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La globalizzazione ha fatto crash?

LIBERAL BIMESTRALE
di Stanley Hoffman
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Qual’è lo stato attuale delle relazioni internazionali? Negli anni Novanta, gli specialisti si sono concentrati sulla parziale disintegrazione delle tradizionali fondamenta dell’ordine globabe: gli Stati. Nel corso di quel decennio molti Paesi, specialmente quelli sorti a seguito della decolonizzazione, si sono dimostrati poco più che pseudo-Stati, privi di istituzioni solide, coesione interna o una coscienza nazionale. Con la fine della coercizione comunista nella ex-Unione Sovietica e nella ex-Jugoslavia, sono emerse tensioni etniche a lungo tenute nascoste. Le minoranze che di fatto erano o si sentivano oppresse chiesero l’indipendenza. In Iraq, Sudan, Afghanistan e Haiti, i governanti dichiararono guerra ai loro cittadini. Tali guerre aumentarono l’importanza degli interventi umanitari che furono forniti a dispetto dei tanto proclamati principi di sovranità nazionale e di non interventismo. Fu così che la tensione prevalente di questo decennio si convertì nello scontro tra la frammentazione degli Stati (e dei sistemi statalisti) e il progresso economico e culturale e l’integrazione politica - in altre parole, la globalizzazione. Tutti hanno capito che gli eventi dell’11 settembre hanno segnato l’inizio di una nuova era. Ma che significato ha questa rottura con il passato? Dal punto di vista di una definizione convenzionale delle relazioni internazionali, c’è stata una guerra tra gli Stati. Ma a settembre, degli individui scarsamente armati all’improvviso hanno minacciato, sorpreso e ferito la maggiore super-potenza del mondo. Quegli attacchi hanno anche dimostrato che, nonostante i risultati raggiunti, la globalizzazione rende facile l’accesso a una forma terribile di violenza da parte di fanatici spregiudicati. Il terrorismo è il collegamento insanguinato tra le relazioni internazionali e la società globale. Man mano che un numero illimitato di individui e gruppi diventano protagonisti nel mondo globalizzato, alla pari degli Stati, si fa sempre più sentire un senso di insicurezza e di vulnerabilità. Nel cercare di valutare l’attuale triste stato di cose bisogna dunque porre alcune domande fondamentali. Quali sono i concetti che aiutano a spiegare il nuovo ordine globale? In che condizioni stanno i rapporti tra gli Stati nell’ambito delle relazioni internazionali? E qual è il contributo dell’emergente società civile globale nel nuovo ordine mondiale?

Fuoco e fiamme
Due furono i modelli che fecero un gran clamore negli anni Novanta. Il primo - l’ipotesi della «fine della storia» proposta da Fukuyama - non è stato suffragato dagli eventi. A dire il vero, la sua ipotesi prevedeva la fine di conflitti ideologici e non della storia in quanto tale e, parallelamente, il trionfo del liberalismo politico ed economico. Quest’ultimo è corretto in senso stretto: le «religioni secolari» che si sono combattute così aspramente durante l’ultimo secolo sono ormai morte. Tuttavia Fukuyama ha omesso di sottolineare che il nazionalismo rimane vivo e vegeto. Inoltre ha anche trascurato il potenziale esplosivo delle guerre di religione che oramai si è esteso a gran parte del mondo islamico. Il mentore scientifico di Fukuyama, il politologo Samuel Huntington, qualche anno più tardi fece una previsione ancora più cupa di un mondo completamente diverso. Huntington predisse che la violenza che sarebbe seguita a un’anarchia mondiale, insieme all’assenza di valori e istituzioni comuni, sarebbe esplosa tra diverse civiltà piuttosto che tra diversi Stati o diverse ideologie. Tuttavia, Huntington aveva un concetto piuttosto offuscato di ciò che costituisce una civiltà. Non dette abbastanza importanza ai conflitti interni a ogni cosiddetta civiltà e invece sopravvalutò l’importanza della religione nel comportamento delle élites non occidentali, le quali sono spesso secolarizzate e occidentalizzate. Dunque si trovò nell’impossibilità di definire chiaramente il collegamento tra una civiltà e le politiche estere dei suoi Stati membri.
Altri modelli meno sensazionalisti hanno ancora dei sostenitori. L’ortodossia «realista» insiste sul fatto che nulla è cambiato nelle relazioni internazionali dai tempi di Tucidide e di Machiavelli: il potere economico e militare di uno Stato ne determinano il destino; l’interdipendenza e le istituzioni internazionali sono fenomeni secondari e fragili; gli obiettivi degli Stati sono imposti dalle minacce alla loro sopravvivenza o alla loro sicurezza. Questo è esattamente il mondo descritto da Henry Kissinger. Sfortunatamente questo venerabile modello trova difficile integrarvi il cambiamento, specialmente nel caso della globalizzazione e dell’apparizione di attori terzi oltre agli Stati. Inoltre, trascura il bisogno di cooperazione internazionale che emerge da nuove minacce come la proliferazione delle armi di distruzione di massa (Adm) e ignora del tutto ciò che lo studioso Raymond Aron ha chiamato il «germe di una coscienza universale»: le norme liberali a favore del mercato che gli Stati avanzati si trovano oggi a condividere. Elaborando sul discorso di Aron, sono molti gli studiosi che oggi interpretano il mondo parlando di una globalizzazione trionfante che sommerge i confini attraverso un nuovo mezzo di comunicazione e informazione. In questo universo, uno Stato che scelga di chiudersi va immancabilmente incontro al declino e alla crescente insoddisfazione dei suoi cittadini i quali invece bramano il progresso materiale. Ma, se invece si apre, deve accettare un ruolo minore che si limita prevalentemente alla provvidenza sociale, a fornire una protezione fisica contro un’aggressione o una guerra civile e a mantenere l’identità nazionale. Il vero campione in questa epica priva di eroi è il giornalista del New York Times, Thomas Friedman. Egli contrappone visioni aperte alle barriere, la modernità all’obsolescenza, il libero mercato al controllo statale. Egli vede dietro la globalizzazione l’aurora, la «camicia di forza dorata» che obbligherà i polemici nell’opinione pubblica a capire che la logica della globalizzazione è una logica di pace (poiché qualsiasi guerra interromperebbe la globalizzazione e dunque anche il progresso) e di democrazia (poiché le nuove tecnologie aumentano l’autonomia individuale e incoraggiano l’iniziativa).

Ritornando alla realtà
Questi modelli si scontrano contro tre realtà. La prima è che le rivalità che esistono tra le maggiori potenze (e la capacità di Stati più piccoli di sfruttare queste tensioni) son lungi dall’essere scomparse. È comunque da qualche tempo che l’esistenza di armi nucleari produce un certo grado di prudenza tra le potenze che ne posseggono. Il potenziale di distruzione proprio di queste armi è riuscito a moderare il gioco e ha reso le armi nucleari uno strumento di ultima istanza. Ma il gioco potrebbe scaldarsi mano mano che un numero crescente di Stati si rifa ad armi di distruzione di massa come strumento per accorciare il divario che esiste tra il club nucleare e le altre potenze. La vendita di tali armi si trasforma dunque in una questione altamente contenziosa e gli sforzi volti a rallentare la corsa a queste armi, specialmente pericolosa nei Paesi «carogna», possono paradossalmente trasformarsi in nuove fonti di violenza. Secondo, seppure le guerre tra gli Stati stanno diventando meno comuni, le guerre interne sono in crescita - come si è visto nella ex-Jugoslavia, in Iraq, in gran parte dei Paesi dell’Africa e in Sri Lanka. All’inizio, gli Stati non coinvolti tendono a esitare prima di entrare in questi conflitti così complessi ma poi, più tardi (a volte) intervengono per far sì che questi conflitti non si trasformino in catastrofi regionali. Chi interviene chiede l’aiuto delle Nazioni Unite o di organizzazioni regionali per potere ricostruire questi Stati, promuovere la stabilità e prevenire frammentazioni e sofferenze future. Terzo, le politiche estere degli Stati non si formano solo su fattori geopolitici realisti come gli indicatori economici o la potenza militare ma su proprie politiche interne. Persino in regimi non democratici, forze come le passioni xenofobe, l’insolvibilità economica e una solidarietà etnica transnazionale possono rendere il processo politico ancora più complesso e meno prevedibile. Molti Stati - e specialmente gli Stati Uniti - devono spesso confrontarsi con i giochi tra branche del governo concorrenti. Nell’analizzare i rapporti internazionali spesso si sottovaluta l’importanza dei singoli leader e delle loro personalità.
Per i realisti dunque, il terrorismo transnazionale si pone come un formidabile dilemma. Se uno Stato cade vittima di attori privati come i terroristi, cercherà di eliminare tali gruppi privandoli dei loro rifugi e punendo gli Stati che li ospitano. L’interesse nazionale dello Stato sotto attacco richiederà dunque o un intervento armato contro i governi che appoggiano i terroristi o di intraprendere la strada della prudenza esercitando una pressione discreta su altri governi affinché questi terroristi siano portati davanti alla giustizia. Ambedue queste strade richiedono una verifica della sovranità - il sacro concetto sul quale le teorie realiste si fondano. Il classico universo realista di Hans Morgenthau e di Aron può dunque risultare ancora altamente vitale in un mondo fatto di Stati sebbene i contorni diventano sempre più offuscati e offrono solo scelte difficili di fronte a una minaccia come quella del terrorismo. Allo stesso tempo, l’universo reale della globalizzazione non assomiglia a quello proclamato da Friedman. La globalizzazione ha di fatto tre forme, ognuna delle quali comporta una serie di problemi propri. La prima è la globalizzazione economica che consegue ai recenti sviluppi in campo della tecnologia, dell’informatica, del commercio, degli investimenti esteri e degli affari internazionali. I principali protagonisti sono le aziende, gli investitori, le banche e le società di servizio private da una parte e gli Stati e le organizzazioni internazionali dall’altra. Questa forma di capitalismo attualmente in corso, ironicamente prevista da Karl Marx e Friedrich Engels, pone un dilemma cruciale tra efficienza ed equità. La specializzazione e l’integrazione da parte delle aziende permette di aumentare la ricchezza complessiva seppure la pura logica capitalista non favorisce la giustizia sociale. La globalizzazione economica è dunque diventata una sostanziale causa di ineguaglianza tra e all’interno degli Stati e le preoccupazioni per una concorrenzialità globale limita la capacità degli Stati e di altri attori nell’affrontare questo problema. La forma successiva è la globalizzazione culturale. Questa nasce dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione economica le quali, insieme, favoriscono il flusso di beni culturali. Qui la scelta principale si riduce fra l’uniformità (spesso chiamata «americanizzazione») e la diversità. Ne risulta un «mondo disincantato» (nelle parole di Max Weber) e una reazione contro l’uniformità. Quest’ultima deriva da una rinascita di culture e di lingue locali come anche dagli attacchi contro la cultura occidentale la quale viene denunciata come l’arrogante portatrice di una ideologia laica e rivoluzionaria e la facciata dell’egemonia degli Stati Uniti. Per ultima c’è la globalizzazione politica che è la somma delle altre due forme. Caratteristica di quest’ultima è il predominio degli Stati Uniti e delle sue istituzioni politiche come anche di una vasta gamma di organizzazioni regionali e internazionali e di reti transgovernative (specializzate in campi come le attività di controllo di polizia, dell’immigrazione e della giustizia). Coinvolte sono anche le istituzioni private che non sono né di stampo governativo né puramente nazionali - per esempio, Medici Senza Frontiere o Amnesty International. Tuttavia a molte di queste organizzazioni manca un assetto democratico e sono limitate nella loro portata, potere e autorità. Inoltre, permangono molte incertezze circa il destino dell’egemonia americana la quale è chiaramente rifiutata all’estero ed è influenzata dalle oscillazioni americane tra la tentazione di dominare e quella tendente all’isolamento. I benefici della globalizzazione sono innegabili seppure l’ottimismo alla Friedman si basa su fondamenta assai fragili. Tanto per cominciare, la globalizzazione non è né inevitabile né invincibile. Piuttosto è in gran parte una invenzione americana che trova le sue origini nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale e si basa sulla potenza economica degli Stati Uniti. Ne consegue dunque che una profonda e prolungata crisi economica negli Stati Uniti potrebbe avere sulla globalizzazione effetti altrettanto devastanti quanto quelli che seguirono la Grande depressione. In secondo luogo, la portata della globalizzazione rimane limitata perché ne sono esclusi molti Paesi poveri e gli Stati che ne vengono trasformati reagiscono in modo molto diverso. Ciò deriva dalle diverse condizioni socioeconomiche esistenti a livello nazionale e anche da una politica partitica. Il mondo è lungi dall’aver raggiunto una perfetta integrazione dei mercati, dei servizi e dei fattori di produzione. A volte la sola esistenza di frontiere rallenta o addirittura paralizza tale integrazione; altre volte, conferisce all’integrazione i gusti e le sfumature dello Stato dominante (come nel caso di Internet). In terzo luogo, la società civile internazionale rimane allo stato embrionale. Molte agenzie non governative rispecchiano solo un minuscolo segmento delle popolazioni degli Stati membri. Nella maggior parte dei casi, rappresentano solo i Paesi modernizzati o quelli in cui il peso dello Stato non è eccessivo. Spesso le Ong sono solo limitatamente indipendenti dai governi. Quarto, le emancipazioni individuali così care a Friedman non riescono a democratizzare i regimi in tempi brevi come si può vedere oggi in Cina. Né, d’altra parte, l’emancipazione è in grado di evitare che istituzioni pubbliche come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o l’Organizzazione mondiale del commercio rimangano opache nella conduzione delle loro attività e spesso arbitrarie e ingiuste nelle loro deliberazioni. Quinto, la seducente idea di migliorare la condizione umana attraverso l’abolizione delle barriere è alquanto dubbia. La globalizzazione è di fatto solo la somma di tecniche (cassette audio e video, Internet, communicazioni istantanee) che sono a disposizione degli Stati o di enti privati. L’ideologia e l’interesse privato è la forza motrice di queste entità e non i casi umanitari. Si comportano in modo alquanto diverso da una visione globalizzata utopistica basata su una visione illuminista che sia contemporaneamente scientifica, razionale e universale. Sone molte le ragioni - indigenza, ingiustizia, umiliazione, attaccamento alle tradizioni, aspirazioni a una qualità di vita che non sia semplicemente migliore - per cui questo stereotipo «illuminista» della globalizzazione provoca ribellione e insoddisfazione.
Vi è anche un’altra contraddizione all’opera. Da una parte, la cooperazione transnazionale e internazionale è necessaria per far sì che la globalizzazione non sia minata da ineguaglianze sorte da fluttuazioni di mercato, una salvaguardia statale debole e l’incapacità di molti Stati di migliorare il proprio destino da soli. Dall’altra parte, la cooperazione presuppone che molti Stati e attori privati si comportino in modo altruistico - il che di certo non riflette l’essenza delle relazioni internazionali - o mettano in pratica un’accezione particolarmente generosa dei loro interessi a lungo termine. Rimane tuttavia il fatto che la maggior parte degli Stati ricchi continuano a rifiutarsi di concedere sufficienti aiuti allo sviluppo o a intervenire in situazioni critiche come nel caso del genocidio in Ruanda. Tale riluttanza poco si confà all’entusiasmo americano a proseguire la battaglia contro Al Qaeda e i talebani. Ciò che non funziona qui non è l’entusiasmo patriottico di per sé quanto la debolezza dello slancio umanitario laddove l’interesse nazionale a salvare vittime non americane non risulta poi tanto evidente.

Comunità immaginarie
Tra i molti effetti che la globalizzazione ha sulla politica interna, tre ricoprono una particolare importanza. Il primo riguarda le istituzioni. Contrariamente alle previsioni realiste, la maggior parte degli Stati non sono perpetuamente in guerra gli uni contro gli altri. Molte regioni e molti Paesi vivono in pace; in altri casi, la violenza è interna e non tra Stati. E poiché nessun governo può fare tutto da sé, sono nati organismi interstatali. Il risultato, che può essere definito come «società globale», mira a ridurre gli effetti potenzialmente distruttivi delle regole interne sulle forze dell’integrazione. Tuttavia, cerca anche di imporre un elemento di equità nei mercati mondiali istituendo un quadro normativo internazionale in campi come quello del commercio, delle comunicazioni, dei diritti umani, dell’immigrazione e dei profughi. L’ostacolo maggiore a tale sforzo è la riluttanza degli Stati ad accettare direttive globali che possano limitare il mercato o ridurre ulteriormente la loro sovranità. È così che il potere delle Nazioni Unite rimane pur sempre limitato e persino semplicemente teorico. La giustizia penale internazionale rimane tuttora una soluzione di ultima istanza discontinua e contestata. Nell’ambito dell’economia mondiale - dove il mercato e non un assetto di governo globale si è rivelato essere il principale beneficiario del tirarsi indietro degli Stati - la rete di istituzioni globale è frammentaria e incompleta. Gli investimenti esteri vengono ancora disciplinati da accordi bilaterali. La protezione ambientale è mal garantita e problemi come quello della migrazione e della crescita demografica sono quasi del tutto ignorati. Le reti istituzionali non sono abbastanza potenti da gestire un movimento di capitali a breve termine senza intralci, la mancanza di una regolamentazione internazionale rispetto alla bancarotta o la concorrenza e un pur primitivo coordinamento tra Paesi ricchi. D’altra parte, il livello di governance che invece esiste è parziale e debole proprio nel momento in cui la globalizzazione economica priva molti Stati della loro indipendenza monetaria e della propria politica fiscale o magari li obbliga a prendere la crudele decisione di schierarsi o dalla parte della competitività economica o da quella di mantenere tese le reti di sicurezza previdenziali. Nel frattempo, gli Stati Uniti si mostrano sempre più impazienti nei confronti di istituzioni che appesantiscono la libertà di azione americana. Si fa sempre più improbabile uno spostamento verso uno Stato mondiale. Più si frantumano le sovranità nazionali sotto i colpi della globalizzazione o dei recenti sviluppi come l’intervento umanitario e la lotta contro il terrorismo e più gli Stati si aggrappano a ciò che gli rimane.
In secondo luogo, la globalizzazione non si è seriamente posta in opposizione alla natura indefessamente nazionale della cittadinanza. Le vicende economiche si svolgono su scala globale ma l’identità umana rimane nazionale - e questo spiega l’instancabile resistenza alla omogeneizzazione culturale. Col passare dei secoli, Stati sempre più centralizzati hanno esteso le loro funzioni nel tentativo di imprimere un senso di comunanza tra i loro cittadini. Ma non vi è nessuna potenza al mondo che possa fare altrettanto oggi, persino all’interno dell’Unione europea. In questo ambito, la moneta unica e un avanzato coordinamento economico non hanno ancora prodotto un’economia unica o delle istituzioni fortemente centralizzate con un’autonomia giuridica e né hanno prodotto un senso di cittadinanza post-nazionale. Si è appena intrapresa la strada che porta da una identità nazionale verso un’identità sia nazionale che europea. Un mondo ancora marginalmente unificato dalla tecnologia è ancora privo di una coscienza e di un senso di solidarietà collettiva. Il mercato mondiale da solo non può fare ciò che gli Stati non hanno la volontà di fare e questo riguarda soprattutto la creazione di un senso di cittadinanza mondiale. In terzo luogo, esiste il rapporto tra la globalizzazione e la violenza. Permane tuttora uno stato di guerra seppure di portata limitata. Esiste un alto rischio di esplosione della violenza a livello regionale sia in Medio Oriente che nell’Est Asiatico e questo potrebbe seriamente inficiare i rapporti tra le maggiori potenze. Questa minaccia, insieme al fatto che le armi moderne sono sempre più costose, fa sì che alla «società anarchica» di Stati manchino le risorse per correggere alcuni dei difetti più vistosi della globalizzazione. Proprio questi costi, insieme alla tradizionale sfiducia tra i numerosi protagonisti internazionali che preferiscono cercare di mantenere la propria sicurezza da soli o attraverso le alleanze tradizionali, ostacolano una migliore istituzionalizzazione della politica mondiale - ad esempio aumentando i poteri delle Nazioni Unite. Sarebbe possibile fare questo passo qualora alla società globale fossero conferiti sufficienti poteri per prevenire i conflitti o ristabilire la pace - ma così non è. La globalizzazione è lungi dal favorire la pace e così facendo sembra facilitare i conflitti e i rancori. La rimozione di numerose barriere e specialmente la diffusione dei media globali esaltata da Friedman fa sì che i popoli maggiormente indigenti o oppressi paragonino il proprio destino con quello dei popoli più liberi e benestanti. A questo punto, questi popoli indigenti chiedono aiuto ad altri popoli con simili rancori, radici etniche o credenze religiose. Fin tanto che la globalizzazione arricchisce alcuni e sradica molti altri, coloro che si trovano a essere sia poveri che sradicati potrebbero rifugiarsi nel terrorismo in cerca di vendetta e autostima.

La globalizzazione e il terrore
Il terrorismo è il frutto avvelenato di diverse forze. Può rappresentare l’arma dei deboli in un tradizionale conflitto tra Stati o all’interno di un solo Stato, come avviene nel Kashmir o nei territori palestinesi. Ma può anche essere visto come il prodotto della globalizzazione. Il terrorismo transnazionale è reso possibile da una vasta schiera di strumenti della comunicazione. Il terrorismo islamico per esempio, non si regge solo sull’appoggio alla lotta dei palestinesi e sull’opposizione a una estesa presenza americana. È anche alimentato dalla resistenza a una «ingiusta» globalizzazione economica e a una cultura occidentale considerata una minaccia per le culture e per le religioni locali. Se è vero che la globalizzazione facilita la violenza del terrorismo, la lotta contro questa guerra senza frontiere risulterà potenzialmente disastrosa sia per lo sviluppo economico che per la globalizzazione. Le misure anti-terrorismo limitano la mobilità e i flussi finanziari laddove nuovi attacchi terroristici potrebbero favorire una reazione anti-globale di portata paragonabile ai parossismi sciovinistici degli anni Trenta. Il terrorismo globale non è semplicemente l’ampliamento della guerra tra Stati ai non-Stati. È il capovolgimento dei tradizionali sistemi di guerra perché non fa caso alla sovranità di nessuno dei suoi nemici o degli alleati che offrono loro rifugio. Istiga le proprie vittime a intraprendere misure che, in nome della legittima difesa, consapevolmente violano la sovranità di quegli Stati che vengono accusati di fomentare il terrore. (Dopo tutto, non erano certo le infami violazioni dei diritti umani perpetrate dai talebani che hanno portato gli Stati Uniti in Afghanistan; era piuttosto l’appoggio dato dai talebani a Osama Bin Laden). Tuttavia tutte queste trasgressioni ai sacri principi della sovranità non costituiscono un passo in avanti verso la società globale la quale deve ancora mettersi d’accordo su una definizione comune del terrorismo e su una politica comune per combatterlo. In effetti, i beneficiari della «guerra» contro il terrorismo sono finora stati gli Stati più illiberali e poveri e quelli che hanno recentemente perduto gran parte della loro sovranità. Ora il giro di vite contro il terrorismo permette loro di rafforzare i controlli sulle proprie popolazioni, produzioni e capitali. Possono così trovarsi nuove giustificazioni per la violazione dei diritti individuali in nome di una difesa comune contro l’insicurezza - ponendo così fine all’incerto cammino verso una giustizia penale internazionale.
Un altro tra i maggiori beneficiari saranno gli Stati Uniti, gli unici attori capaci di portare la guerra al terrorismo in tutti gli angoli del mondo. Tuttavia, nonostante il suo potere, l’America non è in grado di proteggersi completamente da qualsiasi azione terroristica in futuro e né è in grado di superare interamente la propria ambivalenza nei confronti di una cooperazione tra Stati che possa limitare la sua libertà di azione. È così che, a conti fatti, il terrorismo è un fenomeno globale che finisce col rafforzare il nemico - lo Stato - proprio mentre si cerca di distruggerlo. Gli Stati che sono presi di mira non hanno alcun interesse a trattare i terroristi come fuorilegge e reietti. I sostenitori della globalizzazione hanno spesso intravisto gli aspetti «da giungla» della globalizzazione economica ma pochi sono stati gli osservatori in grado di prevedere aspetti simili anche nel terrorismo globale e nella violenza anti-terrorista. Infine, l’unicità della posizione americana solleva un serio problema rispetto al futuro degli affari mondiali. Nell’ambito dei problemi esistenti fra Stati, il comportamento americano determinerà se gli Stati deboli che non si annoverano tra le superpotenze continueranno a vedere gli Stati Uniti come una potenza amica (o almeno come un egemone tollerabile) o se saranno provocate dall’arroganza di Washington a coalizzarsi contro il predominio americano. Può anche darsi che l’America sia egemone ma abbinare un accanimento retorico e intenzioni nebulose è irto di pericoli. Washington dovrà capire che non esiste niente di più pericoloso per una «iperpotenza» che cadere nella tentazione dell’unilateralismo. Potrà pure credere che i vincoli posti da accordi e organizzazioni internazionali sono innecessari visto che i valori e il potere degli Stati Uniti bastano a mantenere l’ordine mondiale. Ma in realtà, quegli stessi vincoli internazionali forniscono maggiori e migliori occasioni di mostrarsi alla guida del mondo che non arroganti dimostrazioni del proprio disprezzo per le opinioni degli altri e inoltre offrono un modo utile di limitare comportamenti unilaterali da parte di altri Stati. Un egemone preoccupato di prolungare il proprio dominio dovrebbe dimostrarsi particolarmente interessato a usare metodi e istituzioni internazionaliste visto che ciò che guadagna in influenza supera di gran lungo ciò che perde in libertà di agire. Nel regno della società globale, molto dipenderà se gli Stati Uniti riusciranno a superare il fatto che siano spesso indifferenti ai costi che la globalizzazione impone sui Paesi più poveri. Per ora, Washington è stata troppo riluttante a mettere risorse a disposizione dello sviluppo economico e rimane ostile nei confronti delle agenzie che controllano e regolano il mercato globale. Sin troppo spesso, lo spostamento a destra del sistema politico americano spinge la diplomazia degli Stati Uniti a fare eccessivamente leva sul maggiore bene americano - la forza militare - come anche sul capitalismo di mercato e su un concetto di «sovranità» che è sia offensivo che alienante. Il fatto che i potentissimi Stati Uniti abbiano così tanta paura che il mondo possa imporre i propri valori «inferiori» sul popolo americano è spesso fonte di scherno e indignazione all’estero.

Fuori chi resta
A causa di tutte queste tensioni, è ancora possibile che la guerra americana contro il terrorismo venga contenuta dalla prudenza e che altri governi diano priorità ai molti problemi interni creati dalle rivalità tra Stati e dalle carenze della globalizzazione. Tuttavia il mondo rischia di trovarsi stretto tra le nuove Scilla e Cariddi. Cariddi rappresenta l’intervento universale unilateralmente deciso dai governanti americani convinti di aver trovato una missione globale fornitagli da una gigantesca minaccia. Presentata come un’epica gara tra il bene e il male, questa lotta è il modo migliore di chiamare a raccolta i cittadini potendo così superare le divisioni interne. Scilla invece rappresenta la rassegnazione al caos universale sotto forma di nuovi attacchi da parte dei futuri Bin Laden, nuove catastrofi umanitarie o guerre regionali che rischiano di estendersi. Il solo modo di tracciare un percorso tra queste due punte è la saggezza di giudizio. Possiamo analizzare il presente ma non possiamo certo prevedere il futuro. Viviamo in un mondo in cui una società di Stati disomogenei e spesso virtuali si sovrappone a una società globale appesantita da istituzioni pubbliche deboli e una società civile sottosviluppata. Il dominio è di un’unica potenza ma la sua economia potrebbe diventare ingestibile o essere distrutta da attacchi terroristici futuri. Ne consegue che prevedere il futuro con troppa sicurezza sarebbe altamente incauto o ingenuo. È vero che il mondo è sopravvissuto a molte crisi ma lo ha fatto a un prezzo molto alto, anche in tempi in cui non esisteva la disponibilità di armi di distruzione di massa. Proprio perché il futuro non è né decifrabile né determinato, gli esperti di relazioni internazionali si trovano a dover portare avanti due missioni. Devono cercare di capire ciò che avviene stilando un inventario dei beni attualmente disponibili e sbrogliare i fili delle reti esistenti. Tuttavia il timore di confondere l’elemento empirico con quello normativo non dovrebbe ostacolarli dallo scrivere come studiosi della filosofia politica proprio quando molti filosofi stanno estendendo la loro concezione di una società equa alle relazioni internazionali. Come si può rendere la casa globale più vivibile? La risposta presuppone una filosofia politica che sia equa e accettabile anche per coloro i cui valori si basano su fondamenta diverse. Come fece la defunta filosofa Judith Shklar, possiamo prendere come punto di partenza e filo conduttore le vittime della violenza, dell’oppressione e della sofferenza; il nostro traguardo dovrebbe essere l’emancipazione materiale e morale. Seppure siamo costretti a prendere atto degli enormi vincoli del mondo attuale, è pur sempre possibile allentarli.

© liberal-Foreign Affairs
(Traduzione dall’inglese di Valeria Beltrami)

 

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