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Memento gulag

LIBERAL BIMESTRALE
di Dario Antiseri
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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E' stato scritto che il comunismo non si può ridurre a un «libro nero». Tuttavia ben pochi oggi potranno sensatamente e onestamente mettere in dubbio che l’immane tragedia del comunismo non fosse iscritta nel suo codice genetico, cioè nelle idee di Marx e di Lenin. Non diversamente che da Marx, la dittatura comunista è da Lenin concepita come un «Potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un Potere non vincolato da nessuna legge». Per tale ragione, dichiarava Lenin nel 1920 (nei Compiti delle associazioni giovanili): «La nostra morale è in tutto e per tutto soggetta agli interessi della lotta di classe del proletariato. La lotta di classe è continua e il nostro compito è di subordinare a questa lotta tutti gli interessi». La franca brutalità di Lenin è incontrovertibile: «Non bisogna accarezzare la testa di nessuno: potrebbero morderti la mano. Bisogna colpire sulla testa senza pietà». Una concezione filosofica dell’uomo, dello Stato e della storia che si autoattribuisce il monopolio della verità non può che generare irrefrenabili sogni utopici e genocidio. Un progetto economico che ha come suo obiettivo la soppressione della proprietà privata e la realizzazione di un piano unico di produzione e distribuzione genera ineluttabilmente schiavitù e miseria. «Chi detiene tutti i mezzi stabilisce tutti i fini» scriveva Hayek. Non vale proclamare la libertà di stampa, laddove tutte le cartiere e tutte le tipografie appartengano allo Stato, cioè alla cricca al potere; né vale proclamare la libertà di riunione e di religione, laddove tutti gli edifici, comprese le chiese, appartengano alla medesima cricca. E d’altro canto la soppressione della competizione e del mercato dilapida risorse e impone stenti e gulag.
C’è ancora chi si rifiuta di vedere che la perdita della libertà e l’immiserimento generalizzato prodotti dai sistemi comunisti erano e sono dentro le premesse marxiste. Ciò era stato ben compreso dai marginalisti austriaci, in particolare da Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises e, più vicino a noi, da Friedrich A. von Hayek. Bucharin, che a Vienna ascoltò Böhm-Bawerk, non ne apprese la lezione. E nel nostro Paese non si è nemmeno tentato di guardare a quelle che sono state la radici socialiste del nazismo, su cui - gettando luce sullo «Stato onnipotente» - si sono con allarme soffermati prima Mises e poi Hayek. «Quando le politiche sovietiche di sterminio in massa di tutti i dissidenti e di violenza spietata rimossero le inibizioni contro l’assassinio su vasta scala, che ancora preoccupavano alcuni tedeschi, niente poté più a lungo fermare l’avanzata del nazismo. I nazisti adottarono rapidamente i metodi sovietici. Essi importarono dalla Russia il sistema del partito unico e il supremo potere di questo partito nella vita politica; la posizione predominante assegnata alla polizia segreta; i campi di concentramento; l’uccisione o l’imprigionamento di tutti gli oppositori; lo sterminio delle famiglie dei sospetti e degli esuli; i metodi di propaganda; l’organizzazione dei partiti affiliati all’estero e il loro impiego nella lotta contro i governi locali e nello spionaggio e nel sabotaggio; l’uso dei servizio diplomatico e consolare per fomentare la rivoluzione; e molte altre cose ancora. In nessuna altra parte Lenin, Trotskij e Stalin ebbero discepoli più docili dei nazisti» (Mises).
È ben vero che è impossibile ignorare l’Armata rossa e i milioni di russi morti sul campo di battaglia contro Hitler, e che senza l’enorme contributo di sangue ed enormi sacrifici sopportati dai russi, saremmo nel grande Reich millenario. Il rispetto per i morti non può tuttavia farci dimenticare che Stalin e l’Armata rossa non combattevano per la libertà, ma per imporre al mondo un’altra schiavitù. Qualcuno insiste nel ricordarci le atrocità commesse «dagli irreprensibili soldati di Sua Maestà britannica». Non c’è bisogno di revisionismo per accettare tutto ciò. Solo che il sistema politico di Sua Maestà britannica sa autocorreggersi, mentre il totalitarismo è un sistema in cui, per salvare la diagnosi, si sono sterminati milioni di pazienti. Se c’è dunque, è giustamente, una giornata per ricordare l’Olocausto, ci dovrà essere anche una giornata per non dimenticare il Gulag. Gli orrori di una parte non devono cancellare la memoria degli orrori dell’altra parte. Da qui la proposta dei Comitati per le libertà.

 

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