L’economia islamica, interpretata sui libri scritti da loro (1), sembra esser estratta dai principi economici cristiani medioevali, quando l’economia cristiano-cattolica di oggi somiglia sempre più a una economia cristiana protestante. Queste definizioni servono solo a introdurre provocatoriamente l’argomento, capiremo subito perché. Partiamo dal pensiero economico cattolico. La storia economica ci racconta che nel Medioevo, in cui si realizza la civiltà cristiana, la vita economica era ispirata da principi morali, dal diritto naturale. Nei periodi successivi soprattutto grazie all’impulso all’economia derivante dalle scoperte geografiche (1500), il distacco tra morale e dottrine economiche diventa progressivamente più forte fino a quasi staccarsi restando solo legato da un filo debole e ambiguo che si chiama etica. Ma l’etica non si sogna di mettere in discussione l’indipendenza dell’economia dalla morale anche se oggi anche il cattolico più tradizionalista considera il capitalismo il minore dei mali, essendo in fondo ispirato a principi di diritto naturale. Il pensiero cattolico difende il capitalismo perché i principi che lo ispirano sono cristiani-cattolici, essendo centrati sull’esaltazione della dignità dell’uomo, sulla sua libertà personale, sulla sua vocazione creativa, sulla proprietà privata, sulla sua responsabilità personale, etc... La teologia cattolica ha sempre avuto una visione coerente rigida su questi fatti. Il progresso, lo sviluppo tecnologico e la scienza, nella concezione cattolica non sono mai stati competitori con la fede. Dio ha creato l’uomo perché operasse da qui la vocazione alla scienza e tecnica, basterebbe ricordare i monasteri benedettini, vere Silicon Valley del Dodicesimo secolo.
Ma la storia economica del pensiero cristiano-cattolico è la storia della subordinazione dei beni (mezzi) ai fini ultimi (la salvezza), operosità ma distacco. Fede e opere per il cattolico, fede senza opere per il protestante. Natura umana corrotta per il protestante e corruzione del peccato per il cattolico che confida invece nella capacità di praticare le virtù nel lavoro grazie all’incarnazione di Cristo e al suo lavoro terreno. Così per il pensiero cattolico è certo che si possa costruire un capitalismo «cristiano» considerando l’uomo fine e non mezzo di produzione, consumo, sviluppo, etc… perché ciò sia, l’economia deve esser influenzata da norme e scelte morali che distinguono ciò che è bene da ciò che è male (per l’uomo). Ora poiché nell’uomo, grazie al peccato, non alla natura corrotta, esistono sentimenti di egoismo e individualismo, se questi non vengono corretti, portano l’uomo a far diventare fini i mezzi, cioè producono una rivoluzione morale. In teoria l’uomo cattolico deve sempre dare un senso a ciò che fa. Nella pratica, l’ambiente competitivo e le esigenze del profitto rendono difficile farlo e questo giustifica le riserve che parte del pensiero cattolico ha sul capitalismo, segno di contraddizione, di cui capisce la neutralità e teme il chi e come possa gestirlo, ma che accetta come «minor dei mali» agendo sulla coscienza individuale dell’uomo, il chi appunto, al fine di ispirare il come operare nel sistema capitalistico.
Proseguiamo ora analizzando il pensiero economico islamico. L’economia islamica oggi, esprime in gran parte gli stessi principi morali (cristiani) dell’ordine naturale medioevale, ma invece di riguardare la coscienza dell’individuo si impone con le leggi. Cioè, le norme morali sono legge, non sono legate a scelte personali liberamente esercitabili. L’interpretazione del Corano invita a perseguire il benessere in modo equilibrato con lo spirito, se ciò non avviene è amorale. In principio ciò sarebbe condivisibile se non fosse imposto per legge che fa di questo un’assolutizzazione del Potere temporale. Il cristiano ha deciso di dare a Cesare quel che è di Cesare, l’islamico no. Vediamo alcuni principi interpretati nel Corano che somigliano a principi economici tomistici. Nell’interpretazione del Corano non si scoraggia la ricchezza e la sua conservazione, anzi è uno dei cinque scopi della Shari’a. Si incoraggia anche il risparmio, ma si vieta la tesaurizzazione, l’usura e l’avarizia. Si incoraggiano persino i consumi, ma si vietano gli sprechi. Si incoraggiano i commerci e la proprietà privata, ma si regolano con norme (ambigue) la finanza, diffidandone alquanto. Ebbene, che c’è che ci possa turbare in questi principi? Nulla, tranne che, come abbiamo già detto, sono imposti per legge: cioè il mercato deve esser regolato da norme morali obbligatorie. E ciò perché molta fiducia nell’uomo il Corano non sembra dimostrarla. Forse perché non credendo nell’Incarnazione non ritiene che l’uomo possa esercitare le virtù nelle attività economiche, ma il pensiero islamico è che il mercato sia legato alle scelte «viziose» degli uomini e perciò possa andare contro le norme. Grazie ai vizi degli uomini il mercato non può «garantire» una equa ripartizione delle risorse (… l’uguaglianza e la solidarietà), falsa la domanda, l’offerta e i prezzi. Si producono perciò cose sbagliate, superflue e inutili, più costose, si verificano sprechi, ma soprattutto si provoca concorrenza che produce squilibri. E tutto ciò perché l’uomo è vizioso per natura e naturalmente ciò è contro le norme. Gli islamici osservanti ci guardano con diffidenza, perché anche noi cattolici dovremmo avere questi principi, ma non li osserviamo…
Ora, c’è conciliabità in economia tra Islam e cattolicesimo? Vediamo. L’Islam (2) «vieta» perché teme che l’uomo «vizioso» non sappia esercitare le virtù in questo mondo (materialista), il cattolicesimo invece confida che l’uomo identificandosi con Cristo sappia farlo santificando il proprio lavoro e santificandosi nel mondo, aiutando così persino gli altri a farlo. Il cattolicesimo ha saputo adattarsi al progresso perché esso vive nella coscienza dell’individuo, è una scelta personale. L’Islam fatica ad accettare queste regole, si fa tentare ma non dominare (per ora) dai prodotti del mondo occidentale. Il cattolico è abituato a relazionarsi facilmente con gli altri, anche appartenenti a religioni differenti, che siano protestanti, ebrei, buddisti, etc… il musulmano no o perlomeno con gran fatica. In più il musulmano impara a sviluppare l’istinto a combattere ciò che è male, la Jiahd in fondo è l’eredità dell’Antico Testamento che chiede una guerra, difensiva magari, ma l’Islam sembra vedere l’Occidente che rappresenta un potenziale nemico con il suo materialismo globalizzante. L’incontro rapido e non gestito tra mondo islamico e civiltà europea-cristiana, chiamiamola così, mi pare possa provocare una «rimessa in discussione» del sistema capitalistico sociale-sindacale (che difende il lavoratore per il salario, non per lo spirito…). Quanto siano conciliabili mi è difficile capirlo come è difficile capire bene il pensiero islamico e capire anche quanti lo condividono, così com’è difficile capire come si evolverà all’interno del sistema capitalistico occidentale. Per esempio, che rapporto avranno, per le loro attività economiche, con il nostro sistema bancario? Lo utilizzeranno pur rifiutandolo o implementeranno banche proprie con un proprio sistema di finanziamento e relativo costo? Come si relazioneranno con noi liberi di scegliere, peccare e di non esser virtuosi? La domande non sono oziose. Finché saranno pochi o laici il problema riguarderà una mini-minoranza, che saprà adattarsi, ma quando cresceranno dal milione di oggi ai tre-quattro previsti nei prossimi anni, il problema si porrà da solo. L’Islam non è solo una religione, è un modo di vivere che guida pensiero e azione e un po’ di fondamentalismo è implicito in ogni islamico, e questo fondamentalismo deve conciliarsi con le nostre regole di civiltà che sono pluralistiche, tolleranti ma anche libertarie. Per conciliare le regole economiche devono poter apprezzare subito i nostri valori di libertà, devono apprendere e amare la libertà di coscienza. È difficile conciliare morale ed economia (e la storia dell’economia cristiana negli ultimi cinque secoli ne è evidenza), imporla per legge sarebbe un disastro comunque utopistico nel mondo globalizzato.
Note
1) Obiettivi di ordine economico islamico, Muhamed Umar Charra-Islamic Council of Europe, Ed. Arthos; 2) Non sappiamo quanti islamici si riconoscono in questo pensiero, se siano cioè il 10% o il 90%. Pare ancora molto difficile poterlo stabilire e ci sono criteri divergenti persino per fare una stima.