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La lunga marcia verso David

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Scipioni Rossi
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Le dichiarazioni rilasciate al quotidiano della sinistra israeliana Ha’aretz dal presidente di Alleanza nazionale Gianfranco Fini ha probabilmente concluso il percorso che ha portato la destra italiana al chiarimento del suo rapporto con Israele e con l’ebraismo. Un percorso che gli osservatori fanno abitualmente cominciare con la visita privata di Fini, ancora segretario del Msi-Dn, alle Fosse Ardeatine, l’11 dicembre 1993, ma che, in realtà, è molto più lungo e complesso. Dopo la disponibilità a chiedere «perdono» agli ebrei per le leggi razziali del ’38, a nome di tutti gli italiani, espressa dal vice-premier, che il suo viaggio in Israele si sia o meno verificato appare una circostanza certamente simbolica ma relativamente secondaria. Per tessere la tela «diplomatica» o in ragione dei loro incarichi istituzionali, già numerosi esponenti di An - Gasparri, Storace, Urso, Selva, Zacchera, Ronchi - sono stati a Gerusalemme. Le residue perplessità dello Stato ebraico sembrano scomparse. O, forse, si confondono con quelle che israeliani ed ebrei italiani continuano legittimamente ad avere sull’atteggiamento dell’Occidente verso l’eterna crisi mediorientale, in sostanza nei confronti del diritto dello Stato di Israele di esistere in pace. I dubbi, insomma, non riguardano solo la destra. Il sentimento di «abbandono», per dirla con Fiamma Nirenstein, è provato rispetto all’insieme dell’atteggiamento delle forze politiche, anche e forse soprattutto di sinistra. Una sindrome da accerchiamento che raggiunge il suo culmine al congresso «antirazzista» di Durban, nell’autunno del 2001, quando la delegazione israeliana resta praticamente sola a difendersi dalle accuse al «sionismo aggressivo», nel mondo arabo spesso paragonato, con un tragico paradosso, al nazismo. La sinistra italiana, come ha sottolineato Giorgio Israele, ha avuto verso Israele un comportamento ondivago, se non sempre sospettoso. Da un lato sulla scia di un sotterraneo antisemitismo che affonda le sue radici nel pensiero dei padri storici, a cominciare dal Marx della Questione ebraica. Dall’altro come derivata dell’incondizionato e univoco appoggio alla causa palestinese, attivamente sostenuta, all’epoca, dall’Unione Sovietica. Le pulsioni antisemite e antisioniste, nella sinistra, anche cattolica, spesso si confondono, si intrecciano: con l’antisionismo forse a fungere da maschera «presentabile». Come nella destra estrema - e storicamente nell’antisemitismo europeo inveratosi nel regime hitleriano - l’ebreo e Israele sono eletti a paradigmi dell’imperialismo capitalista.
È in questo clima politico-culturale che va inquadrato il processo che ha visto protagonista il leader della destra italiana. Per limitarsi ai tempi recentissimi, significativo appare che numerosi esponenti di An abbiano aderito o partecipato all’Israel Day organizzato a Roma nell’aprile 2002 con il sostegno del quotidiano Il Foglio, e snobbato dalla sinistra. Una sinistra che sembra aver perduto nei confronti degli ebrei italiani la rendita di posizione - dovuta allo sdegno provocato dalla tragica esperienza delle leggi razziali - di cui per decenni aveva ritenuto di godere. Questo non vuole automaticamente dire che le opzioni politiche dell’ebraismo italiano si siano in misura significativa spostate a destra. Che vi sia un’attenzione diversa, tuttavia, sembra vero. È come se si rimarginasse un’antica ferita, che riguarda, in qualche modo, l’intera opinione pubblica italiana. Non va però confusa la posizione di Israele con quella degli ebrei italiani. Ruoli distinti, con la storia che pesa in maniera diversa. Lo Stato ebraico non c’era ancora quando a Roma il 16 ottobre del 1943 mille e ventidue ebrei furono prelevati dalle Ss, che li avviarono ad Auschwitz. Ne tornarono quindici. Non ci volevano credere, alla deportazione, gli ebrei romani, in maggioranza fascisti. Neppure il rabbino capo, quell’Israel Zoller-Zolli sceso da Trieste nella temperie della guerra, poi convertitosi al cristianesimo con grande sconforto del mondo ebraico. Certo, Fini non c’entra, con il ’43. Ma allora gli ebrei romani si fidarono troppo. Per questo oggi forse si fidano poco. Anche dopo la stretta di mano tra Toaff e il vice-premier. Anche dopo l’intervista di Fini. Intervista complessa, difficile. Per Amos Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche, «se il percorso compiuto da Fini può essere abbastanza positivo, lo stesso non si può dire anche del partito di cui Fini è presidente». D’altra parte a Luzzatto sembrano una «scorciatoia» anche le scuse degli eredi Savoia per le leggi razziali. E a Tullia Zevi non è piaciuto il coinvolgimento di tutto il popolo italiano nella richiesta di perdono: «Oscura la lotta antifascista e il largo dissenso popolare che contrastarono le scelte criminali e razziste del fascismo». Non eccessivamente largo, per la verità, se la stessa Zevi ebbe a lamentare che di «quelle leggi la popolazione in un primo tempo non percepì la gravità», per cui «il fascismo non può considerarsi al riparo dell’accusa di genocidio, né il popolo italiano al di fuori del cono d’ombra delle delazioni».
Italiani brava gente, ma non troppo. Come si sa, al Senato, di nomina regia, il 20 dicembre 1938 nessuno parlò contro le leggi razziali, neppure Einaudi, e i voti contrari furono solo nove su 164. Assenti erano i nove senatori ebrei, tre dei quali iscritti al Pnf. Solo Massimo Bontempelli, qualche mese dopo, rifiutò una delle trecento tra cattedre e libere docenze universitarie rese vacanti dalla radiazione dei professori di «razza ebraica». Per non parlare del quotidiano «non vedere» del cittadino normale. Di quella vasta «zona grigia» denunciata, persino nella disperata realtà dei lager nazisti, da Primo Levi. Vasta nonostante gli italiani siano un popolo di «spontanea umanità», come riconobbe Hannah Arendt in margine al processo Eichmann. La «legislazione discriminatoria fu applicata senza incontrare significative resistenze da parte dell’amministrazione pubblica», scrive il Dizionario del fascismo dell’Einaudi. Ha ragione il combattente della Rsi Carlo Mazzantini: «È stata una colpa nazionale, ancor più grave… proprio perché quelle leggi passarono così, nell’indifferenza generale». Il fatto è che gli italiani, come popolo, fanno fatica ad assumersi responsabilità collettive. E a fare i conti con la propria storia. Qualche polemica ci fu anche quando D’Alema, in occasione del Forum internazionale sull’Olocausto di Stoccolma, nel 2000, parlò di «responsabilità dell’Italia». È più comodo ricordare le buone azioni. «Mi auguro che non si debba addebitare a noi persino l’infamia dell’Olocausto», scrive offeso al Secolo d’Italia il ministro Mirko Tremaglia, reduce della Rsi. Polemica generazionale, più che politica. L’ottica cambia se hai sulle spalle la guerra civile… Se dipendesse solo da Fini e dalla sua generazione, forse il viaggio del leader di An in Israele sarebbe già in archivio da tempo. Il partito «nostalgico» al quale l’adolescente Fini si iscrive a Bologna, alla fine degli anni Sessanta, ha sepolto da tempo le tentazioni terzaforziste: è un partito «occidentale», e in quanto tale è filo-israeliano. Per questo è attaccato, e continuerà a esserlo, dal variopinto mondo della destra radicale. Nella campagna elettorale del 1968, il Msi condanna «le posizioni equivoche di ambivalenza di fronte al conflitto arabo-israeliano assunte al posto della condanna recisa del cripto-comunismo aggressivo dell’Egitto». Nel congresso del 1970, è Giorgio Almirante a chiarire la situazione: «Noi siamo l’Occidente; lo rappresentiamo, siamo la punta avanzata dell’Occidente. Non esistono, non esisteranno mai, si pone fuori dal partito chi lo sostiene, posizioni tarzaforziste in seno al Msi». E nel documento finale del X congresso, nel 1973, si legge: «La pace e la sicurezza del Mediterraneo, con la tutela della indipendenza e della integrità territoriale di tutti i Paesi rivieraschi - ivi compreso Israele, che ha diritto, come tutti gli altri, a una pacifica e sicura esistenza - sono elementi essenziali della pace e della sicurezza generali». Dieci anni dopo, nel 1983, il Msi-Dn chiede «una Patria per Israele, una Patria per i palestinesi». Una posizione mai rimessa in discussione.

Gli anni Sessanta
Ma che cosa era accaduto negli anni Sessanta per stemperare l’iniziale grande attenzione del partito per le ragioni degli arabi del Mediterraneo? È la guerra dei «sei giorni» che cambia il quadro di riferimento della destra italiana. Si perde la speranza di fermare il processo di avvicinamento degli Stati arabi all’Unione Sovietica e si scopre Israele, considerato «baluardo» verso l’espansione del comunismo. Per la verità, ricorda Franz Maria D’Asaro, «sin dai primi anni del Secolo (fondato nel 1952, ndr) Almirante sensibilizzava il nostro interesse nei confronti dello spirito pionieristico e patriottico con il quale i fondatori dello Stato di Israele… avevano edificato la nuova Nazione». Ma nella guerra mediorientale del ’56 il Msi non è ancora filo-israeliano. Il secondo conflitto mondiale è ancora troppo vicino e così l’avversione per la «perfida Albione». Il mondo missino aveva guardato con grande simpatia, in funzione antibritannica, alla rivoluzione dei militari egiziani guidati da Nasser. La svolta definitiva è dunque del ’67. Vent’anni dopo lo ricorda Giano Accame (12): «…è l’ebreo combattente la figura che ha riscosso maggiore apprezzamento negli ambienti della destra», ma piaceva anche «l’istituzione dei kibbutz, una idea comunitaria basata su valori sociali, nazionali e spirituali». Con la guerra dei «sei giorni» il Msi si schiera con Israele mentre a sinistra si manifestava contro l’imperialismo sionista. È in questi frangenti che a destra si battono strade inesplorate. Giulio Caradonna, segretario provinciale del partito, ricorda che «la comunità ebraica era seriamente minacciata dai comunisti. Si temevano anche assalti armati. Io decisi di offrire pubblicamente alla comunità ebraica non solo la solidarietà del Msi ma, all’occorrenza, anche l’appoggio concreto dei nostri giovani. Toaff mi ringraziò con una lettera cortese, che conservo ancora. Dopo la guerra andai in Israele, per capire. E fui ben accolto». Anche la guerra del Kippur, nel 1973, fa registrare l’incondizionato sostegno del Msi-Dn al fronte israeliano. Nel 1975, alla Camera, Caradonna interviene per criticare l’ambiguità dell’Onu e della politica italiana sul Medio Oriente. E contesta chi gioca sull’equivoco con il termine sionismo. «Si deve parlare di solidarismo sionista… Questo movimento nacque non per tradurre in termini politici ed economici una pretesa supremazia razziale, ma come reazione di difesa imposta da millenarie discriminazioni e persecuzioni di una minoranza etnico-religiosa, la quale deve combattere ancor oggi - come combatté in passato - per la propria sopravvivenza». Caradonna non era stato il primo ex fascista ad andare in Israele. Prima di lui era toccato a Giano Accame, come giornalista, nel 1962. E ci tornò nel 1967, per una seconda serie di reportages. Era inviato del Borghese diretto da Mario Tedeschi, per tutti gli anni Sessanta tenacemente filo-israeliano, come gli articoli di Gianna Preda e dello stesso Accame: «Non v’è suddito di Israele, non v’è soldato di questo Stato ideale, che non abbia la sensazione di vivere sotto una pesante e continua minaccia; una sensazione che gli ebrei d’Europa ben conoscono, per le esperienze vissute fra il 1930 e il 1940, a mano a mano che le persecuzioni razziali andavano restringendo intorno a loro i confini, limitando le possibilità di lavorare e di vivere». Tedeschi aveva ereditato la testata fondata da Leo Longanesi per dare voce al ceto medio liberalconservatore. Ma il paradosso sta nella partecipazione di Tedeschi, ex volontario della Decima Mas, all’avventura clandestina dei Far, i Fasci d’azione rivoluzionaria attivi a Roma nell’immediato dopoguerra, fino al 1950, che tra le condizioni per l’iscrizione - lo ricorda in Fascisti dopo Mussolini - ponevano quella di non essere «di razza israelitica». I reduci della Rsi, clandestini o incarcerati, non dimenticano il settimo dei «18 punti» del Manifesto di Verona: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Lo dimenticano, invece, pochi mesi dopo, nel dicembre del ’46, i fondatori del Msi. Ma poiché molti degli aderenti ai Far sono anche tra i fondatori del Msi, è da qui che bisogna incominciare l’analisi del rapporto non tra la destra e Israele, ma tra la destra e gli ebrei.

La svolta di Fiuggi
Era necessario per An, nel 1995, a Fiuggi, approvare la famosa dichiarazione di «condanna esplicita, definitiva e senza appello (…) verso ogni forma di antisemitismo e di antiebraismo, anche qualora siano camuffati con la patina propagandistica dell’antisionismo e della polemica antiisraeliana»? Nel partito nato dal superamento del Msi qualche dubbio affiorò, soprattutto tra gli anziani legati alla memoria del fascismo, della Rsi, e dell’immediato dopoguerra. Tra costoro, da sempre, è diffusa la tesi del «fascista buono», parallela a quella, più generale, degli «italiani brava gente». Una tesi che tende all’autoassoluzione, che minimizza per eludere il nodo centrale delle leggi razziali del ’38: che consiste nel ritorno degli italiani di religione israelitica a una condizione giuridica precedente all’emancipazione ottocentesca. In questo senso, che la persecuzione sia poi stata più o meno intensa non ha molta importanza. Resta il fatto che nel ’38 gli ebrei tornarono cittadini di serie B, con capacità giuridica limitata, simile a quella concessa dal filosemita Italo Balbo ai libici nella colonia d’Oltremare. Per i libici fu una promozione. Per gli ebrei italiani un’umiliante retrocessione. Tuttavia la tesi del «fascista buono» fu corroborata da Hannah Arendt con il suo La banalità del male. Un protagonista, Primo Siena, negli anni Cinquanta e Sessanta dirigente del Msi, ricorda: «L’antisemitismo era estraneo alla maggioranza dei volontari della Rsi prima e dei giovani del Msi poi. La mia esperienza poi è particolare. Nell’ottobre del 1943 assieme a me si arruolava nel Battaglione bersaglieri della Rsi «Mussolini» Mario Pincherle, modenese, nipote del sansepolcrista Marco Vicini, d’origine israelita. Fu arrestato dai tedeschi e finì in campo di concentramento. Si salvò. Ma quell’episodio, conosciuto nei dettagli a guerra finita, mi vaccinò definitivamente nei riguardi dell’antisemitismo. A Bologna, uno degli esponenti più qualificati, anche intellettualmente, della gioventù missina si chiamava Giampaolo Vita-Finzi».
Un testimone, Marco Tarchi: «Tra i tanti reduci che ho incrociato in anonime sezioni missine… non ho mai registrato accenti contro gli ebrei. Mai, dico mai, ho sentito parlare di rappresaglie contro gli ebrei». Significative le parole dell’attuale politologo Tarchi, nipote del fratello del ministro di Salò Angelo Tarchi: è una delle rare volte, da quando fu espulso dal Msi-Dn nel 1981, che si esprime in toni non negativi sul suo ambiente di provenienza. Lo aveva fatto, in precedenza, sullo stesso argomento: «Il Msi… non è mai stato un partito antisemita». Nonostante i Vita-Finzi, i Levi, i Coen frequentatori delle sedi e delle riviste missine, la dichiarazione pretesa da Fini a Fiuggi era tuttavia necessaria, perché nei 47 anni di vita del Msi mai una parola chiara era stata scritta in un documento ufficiale. Rimozione dei reduci, dunque? E rimozione da parte dei loro rappresentanti politici? È la tesi, tra gli altri, di Ganapini, di Germinario, di Cabona. C’è del vero, ma le carte dicono che la storia è più complessa. E andrebbe letta anche in parallelo alla scarsissima attenzione che il tema ebbe dopo la guerra anche in altri settori del mondo politico e culturale, a cominciare da quello cattolico, che aveva qualche rimprovero da farsi rispetto alle leggi razziali. Si pensi alle posizioni della Civiltà Cattolica, di padre Gemelli, per non parlare dello storico Gabriele De Rosa, autore nel 1939 di un «pregevole» La rivincita di Ario. D’altra parte i comunisti dovevano farsi perdonare l’ospitalità concessa a tanti intellettuali ex fascisti e razzisti. I Chilanti, i Piovene, gli Enzo Santarelli che passano da La difesa della razza a Critica marxista. Molti, sì, rimuovono, anche tra chi rimane a destra. Le memorie vanno comunque distinte. Chi ha avuto un ruolo di vertice nel fascismo o nella Rsi, non ne parla o sottolinea ciò che ha fatto, spesso con il presunto beneplacito di Mussolini, per mitigare gli effetti delle leggi razziali. «Il duce, durante il colloquio che ebbi con lui il 31 maggio (1944, ndr), mi aveva raccomandato di fare di tutto perché non si infierisse contro gli ebrei, ricordandomi che tra essi vi erano dei sansepolcristi che al fascismo avevano partecipato con sincera passione», ricorda Vincenzo Costa, federale della Rsi a Milano.
Piero Pisenti, ministro della Giustizia di Salò mette in evidenza di aver avuto un ruolo nell’impedire un’ulteriore stretta giuridica sulla condizione degli ebrei. Ma è il ministro dell’Educazione Carlo Alberto Biggini, che pure aiuta alcuni ebrei, a riconoscere che l’antisemitismo, nel periodo della Rsi, «raggiunse il parossismo». Minimizzano il ministro dell’Economia Angelo Tarchi e il ministro dell’Interno Buffarini Guidi. Il sindacalista Vito Panunzio, figlio di Sergio, sottosegretario dopo il delitto Matteotti e amico personale del duce, ricorda come Bottai, «il più zelante» antisemita, chiese nel 1939 a suo padre, ormai cieco, di intercedere con Mussolini per «discriminare» Giorgio Del Vecchio, professore di Filosofia del diritto, ormai convertito al cattolicesimo. «Peggio: falso ebreo e falso cristiano!», replicò con durezza Mussolini. Un altro sindacalista, Mario Gradi: «Tra noi erano frequenti e vivaci le critiche e le riserve nei confronti della dottrina della razza, considerata una intollerabile intrusione nel nostro edificio ideologico». Le critiche alle leggi razziali si fondono spesso con le riserve rispetto all’alleanza con Hitler. Per il sociologo Camillo Pellizzi, «la leggerezza o l’eccessivo zelo di molti fascisti, anche in alte posizioni, poté dare in quegli anni, e durante la guerra, l’impressione che questa unificazione delle due dottrine fosse ormai un fatto compiuto; e massimamente contribuì a ciò la legislazione italiana contro gli ebrei». Le leggi razziali non sempre sono vissute come un problema. Nella memorialistica «repubblichina» - più o meno romanzata - si incontrano ebrei dediti alla borsa nera, come il Samuele Chonn di Tiro al piccione di Giose Rimanelli. Ma vi sono anche i racconti edificanti, senza risvolti politici, piuttosto psicologici e autoassolutori. Mario Castellacci, l’autore della canzone Le donne non ci voglio più bene…, racconta dell’innamoramento di un milite della Rsi, a Milano, per la giovane Sara. Ugo Franzolin ricorda l’incredulità e il dolore dei compagni di scuola per la sorte di Giulia. Aldo Salvo narra le lacrime dell’ebrea ungherese Kotolin, in fuga da Roma con i genitori. E Giampaolo Pansa raccoglie la testimonianza sul medico ebreo Artom salvato da un ufficiale della Decima Mas. D’altra parte è chiaro Roberto Vivarelli, lo storico che solo di recente ha confessato la sua giovanile militanza a Salò: «Tra la generalità dei militanti della Rsi che io ho conosciuto, una questione ebraica semplicemente non esisteva… nego che nell’insieme dei giovani militanti di Salò avesse rilievo un sentimento antisemita, e ancor di più nego con forza che vi fosse tra noi conoscenza alcuna delle atrocità alle quali gli ebrei catturati erano avviati». I giovani non sapevano, o non capivano, dunque. Ma, dopo, c’è chi ammette il disgusto dell’epoca: «Ci volle davvero un bel coraggio, una singolare faccia tosta: parlare degli italiani come di gente appartenente a razza pura e intatta!!!… Inoltre, gli ebrei qui da noi sono sempre stati una minoranza infima…, comunque molto integrata, tanto che parecchi di loro furono fascisti convinti». Come ricordano alcuni romanzi.
Enrico de Boccard, reduce, giornalista, regista, che nel ’67 girerà il lungometraggio Cancelleremo Israele «dalla parte» di Tel Aviv, affida nel 1950 a Donne e mitra il paradosso dell’ebreo fascista e repubblichino. «Il ragazzo Cohen Ismaele che non aveva mai capito perché la Repubblica considerasse suoi nemici gli ebrei, il ragazzo Cohen che lui, la Repubblica, l’amava sopra ogni altra cosa, e che per queste sue idee era stato messo al bando dai suoi correligionari, trattato da traditore e il Rabbino Aaron Rosenheim, che gli fungeva da tutore, l’aveva solennemente maledetto… Non aveva avuto pace il ragazzo Cohen Ismaele… fino a che, con l’aiuto di una carta falsa d’identità…» si arruola. Un altro paradosso. «Conosco, potrei dire, un marò, decorato della croce di ferro tedesca per aver fatto esplodere un carro armato americano. Ebbene, quest’uomo potrebbe, nello stesso, tempo, esser fregiato almeno della bronz star americana per aver sabotato, nei pressi di San Savino, due camion carichi di Ss… Questo marò aveva motivi per farlo. Figlio di ebrei, la casa gli fu tolta. La madre inviata in campo di concentramento, il padre ucciso dalla mitraglia di un “Mitchell”. Aveva i suoi motivi, mi disse, per fare la guerra agli inglesi, iniziata tre anni prima e accoppar germanici insieme».

I reduci e gli ebrei
Imbarazzo, vergogna, desiderio di dimenticare. Sono i sentimenti diffusi tra i reduci che si ritrovano nel dopoguerra tra epurazioni e rese dei conti. La condanna delle leggi razziali, a distanza di decenni, è pressoché unanime. Viene persino dal trafugatore della salma di Mussolini, Domenico Leccisi: «Ciò che si seppe a guerra ultimata rese ancor più dolorosa la sconfitta per chi aveva combattuto con onore». Ma nell’immediatezza del dopoguerra, come abbiamo visto, i Far considerano «indegni» gli ebrei. È il nucleo iniziale di uno strisciante filone antisemita all’interno del Msi. Che prende quota quando l’influenza di Julius Evola, inesistente o quasi nel fascismo, si accresce negli ambienti giovanili missini, per lo più vicini alla corrente «spiritualista» di Pino Rauti, dalla quale nasce Ordine Nuovo, che nel ’56 esce dal Msi, per rientrarvi parzialmente nel 1969. Per questo gruppo non si può dire quello che vale per Almirante: «Ripudiata da tempo la sua adesione alla politica razziale, egli giunse, nell’aprile 1972, a esaltare i valori della Resistenza in quanto valori di libertà». Il 23 febbraio del 1967 Almirante, intervenendo a una Tribuna Politica televisiva, aveva chiarito di aver «completamente superato, per ragioni umane e per ragioni concettuali» il razzismo, aggiungendo di non avere alcuna difficoltà a includere il diario di Anna Frank nella biblioteca della scuola di partito. Lo stesso Evola gli risponde con una violenta «lettera aperta» intonata ai più vieti luoghi comuni dell’antisemitismo. Anche ad Almirante non faceva piacere parlare della sua esperienza come capo redattore della Difesa della razza. Il «vaccino» contro l’antisemitismo, tuttavia, gli era stato inoculato negli ultimi giorni della Rsi, quando era capo di gabinetto del ministro Mazzasoma. Lo racconta, nel 1974, in Autobiografia di un «fucilatore». E nell’87 così risponde a Fiamma Nirenstein che per Epoca a bruciapelo gli chiede se sia antisemita: «No, assolutamente». E la Difesa della razza?, insiste la Nirenstein. «Il buon Dio mi ha dato una lezione e ciò mi ha permesso di superare e di rinnegare per motivi umani la mia precedente esperienza. A Torino avevo un compagno di scuola ebreo, E.L., la prego di non farne il nome. Ci volevamo bene, studiavamo a casa sua o a casa mia insieme. Quando venni a Roma a lavorare con Interlandi al Tevere e poi alla Difesa della razza, quando nel ’38 uscì il manifesto della razza, io vedevo il problema tutto in termini culturali: sa, l’ebreo Marx, la sinistra, il nesso fra il bolscevismo, gli ebrei… non c’era nell’aria nessun campo di concentramento. Il mio amico era abbonato alla Difesa, addirittura ne discutevamo… Poi, quando i tedeschi presidiavano le città del Nord mi vidi arrivare E.L. nella Repubblica sociale con tutta la famiglia, la moglie (cristiana) e il bambino. Suo padre era già stato deportato e ucciso ad Auschwitz. Lo nascosi nel ministero della Cultura popolare, e fu l’unica cosa che io abbia celato a Mezzasoma…». Una lezione trasmessa al suo delfino. «Non sono razzista né lo è il Msi-Dn», ribadirà Gianfranco Fini nel 1988, a Tribuna Politica. «Uno degli insegnamenti che ci ha lasciato Almirante è per l’appunto di rigettare qualsiasi ideologia che rendesse diversi i cittadini per colore o religione». E ancora: «No, non siamo razzisti. Siamo cristiani e crediamo nella fratellanza che implica il rispetto degli altri, di tutti gli altri... Nei miei discorsi, nei nostri atti, nessuno ascolterà mai riferimenti alla biosociologia né auspici a un neozoologismo né richiami a elementi di ordine biologico. Nella mia biblioteca ideale non ci sono né il conte de Gobineau né Houston Chamberlain…». Era ancora il 1988, ben prima dell’omaggio alle Fosse Ardeatine.

Odiosa persecuzione
Ma già nell’immediato dopoguerra appaiono le prime condanne. Il settimanale Rataplan di Nino Tripodi, che per tanti anni diresse il Secolo d’Italia, scrive nel suo primo numero, il 10 agosto del 1946: «Forse da un colloquio come questo (tra Mussolini e inviati arabi, ndr) nacque nel nostro Paese l’odiosa persecuzione contro gli ebrei. Nel nostro Paese, l’Italia, dove non c’erano degli ebrei, ma soltanto degli italiani ebrei, come degli italiani protestanti, degli italiani atei, degli italiani monoteisti, assieme alla stragrande maggioranza di cattolici». Fu dunque «un calcolo»… «una manovra che ripugnava al nostro cuore, e un’azione ridicola in fatto di cosiddetta premessa scientifica razziale, e maledetta, e cattiva, quando arrivò a colpire i bambini espulsi dalle pubbliche scuole, alti funzionari, ineccepibili ufficiali, e persino il sacramento del matrimonio». Mussolini, aggiunge Rataplan, «sacrificò la dignità, i beni, la sicurezza, e in alcuni casi la vita di trentamila italiani ebrei…». Nel dicembre del 1946, il giorno di Santo Stefano, nello studio di Arturo Michelini, nasce il Msi. Nasce nel «cupo tramonto» dei reduci, come canterà l’inno scritto da Almirante. Nasce senza ricordarsi di impedire l’iscrizione agli ebrei. E chiarendo, nei primi «orientamenti programmatici», che «la religione cattolica apostolica romana è la religione dello Stato, garantendosi il dovuto rispetto agli altri culti». Nel 1948 è il primo quotidiano ufficiale del nuovo partito, L’Ordine Sociale, a dare la linea. Alla vigilia delle elezioni del 18 aprile militanti missini sono coinvolti in scontri nel quartiere ebraico di Roma. La stampa parla di «assalto al ghetto». Il quotidiano missino replica protestando contro «l’ignobile speculazione». Il 29 novembre del 1947, con la Risoluzione 181, l’Onu vota la creazione di due Stati in Palestina. Dal gennaio successivo truppe arabe entrano nella zona assegnata agli ebrei. Gerusalemme ebraica è assediata. Gli ebrei espulsi. La guerra è aperta. Il quotidiano del Msi guarda con palese simpatia a quelli che chiama in un primo tempo «sionisti» e dopo qualche giorno semplicemente «ebrei». Ma a Roma continuano gli incidenti e il Msi è sotto accusa. Il suo quotidiano scrive: «Riprende… la vecchia storia delle persecuzioni razziali, delle aperte provocazioni, delle canzoni fasciste ecc. …Sulla questione razziale abbiamo già espresso, e chiaramente, il nostro pensiero… prima delle elezioni. Ora che l’elezioni son passate in giudicato consigliamo, almeno, di cambiare il sistema e il luogo di imboscata. Ormai il gioco è scoperto e tutti, primi fra questi gli ebrei, debbono già aver compreso lo spirito».
Mentre si dipana la vicenda politica del Msi, appaiono a destra, accanto alla memorialistica, le riletture storiche del fascismo. Attilio Tamaro pubblica i suoi Vent’anni di storia tra il ’52 e il ’54. Sono tre volumi apologetici, tranne che sulle leggi razziali. «L’antisemitismo, seppur in forma mitigata in paragone del tedesco, non aveva nessuna ragione, né storica, né attuale, di esistere». Perché mai, dunque, si chiede Tamaro, varare le leggi razziali? «Forse la verità si trova in alcune spregiudicatissime parole che il Duce rivolse a sua sorella Edvige per giustificare la politica razzista come un “pegno” di solidarietà… con cui l’Italia avrebbe tirato dritto nella comune politica dell’Asse». Nell’orizzonte di Tamaro non c’è un Mussolini «buono». L’antisemitismo «traeva origine dalla parte più inumana e più crudele del nazionalsocialismo germanico e spezzava secolari tradizioni di tolleranza». Non solo. Il manifesto degli scienziati razzisti, firmato da Nicola Pende, in realtà «era quasi completamente redatto da Mussolini». E ancora: «Fu così triste l’impressione prodotta… dalle leggi razziste, che si può indicare nel tempo della loro apparizione l’inizio della crisi del fascismo». Negli anni Sessanta il revisionismo-negazionismo non era ancora diffuso. Ma a Tel Aviv c’era stato nel 1961-62 il processo Eichmann. Dell’Olocausto si sapeva ormai tutto o quasi. Se frange giovanili inneggiarono al gerarca nazista, il mondo postfascista e missino non fece finta di niente, anche se tentò di salvare l’immagine di Mussolini. Comincia Giorgio Pisanò, nel 1961, sul Meridiano d’Italia di Franco Servello, a parlare diffusamente di fascismo ed ebrei. A questo problema il giornalista, futuro senatore del Msi, dedica un libro, Mussolini e gli ebrei, nel 1967. Ma prima ancora un lungo capitolo della sua Storia della guerra civile in Italia, nel 1965. Nel 1964, Feltrinelli aveva pubblicato La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, di Hannah Arendt, la filosofa ebrea tedesca rifugiata in America che aveva seguito il processo a Tel Aviv. Dal libro della Arendt il rapporto tra il fascismo, Mussolini e l’antisemitismo emerge in tutta la sua ambiguità, ma anche in tutta la sua distanza dall’Olocausto scientifico organizzato dai nazisti: «L’Italia e la Bulgaria sabotarono gli ordini della Germania e svolsero un complicato doppio gioco, salvando i loro ebrei con un tour de force d’ingegnosità, ma non contestarono mai la politica antisemita in quanto tale». La lettura di Hannah Arendt rappresenta una traccia per Pisanò, che si somma alla Storia defeliciana del ’61. Le leggi razziali furono un errore e un orrore, ma la grande maggioranza dei fascisti e degli italiani non ebbe parte nella persecuzione e nei massacri. Insomma, le leggi razziali come incidente di percorso di un regime sì dittatoriale ma non assassino. A Pisanò preme mettere in evidenza la differenza tra l’antisemitismo tedesco e quello italiano. «In Italia non esistettero mai campi di concentramento per ebrei». Diverso il discorso durante la Rsi. Le deportazioni ci furono e furono «spietati episodi». Ma non «scientifici». E per dimostrarlo, Pisanò va alla caccia dei «fascisti buoni» che effettivamente salvarono gli ebrei. Dei Palatucci, degli Zamboni, dei Pietromarchi. Perlasca sarà, com’è noto, scoperto solo più tardi, con l’intervista a Mixer e la pubblicazione, nel 1991, di La banalità del bene di Enrico Deaglio. Se per Pisanò il fascismo diventa razzista «per caso», diverso è il discorso per Pino Rauti e Rutilio Sermonti, autori, negli anni Settanta, di una Storia del fascismo in 6 volumi. Evoliani, non tradiscono il maestro ormai scomparso. Non ci tengono a negare il razzismo fascista. Né a riconoscere l’influenza nazista. «Si può più agevolmente sostenere, e dimostrare - scrivono - proprio il contrario».
L’influenza evoliana
Pittore dadaista, occultista, cultore della Tradizione con la maiuscola, teorico del razzismo «spiritualista». Questo e altro ancora, ma mai fascista, nel senso di iscritto al Pnf, fu Julius Evola. I giovani missini lo incontrano nel ’49. Fu un’illuminazione. Aveva conosciuto Hitler. Forse anche Himmler. Aveva incontrato e intervistato l’antisemita rumeno Codreanu. Si favoleggiava delle sue visite ai castelli delle Ss, quell’Ordine Nero che, su basi neopagane, tentò di risuscitare i Cavalieri Teutonici. Evola ripeterà sempre di non essere antisemita. Ma non gli credono. Bruno Acquaviva sulla rivista Ordine Nuovo diretta da Pino Rauti, maggio 1955, scrive: «Siamo convinti che l’unica Idea Forza capace di determinare un nuovo ciclo della civiltà Europea, è il mito Ario-Razzista, inquadrato e sorretto da una viva e operante Weltanschaauung». Clemente Graziani, futuro fondatore del Movimento politico On, scissionista da Rauti, discetta sulla «veridicità» dei Protocolli. E nel gennaio successivo registra soddisfatto: «Non sono pochi i gruppi che… coraggiosamente difendono i principi e le idee del razzismo ariano». Nel ’68 Adriano Romualdi, commenta: «Avrebbe poco senso definire il razzismo di Evola un “razzismo dello spirito”, perché la razza è innanzitutto un dato psico-fisico…. Per quanto la forma fisica degli Ebrei possa differire da luogo a luogo, …i caratteri dello spirito ebraico sono sempre gli stessi: …una mobilità spirituale che confina con la morbosità congiunta a una sete di ricchezze e di piaceri sensuali». Dall’appartamento romano di Evola, in corso Vittorio Emanuele, passano tutte le ambiguità del filonazismo e del neo-antisemitismo che sottotraccia accompagna la storia della destra italiana, almeno fino agli anni Settanta. Il numero 4 di Ordine Nuovo (dicembre 1971), mostra in copertina una giovane hitleriana bionda, con la svastica al collo. Nel numero 2 del 1970 si discuteva di «Scienza razziale ed Europa». Naturalmente Rauti non si definisce nazista, anche se ammette: «Ai nostri giovani piaceva più il nazismo che il fascismo, questo è vero.… Persino nei due epiloghi c’è una così grande differenza… Mussolini che viene preso in una colonna di camion, Hitler che scompare nel rogo immane della Cancelleria di Berlino… Ecco, tutto questo affascinava i nostri ragazzi». Io - chiarisce Rauti - «non è che sia contrario» al nazismo. «È un’esperienza che non appartiene alla nostra stirpe e alla nostra cultura».
Sono questi i materiali ideologici che negli anni Cinquanta e Sessanta circolano con intensità tra chi entra e chi esce dal Msi, soprattutto tra i giovani. Forse è per questo che, dopo la guerra dei «sei giorni» il primo chansonnier della destra italiana, Leo Valeriano, ancora si chiede perché si debba tifare per Israele, tanto più che «verso di noi gli ebrei non hanno certo un atteggiamento benevolo». Luciano Cirri, giornalista de Il Borghese, fondatore del Bagaglino gli risponde: «Qualche ragione ce la potrebbero anche avere». E fa cantare a Pat Starke, ebrea newyorkese, l’inno al combattente con la stella di Davide: «Ebreo errante no./ Ora basta di fuggire. /Hai avuto il tuo fucile./ È il tuo turno di sparare…/ Hai avuto il tuo odio: /è questa la tua casa./ Israel, Israel». «Persino Almirante mi ha fatto i complimenti», spiega Cirri. Il tema delle leggi razziali rappresenta dunque per la destra politica, prima della svolta di An, un problema scottante. Ma non è vero che sia stato semplicemente rimosso. Anzi. Da cinquant’anni di storia emerge chiaro - pur in presenza di minoritarie e durature resistenze - il progressivo bisogno di interrogarsi e di distinguersi dalla parte più impresentabile dell’eredità fascista. Anche, e forse soprattutto, per quanto riguarda il razzismo. Nel 1983 cade il «centenario mussoliniano». Sono gli anni del «socialismo tricolore», dei primi tentativi di sdoganamento del Msi da parte di Craxi. Al fascismo viene dedicata la grande mostra milanese sugli anni Trenta. E poi quella romana al Colosseo. La destra non poteva mancare e organizza un «Itinerario mussoliniano», venti convegni in giro per l’Italia. Non mancano gli accenti apologetici negli atti dell’Itinerario. Ma non si dimentica il «nodo» della razza. Ne parlerà Nino Tripodi, l’animatore del Rataplan del ’46, a Potenza, il 13 maggio del 1984. «Il tema di questo convegno non intende dissimulare i termini della campagna razziale condotta dal fascismo a partire dal luglio 1938… Non possiamo disinteressarcene quasi per toglierci d’impaccio, dato che il problema appare oggi imbarazzante e spinoso… Piaccia o no, è innegabile che in sede politica, legislativa, giornalistica e culturale, si parlò di razza in Italia con tale insistenza e tali conseguenze da coinvolgere nel problema la storia del “movimento” e del
“regime”».
 

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