Non è ancora chiaro se vi sarà un attacco contro l’Iraq di Saddam Hussein, oppure se il dittatore cederà alle pressioni americane, consentendo a Washington di disarmare l’Iraq senza ricorrere a una guerra. Anche le posizioni italiane sono tutt’altro che ben definite, in attesa di una chiara decisione del Consiglio di Sicurezza. Uno dei pochi politici italiani che non ha esitato a prendere una posizione netta è il presidente Cossiga che, lucido come sempre, parla in questa intervista a liberal di taluni interessanti retroscena della prima guerra del Golfo, e delle sue posizioni nei riguardi di una nuova operazione militare contro Saddam Hussein.
Quali differenze esistono tra la prima e quella che si annuncia come la seconda guerra del Golfo?
La prima guerra del Golfo aveva una giustificazione sia sostanziale che formale, dal punto di vista del diritto internazionale così come configurato dalla Carta delle Nazioni Unite. Il Kuwait, aggredito e invaso, chiese espressamente l’aiuto degli altri Paesi per restaurare la sua sovranità e ristabilire la propria indipendenza e integrità territoriale. Sulla base della Carta delle Nazioni Unite, qualunque Stato sarebbe stato legittimato a intervenire, anche indipendentemente da una delibera specifica del Consiglio di Sicurezza, nell’ambito del diritto di legittima difesa, che non è solo individuale ma anche collettiva, e che è valida nei riguardi di qualsiasi Stato, membro o non membro, dell’Onu. Ma vi fu anche idonea, anche se non chiarissima, delibera del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in tal senso. E l’Italia aderì a quella che allora si chiamò «la Coalizione», cioè all’insieme degli Stati che decisero di intervenire militarmente per liberare il Kuwait. Vi furono alcuni Stati che, pur non inviando soldati, offrirono comunque un sostegno indiretto, ad esempio concedendo il diritto di passaggio o di sorvolo del proprio territorio nazionale, o come i neerlandesi che dislocarono in Israele alcune batterie di missili anti-aerei Patriot, per concorrere a evitare che il governo israeliano effettuasse ritorsioni a seguito degli attacchi degli Scud iracheni. Anche la Germania e il Giappone decisero di sostenere la coalizione, contribuendo a parte delle spese dell’intervento, cui peraltro non presero militarmente parte. Quella che si annuncia come una seconda guerra del Golfo si differenzia sostanzialmente e formalmente dalla prima. Essa si pone, infatti, - almeno fino a che non ci sia una risoluzione del Consiglio di Sicurezza - al di fuori dei casi previsti dal diritto internazionale vigente. Questa guerra verrebbe infatti giustificata, da un lato, dalla nozione - difficilmente configurabile - di «guerra contro il terrorismo». In essa almeno uno dei due contendenti non è uno Stato, neanche di fatto, ma un’entità non statuale che neppure aspira a essere o diventare tale. Basti pensare ad Al Qaeda e in generale al terrorismo di matrice islamica. Dall’altro lato, non potrebbe essere legittimata dal concetto americano di difesa preventiva, pre-emptive self-defence, che estende - secondo taluni indebitamente - il concetto di autodifesa, attivabile solo da un attacco effettivo o dall’inequivocabile imminenza dell’inizio di un attacco.
Lei ha detto una guerra preventiva. Ma la guerra per il Kosovo è stata chiaramente preventiva. Anch’essa è illegittima e ingiustificata?
Ormai il diritto internazionale ha subito molte mutazioni. Anzitutto, il confine preciso che esisteva tra il diritto internazionale di pace e il diritto internazionale bellico è oggi più sfumato. Fin dai tempi di Grozio, la guerra era disciplinata da un proprio diritto internazionale; il momento di passaggio dal diritto internazionale di pace al diritto internazionale di guerra era chiaramente definito dalla dichiarazione formale di guerra: senza di essa, qualunque atto bellico era considerato illecito. Soltanto con la dichiarazione di guerra, inoltre, potevano infrangersi la sovranità e l’intangibilità territoriale degli Stati, due principi ritenuti intangibili assieme al principio di non interferenza negli affari interni di uno Stato. Sono principi di cui la cosiddetta «ingerenza umanitaria», che ha uno status e si concreta in iniziative di altissima ispirazione etico-dottrinale, ha decretato il tramonto. Con essa, titolari del diritto di difesa non sono più solo gli Stati, ma anche i popoli. Secondo vecchi criteri formali, dunque, quando abbiamo agito contro la Repubblica federale di Jugoslavia abbiamo senza dubbio commesso un illecito internazionale. Abbiamo infatti violato la sovranità di quello Stato senza neanche dichiaragli guerra, arrivando persino a sottrargli una parte del territorio, il Kosovo, per sottoporlo al controllo della Comunità internazionale. Con il vecchio diritto internazionale, diciamo da Società delle Nazioni, tutto questo sarebbe stato illegittimo. Resta tale, anche nel caso del Kosovo, nonostante vi sia stata una legittimazione ex-post da parte del Consiglio di Sicurezza.
Cosa pensa di un’eventuale partecipazione delle forze italiane alla seconda guerra del Golfo?
Lasciatemi esprimere innanzitutto un giudizio preliminare. Da un punto di vista del diritto internazionale classico - anteriore alla Carta delle Nazioni Unite - nonché dell’etica politica, io ritengo legittima la difesa preventiva, la pre-emptive self-defence. Negarla sarebbe come sostenere che, vedendo aggirarsi dei banditi armati attorno a casa mia o anche a quella del mio vicino (Stati Uniti nei confronti di Iran e di Israele, ad esempio) io debba astenermi dall’intervenire, e aspettare di essere attaccato, io o i miei «vicini». Io ho invece il diritto - e anche il dovere - di intervenire, anche se tale aggressione non possa essere considerata imminente o immanente. Paesi come Stati Uniti e Regno Unito sono legittimati, sia sul piano del diritto interno, sia su quello della nuova prassi internazionale, a compiere azioni preventive. Naturalmente la legittimità storica e anche etica derivano dalla fondatezza dei presupposti: che cioè veramente l’Iraq sia in possesso di armi di distruzione di massa e che le possa usare. Il caso italiano invece è molto più complesso. Noi abbiamo una Costituzione che è frutto di compromessi: tra il pensiero comunista - non astratto ma concreto, in relazione a quello che per i comunisti si delineava sarebbe stato lo schieramento internazionale dell’Italia - e il forte contributo di una componente cattolica tendenzialmente pacifista e, almeno nel nostro Paese, anche anti-statuale. Influisce ancora moltissimo nell’atteggiamento politico dei cattolici italiani, il fatto che, nel loro Dna, almeno inconsciamente, lo Stato italiano è sorto in opposizione alla Chiesa e sarà sempre, come Croce insegna, in tensione con essa. In proposito ricordo la critica che mi rivolse Messori, allorquando difesi il servizio militare obbligatorio e rinviai al Parlamento la legge sull’obiezione di coscienza. «Un cattolico sui generis», di questo mi rimproverò, perché difendevo principi che egli considerava «giacobini». La nostra Costituzione, con il ripudio assoluto della guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali, ammette soltanto due possibilità di uso della forza: la legittima difesa, e un intervento militare nel quadro delle procedure previste nella Carta delle Nazioni Unite. Quindi, ove vi sia un mandato o almeno un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, noi potremmo legittimamente partecipare alle operazioni militari. Diversamente, io che - se fossi americano o inglese, e avessi l’età - mi arruolerei volontario, in Italia dovrò - a malincuore - votare contro, per motivi di natura costituzionale.
Quali sono a suo giudizio i problemi del comando nelle operazioni? Chi comanda veramente le Forze Armate?
La Commissione Paladin, nel 1986, ha fatto sua quella che è l’interpretazione propria di questo istituto in tutti i regimi parlamentari, per cui, a prescindere dalle espressioni formali «rituali», il potere effettivo di comando - in Germania è denominato potere politico-militare - deve far capo al governo. Questo è detto espressamente nella Costituzione tedesca: il presidente federale non ha alcun potere, neanche simbolico, rispetto alle Forze Armate; il potere di comando e d’ordine, cioè militare e amministrativo nei confronti delle Forze Armate, è esercitato ordinariamente dal ministro della Difesa; ma è sufficiente una delibera del Consiglio dei ministri, perché venga assunto dal cancelliere che lo esercita direttamente e tramite il ministro della Difesa. Nel nostro ordinamento i governi, per ragioni di opportunità interna, hanno sempre voluto, per procedere a ogni azione militare, una precedente autorizzazione del Parlamento, sotto forma di approvazione delle dichiarazioni del governo stesso. Nella guerra del Golfo, i nostri aerei poterono decollare solo un giorno dopo quelli britannici: mancava la delibera del Senato! Da noi non esiste ancora, a differenza delle altre democrazie occidentali, una chiara legge sulla catena di comando, sia politico-militare che strettamente militare. In quest’ultima, in realtà, almeno nella prassi, il comando è esercitato dal capo di stato maggiore della Difesa. Ciò spiega l’episodio del messaggio inviatomi la notte dell’inizio della guerra del Golfo dal ministro della Difesa: «Si sottopone all’approvazione della Signoria Vostra lo schema di direttiva che sarebbe mia intenzione impartire al capo di stato maggiore della Difesa». Ora, il presidente della Repubblica italiana non ha alcun potere se non quello di garanzia; la mia risposta, di conseguenza, fu questa: «Per quanto di mia competenza e responsabilità, nulla ho da eccepire all’emanazione della direttiva che viene adottata ed eseguita per disposizione, e sotto la responsabilità, del governo della Repubblica». La Commissione Paladin ha negato, infatti, che il capo dello Stato disponga di un potere di ordine anche solo «negativo», per cui se ritenesse costituzionalmente illegittima un’eventuale direttiva del governo d’intervento armato, il capo dello Stato non potrebbe ordinare direttamente al capo di stato maggiore della Difesa di «disobbedire» al governo stesso. È questo un potere che si è ritenuto in contrasto con i principi del nostro governo parlamentare. Di conseguenza, in caso di dissenso, il presidente non può fare altro che inviare un messaggio al Parlamento - messaggio che dovrebbe comunque essere controfirmato dal governo oppure dimettersi e appellarsi al popolo.
Quali assetti del Golfo Persico sarebbero a suo avviso più rispondenti agli interessi dell’Italia?
L’Italia non ha ancora superato una visione bipolare del mondo. Negli ultimi cinquant’anni, la politica estera e la politica militare italiana sono state semplici perché «semplificate», in ragione della divisione del mondo. Le nostre scelte - sia quelle di politica estera, sia quelle di politica militare - erano in linea con quelle degli Stati Uniti d’America e dell’Alleanza atlantica. Noi non avevamo una politica estera nostra, una politica militare nostra. Escludendo la retorica a uso interno, avevamo solo una politica di nicchia, di carattere soprattutto commerciale, affidata all’Eni, all’Iri, alla Fiat e via dicendo. Il bipolarismo per noi non era solo esterno, ma anche interno. Ora, in tutte le grandi coalizioni non può che esservi un Paese egemone. All’Est vi era l’Unione Sovietica, egemone con metodi dittatoriali; all’interno dell’Alleanza atlantica vi erano gli Stati Uniti, potenza egemone che si basa invece sul libero consenso degli altri Paesi occidentali. Per sua fortuna, alla fine degli anni Quaranta l’Italia ha scelto di far parte del polo occidentale e vi è rimasta, tutto sommato onorevolmente...
Cosa pensa della «guerra al terrorismo» proclamata dal presidente Bush?
«Guerra al terrorismo» è un’espressione retorica e tutta «politica». È come dire guerra alla povertà, all’ignoranza. Non è una guerra nel senso tecnico, perché il terrorismo non lo si può formalmente identificare con uno Stato: è una nebulosa. Ma siamo proprio certi che non siano ricettacolo di terroristi, o finanziatori di terroristi, Paesi che figurano tra gli alleati formalmente più fedeli degli Stati Uniti d’America… come l’Arabia Saudita? La guerra al terrorismo, evidentemente, non coinvolge anche i loro territori.
Gli attacchi dell’11 settembre sono in effetti partiti da lì. Anche dall’Inghilterra e dalla Germania.
Esatto: e anche dagli stessi Stati Uniti.
Ritiene fondata la teoria dello «scontro delle civiltà»? Condivide le tesi - che hanno fatto opinione a livello mondiale - della Fallaci?
Io non voglio lo scontro delle civiltà. Ma il non volere una cosa, non significa che questa di fatto non esista. Scontri di civiltà d’altronde si sono già avuti: Poitiers, con Carlo Martello che blocca l’invasione della Francia da parte dei musulmani; Lepanto e Vienna, con la vittoria sui Turchi, e così via. Ma il mondo moderno, così complesso, non si presta a facili semplificazioni. Una cosa è certa: il terrorismo radicale islamico - sia chiaro, io non intendo assimilare l’Islam al terrorismo islamico - nella sua forma odierna, non sarebbe possibile se non nella concezione della società propria dell’Islam. Esso non è solo una religione - che merita ogni rispetto - ma anche un’ideologia totalitaria; il che è altra cosa. Nel pensiero islamico non esiste distinzione alcuna tra politica e religione, come non esiste quella tra «Stato e Chiesa», o meglio tra Stato e comunità dei credenti. Lo Stato non è che uno strumento «accidentale» della comunità religiosa. La legge religiosa ha prevalenza sulla legge civile. Oggi, poi, nei corsi e ricorsi storici, c’è chiaramente una ripresa - e non solo religiosa - dell’Islam. Questo non solo soddisfa le esigenze religiose della gente in forme meno sofisticate e più semplici che non altre religioni, ma è anche una cura per le frustrazioni dei popoli che si sentono umiliati e ingiustamente esclusi dalla modernità. In questo, l’Islam ha un vantaggio strategico sull’Occidente - in special modo l’Europa - che ha perduto o sta perdendo la sua religiosità e anche la sua identità. Quando parlo di Occidente, mi riferisco da un lato alla cristianità nel senso crociano del termine, e dall’altro agli influssi del pensiero classico sulla civiltà occidentale, ivi compresi la Rivoluzione francese e il marxismo.
Che cosa ne pensa allora del multiculturalismo, che è tanto di moda in certi ambienti? È un obiettivo realistico o solo un’aspirazione retorica?
La lingua e la cultura sono i caratteri che identificano un popolo, una nazione. In alcuni casi lo è anche la religione. Per esempio: non si può essere veramente e storicamente croato, se si è anticristiano. Mi diceva un grande e intelligente esponente neo-comunista polacco, che per essere polacchi si può anche non essere cattolici, ma non si può essere anticattolici! Ciò avviene in tre nazioni, e presso una nazione senza Stato: in Croazia, Polonia, Irlanda e nei Paesi Baschi: dove il cattolicesimo è un segno distintivo dell’identità nazionale.
Un fatto interessante è che ciò è stato evidente anche in Italia. Nel 1944 padre Messineo, allora direttore di Civiltà Cattolica, scrisse quel magnifico libro sulla nazione italiana e sulle sue radici cattoliche, sicuramente perché temeva che l’occupazione anglo-americana le modificasse per l’influsso che avrebbero avuto il calvinismo e le varie Chiese Evangeliche.
Sì, anche la nazione italiana ha radici profondamente cattoliche.
Passando a un altro argomento, a suo avviso il sistema politico della prima Repubblica era più o meno adatto di quello attuale alla gestione degli stati di eccezione, di emergenza e di crisi?
L’ordinamento costituzionale dell’immediato dopoguerra era così intriso di pacifismo velleitario, che non aveva previsto nessuna disposizione per la gestione degli stati di emergenza, eccetto l’articolo 77 che li sottrae di fatto all’indirizzo e controllo parlamentari. Così siamo stati costretti a rifugiarci semplicemente nell’osservanza dei trattati internazionali, o a ricorrere allo spirito dell’«assicurazione reciproca» tra comunisti e anti-comunisti e a norme amministrative interne, chiamiamole così, perché non furono approvate legislativamente. Non siamo infatti mai riusciti a fare una vera legge sulla difesa e sul comando politico-militare, come hanno invece fatto Gran Bretagna, Francia e Germania.
Talune decisioni assunte durante la guerra fredda - anche se era una guerra virtuale e non reale - sono però state importanti per mantenere il rango internazionale dell’Italia e hanno comportato coraggiose decisioni politiche: basti pensare allo schieramento degli euromissili.
Queste decisioni, però, erano prese a livello politico e non si traducevano in un uso reale della forza. Erano possibili, e per molti versi più facili di oggi, poiché allora esistevano due schieramenti sì contrapposti, ma tutto sommato abbastanza omogenei al loro interno. Essi si compattavano ogni qualvolta dovevano fronteggiare le emergenze e prendere decisioni essenziali per la sicurezza nazionale e la collocazione internazionale del nostro Paese. Una cosa era avere a che fare con l’opposizione comunista. Lo so io che sono stato presidente del Consiglio. Essa è stata puramente e semplicemente parlamentare. Era un’opposizione dura e chiara, che non ci ha impedito di prendere delle decisioni, come appunto quella degli euromissili. Oggi, invece, il problema principale è dato dalla presenza trasversale di un pacifismo utopico e di un sempre più diffuso anti-americanismo. Si tratta poi di impiegare effettivamente la forza militare e non solo di predisporla a fini dissuasivi: in sostanza ora è molto più difficile prendere una decisione politico-militare di quanto lo fosse nel periodo della guerra fredda, anche perché le decisioni che oggi si prendono non riguardano interessi vitali e non sono quindi decisioni obbligate…
Come dovrebbero essere le Forze Armate italiane per far fronte alle nuove sfide alla sicurezza nazionale e mondiale?
Io credo che dovremmo adottare un sistema simile a quello americano. Un forte nucleo di forze armate professionali, e una Guardia nazionale anche per la difesa civile. Non dovremmo però rinunciare - come abbiamo fatto o ci accingiamo a fare - al servizio militare obbligatorio, ma mantenere la possibilità di riattivarlo in caso di necessità. Si dovrebbe fare come negli Stati Uniti, in cui i giovani americani passano la visita di leva, e possono, se necessario, essere chiamati alle armi. Dovremmo poi cercare, anche se è molto difficile, di dar vita, come in Inghilterra, a un esercito volontario territoriale, a una specie cioè di guardia nazionale americana. Essa mi sembra indispensabile per creare in Italia un efficace sistema di difesa civile.
A questo proposito, ritiene utile adottare in Italia un sistema del tipo di quello previsto dalla Homeland Security americana?
Io credo che l’Homeland Security Department sarà un fallimento. A parer mio si tratta di una decisione «abborracciata», simile a quelle che furono adottate negli Stati Uniti per la Guardia costiera o per il servizio di controllo dell’immigrazione. Si basa sul coordinamento di forze troppo diverse e disomogenee. La nozione di coordinamento non esiste se non nella fantasia di qualche spirito buono. L’Homeland Security dovrebbe coordinarli. Si fa appello al coordinamento, però, quando non si vogliono attribuire troppi poteri a un solo attore! Esso non può realizzare l’unità di comando, indispensabile in tutte le emergenze. Ma il presidente Bush non è riuscito a superare le resistenze corporative, in particolare quelle del Dipartimento della giustizia e dei servizi d’intelligence. Occorre tener presente che dalla Homeland Security americana non solo è fuori la Cia, ma anche l’Fbi. Una Homeland Security senza l’Fbi fa semplicemente ridere… anche i terroristi!
Che tipo di riforma dell’intelligence si dovrebbe realizzare in Italia?
A mio avviso le difficoltà sono tali che la soluzione migliore - forse l’unica possibile - sarebbe quella di far tradurre in italiano le analoghe leggi americane, canadesi, australiane, britanniche, francesi, tedesche e, adesso, anche quelle russe sui servizi segreti; metterle dentro un canestro e poi estrarne una a caso per adottarla in Italia. In caso contrario, la riforma non si farà, poiché le forze politiche italiane sono incapaci di farla. I motivi? Ideologici, certo. Ma anche - molto più semplicemente - ignoranza della materia e resistenze corporative.