebbe contribuire utilmente alla soluzione dei grandi problemi sociali, poiché la cooperazione tra le nazioni, per quanto importante possa essere, non risolve nulla. Bisogna tendere alla fusione degli interessi dei popoli europei e non soltanto al loro equilibrio». Né i costituzionalisti né gli studiosi di diritto internazionale, nei loro studi, hanno fatto mai riferimento al pensiero di Jean Monnet; essi hanno sicuramente avvertito il sogno che ispirava il suo pensiero costituzionale. E, probabilmente, lo hanno marchiato come frutto di utopia. Se ne sono guardati bene dal farlo per due ordini di ragioni: per l’arditezza del pensiero che poteva dispiacere alle élites nazionali protese a legittimarsi in esclusiva ciascuno nei riguardi del proprio popolo, che è da considerare il principal rispetto al parlamento nazionale dal momento che la legittima a produrre la normativa a tutela degli interessi di fasce più o meno ampie di elettori; per la incomprensibilità (apparente) di un diritto delle istituzioni extranazionali che risultano (e ne risultano ancora) fondate su un’architettura ispirata dal principio dell’equilibrio tra poteri. Un sistema questo che non può essere mai visto con occhio limpido da quel partito - e sono la gran parte - che si limita a coltivare il proprio orticello, comunicando con gli elettori per slogan, non basando i suoi valori di governo su valori di natura universale. Tali valori, nelle democrazie occidentali, si danno per conquistati, per condivisi; ma essi non lo sono, non lo saranno mai. Il pensiero di Jean Monnet, condiviso da Adenauer, da De Gasperi, da Schuman, da Spaak, si può ritenere di estrema attualità anche oggi, alle soglie del Terzo millennio, quando leggiamo il Trattato di Maastricht e, ancora di più, il Trattato di Amsterdam.
Ricordiamo ancora che ci vollero diversi anni perché si concludessero i negoziati per il Trattato di Parigi e per quello di Roma. Ma è nel preambolo del trattato Ceca, costituito da cinque brevi paragrafi, che è contenuta l’etica ispiratrice delle azioni dei promotori della costruzione dell’ordinamento costituzionale europeo:
- «considerando che la pace mondiale può essere difesa soltanto con sforzi creatori adeguati ai pericoli che la minacciano;
- convinti che il contributo che un’Europa organizzata e viva può portare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche;
- coscienti che l’Europa si costruirà soltanto con attuazioni concrete, che creino innanzitutto una solidarietà di fatto, e con l’instaurazione di basi comuni di sviluppo economico;
- solleciti di concorrere con l’espansione delle loro produzioni fondamentali al miglioramento del tenore di vita e al progresso delle opere di pace;
- risoluti a sostituire alle rivalità secolari una fusione dei loro interessi essenziali, e a fondare con l’instaurazione di una comunità economica la prima assise di una comunità più vasta e più profonda tra popoli per lungo tempo avversi per divisioni sanguinose e a porre i fondamenti d’istituzioni capaci di indirizzare un destino oramai condiviso».
È l’etica del rifiuto della morte, della sopraffazione, sia essa economica che culturale, a ispirare le coscienze dei nostri padri costituenti. Nessuna ambiguità etica, dunque; ma un insieme di valori che risulta ispirato a un messaggio: la coltivazione dei delicati fiori della tolleranza, della solidarietà, della complementarietà tra popoli, che capiscono il linguaggio universale che esiste in questo mondo e, probabilmente, in altri, quello della matematica, può avvenire sotto un cielo di pace. Gli Stati Uniti d’Europa che si intendono costruire, che rappresentano una nuova istituzione, nel panorama dei Paesi del mondo che si ispirano al modello confederativo, devono essere in grado di testimoniare, comunque, la democrazia; ma è solo la fede, quella cristiana, che ci può aiutare a estirpare dal cuore dei cittadini tutte quelle parole che finiscono, nel vocabolario di quasi tutte le lingue, in «ismo», in «ism», in «ismus». L’attuale Unione europea deve testimoniare di essere democratica; una testimonianza che deve rendere, in primo luogo, a se stessa, guardandosi allo specchio. Ed è una testimonianza che deve rendere, ora, anche all’esterno: a quei popoli che chiedono di venir a far parte degli Stati Uniti d’Europa. Essi sono popoli che sono usciti dallo stato di non-libertà, e che non sarebbero assolutamente disponibili a fermare la lancetta della Storia; sono popoli che, però, hanno covato per anni, per decenni l’odio generato dall’ideologia etnica che è stata supportata dalla ideologia politica ispirata al principio del dominio del mondo, delle menti degli individui.
La democrazia non tollera la corruzione; la democrazia richiede codici etici; la democrazia richiede l’indipendenza delle magistrature. La democrazia richiede, innanzitutto, una profonda onestà intellettuale. In primo luogo, essa deve essere connaturale all’élites politiche: è primo canone dell’arte politica essere franco e fuggire l’infingimento, promettere poco e mantenere quel che si è promesso (Luigi Sturzo, Il Popolo, 16 dicembre 1956). La democrazia richiede il dibattito, la discussione. Si sono mosse le più belle intelligenze; alcune hanno dichiarato - come già dicevo - che l’Unione europea soffre di un «deficit di democrazia». A chi non fa piacere che si dibatta, che si discuta? In genere, alle burocrazie; in genere, a chi deve difendere posizioni di interesse economico. Non certo ai lavoratori. Ed è interesse dei lavoratori, di quelli che, come a Danzica, dimostrarono che non è sufficiente all’Uomo vivere di solo pane, chiedere alle proprie élites politiche di che cosa siano capaci per evitare che la cosiddetta «politica di valorizzazione del capitale umano» si infranga contro la scogliera durissima della disoccupazione. È di una certa quale significatività il pensiero espresso da Rolf Peffekoven, consigliere economico indipendente del governo tedesco: egli ha recentemente sostenuto che, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, in Europa «mancano idee convincenti adatte a risolvere sfide importanti come quella della riforma pensionistica e quella della lotta alla disoccupazione». Va da sé che sono proprio queste idee convincenti quelle che attraggono gli investitori. È necessario, quindi, un impegno forte perché la ristrutturazione economica in Europa proceda con sufficiente rapidità evitando, quindi, che le aspettative di crescita rimangano superiori negli Usa piuttosto che in Europa.