Una carta costituzionale d’Europa che non volesse sembrare un mero regolamento condominiale dovrebbe iniziare con un grato e commosso preambolo «cristiano» che elencasse quegli uomini di Chiesa che l’Europa fecero e difesero, partendo da San Benedetto da Norcia. Spiccherebbero particolarmente due francescani e un domenicano: Giovanni da Capestrano, Marco da Aviano e Michele Ghislieri. Il primo fermò i turchi a Belgrado e la cosa andò così: caduta Costantinopoli nel 1453, gli islamici risalirono la penisola balcanica minacciando l’Ungheria (sbarcarono anche in Italia, massacrando gli abitanti di Otranto). I prìncipi cristiani, terrorizzati, si rivolsero al papa Callisto III, che inviò il legato Giovanni di Carvajal e il celebre predicatore Giovanni da Capestrano. Questi presero contatto con un terzo Giovanni, il condottiero Hunyadi, e cercarono di racimolare un esercito. Ma al loro appello accorsero solo generosi popolani, privi di preparazione militare. Carvajal e Hunyadi erano, a quel punto, per gettare la spugna ma il Capestrano si impose e, in una battaglia che durò dal 14 al 22 luglio davanti a Belgrado, avvenne il miracolo. Era il 1456, solo tre anni dopo la caduta di Costantinopoli. Il Papa proclamò, per quel giorno e per sempre, la festa della Trasfigurazione, a significare la gioia che aveva mutato il volto dell’Europa. Il domenicano di cui dicevamo è il papa San Pio V, vero tessitore e artefice della strepitosa vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571) che fermò per sempre l’espansionismo turco sul mare. Anche qui, festa: il 7 ottobre venne dedicato a Nostra Signora delle Vittorie e Aiuto dei Cristiani, la Madonna del Rosario. Il terzo «padre dell’Europa» non è ancora, come gli altri due, Santo, ma il 27 aprile 2003 sarà proclamato, finalmente, Beato. A lui, cappuccino, si deve l’incredibile liberazione di Vienna nel 1683. Vienna, si badi: nel cuore dell’Europa. Non era un mistero per nessuno che, dopo la capitale imperiale, sarebbe toccato a Roma. Solo che, in quell’occasione, l’esercito cristiano strappò come bottino anche la bandiera del Profeta, che il sultano Maometto IV aveva affidato al suo vizir Kara Mustafà. Assicura il maggior islamologo vivente, Bernard Lewis, che ancora oggi per gli islamici osservanti il 12 settembre è un giorno di tristezza (in diversi luoghi il 20 di Ramadan era, fino a non molto tempo fa, lutto religioso). Se si pone mente ai proclami di Osama Bin Laden e si calcolano i secoli durante i quali, secondo lui, i musulmani sono stati «umiliati», si scopre che lo sceicco del terrore si riferisce proprio alla battaglia della Montagna Calva. Infatti, fu da quel momento che cominciò l’inarrestabile declino dell’impero ottomano. Si osservi anche un’altra concidenza: quando lo scontro cominciò, il sole del 12 non era ancora sorto. Dunque, 11 settembre. Insomma, quella battaglia - nel mondo islamico - non è mai stata dimenticata (in campo «cristiano» gli unici, forse, a ricordarsela sono gli strateghi di Washington, visto che l’attacco all’Afghanistan dei talebani è stato fatto iniziare un 7 ottobre, giorno di Lepanto). Invece Marco d’Aviano, che l’imperatore Leopoldo I proclamò urbi et orbi vero autore della vittoria, non figura nemmeno nell’Enciclopedia italiana. E dire che potremmo rammentarcelo tutte le mattine, proprio noi italiani, quando facciamo colazione a cornetto e cappuccino. I viennesi assediati, per dispetto, mangiavano sugli spalti, in faccia al nemico, un pane a forma di mezzaluna islamica (in francese, croissant). Il «cappuccino» nacque mischiando con latte certa polvere nerastra e amarognola che i turchi chiamavano caffè e che, fuggendo, avevano abbandonato a sacchi nel loro smisurato accampamento (dopo aver massacrato tutti i prigionieri cristiani): la bevanda aveva il colore del saio del liberatore di Vienna.
Se andate a Loreto, in una delle cappelle laterali trovate la scena della battaglia (a proposito: i cancelli di queste cappelle sono fatti col ferro delle catene degli schiavi cristiani liberati). Il papa Innocenzo XI, che si era dissanguato finanziariamente per sostenere l’impresa, proclamò quel giorno festa del Nome di Maria. Infatti, padre Marco d’Aviano aveva preteso che l’esercito cristiano inalberasse vessilli con l’icona della Vergine. Notare che le bandiere militari austriache portarono quell’immagine fino all’Anschluss hitleriano. Ci si potrà chiedere come mai un frate italiano avesse tutta questa autorità sugli imperiali (e perfino sui protestanti, che parteciparono alla battaglia). Il fatto è che Marco d’Aviano era il Padre Pio (altro cappuccino) dell’epoca e Jan Sobieski III, re di Polonia e comandante supremo dell’armata cristiana, considerò un onore servigli personalmente la messa celebrata prima della battaglia su uno dei colli del Kahlenberg. Il frate sollevò alta la croce di legno che teneva in mano, benedisse le truppe e gridò: «Avanti con la croce!». Urlando «Gesù e Maria!» le schiere cristiane si lanciarono dietro agli «ussari alati» polacchi (portavano sulla schiena due ali di metallo, quasi angeli vendicatori). Il Sobieski comunicò al Papa: «Veni, vidi, Deus vicit». Non era un’aulica citazione: i cristiani erano sessantacinquemila e privi di artiglieria, i turchi oltre duecentomila e provvisti di enormi bombarde. Testimonianze di parte turca (sulle quali furono ordinate inchieste ufficiali che ne riconobbero la veridicità) assicuravano che i soldati del vizir avevano visto un uomo immane, alto fino alle nuvole e con un legno in mano: lo spavento li aveva scompaginati e disorientati.
Ma adesso è il caso di spiegare chi fu Marco d’Aviano e come mai per gli europei era «l’uomo dei miracoli». In verità, il miracolo della vittoria fu solo uno dei due: l’altro fu l’essere riuscito a mettere d’accordo i signori d’Europa. Già, perché questi litigavano su chi dovesse tenere il comando supremo, mentre Luigi XIV (il «re cristianissimo») aizzava i turchi contro gli Asburgo. La difficoltà di unire gli europei contro il pericolo musulmano era di vecchia data e risaliva a prima delle crociate. Ma si trattava, si passi l’espressione, di un difetto strutturale. Il cristianesimo, con la sua insistenza sul concetto di persona e i diritti individuali, aveva creato un mondo politicamente libero, di uomini liberi in istituzioni a democrazia diffusa. Da qui la quasi impossibile unanimità in azioni comuni. Diversa la situazione del mondo musulmano, nel quale masse sterminate erano mobilitabili in qualsiasi momento (infatti, non c’era luogo, in Europa, che non avesse le sue «campane dei turchi» da suonare in caso d’allarme). Carlo Domenico Cristofori nacque ad Aviano nel 1631 e subito ebbe nelle orecchie i racconti che i friulani si tramandavano, racconti poi ripresi dal friulano Pier Paolo Pasolini in un suo dramma teatrale poco conosciuto: I turchi in Friuli. L’invasione guidata dal sultano Murad I che aveva sterminato l’armata serba a Kosovo Polje (la tristemente famosa «Piana dei merli») nel 1389, aveva impiantato in Bosnia basi militari turche da cui partivano scorrerie per la Slovenia. Occupata questa nel 1415, fu la volta del Friuli.
Qui, dopo la solita serie di incursioni, una vera armata giunse fino a Udine, ma la pronta risposta della Serenissima la costrinse a ripiegare (con, ahimè, bottino e schiavi). Fu subito costruita una linea fortificata che però non impedì ai turchi di prendere, nel 1477, Cittadella sull’Isonzo e razziare Carinzia e Carniola. Nel 1499 l’invasione in grande stile: centottantadue cittadine divennero un unico falò, visibile dalla stessa Venezia; un terzo dei friulani, tra uccisi e tratti in schiavitù, mancò all’appello. Un migliaio vennero trucidati perché, durante la ritirata, le zattere per superare il Tagliamento in piena non bastavano. Il piccolo Carlo potè vedere la ossa degli uccisi che da un secolo e mezzo riempivano, calcinate dal sole, il piazzale del castello di Aviano (l’altro grande castello, quello di Piantanins, non esisteva più: i turchi l’avevano raso al suolo dopo aver impalato Simone Nusso, comandante della disperata resistenza cristiana). Messo a studiare dai gesuiti di Gorizia, a sedici anni scappò per raggiungere Candia, dove i veneziani resistevano all’assedio turco. Ma arrivò solo a Capodistria; qui venne rifocillato dai cappuccini. Dei quali, nel 1648, finì col prendere l’abito a Conegliano Veneto col nome di fra Marco. Dopo aver completato gli studi ed essere stato ordinato sacerdote, ricevette la patente di predicatore intinerante e, su sua richiesta, l’esonero in perpetuo da qualsiasi carica. Nel 1676, a Padova, guarì miracolosamente una monaca da tredici anni paralizzata. Altri miracoli seguirono a Verona e Venezia e da quel momento padre Marco d’Aviano divenne il religioso più conteso d’Europa. Nel 1680 si recò a Innsbruck per guarire il governatore Carlo di Lorena, poi proseguì per Monaco di Baviera e Vienna, dove fu accolto dall’imperatore Leopoldo I. Ovunque era un trionfo. Le municipalità gli facevano benedire l’acqua che poi sarebbe stata somministrata ai malati. A ogni sua pubblica benedizione seguivano miracoli strepitosi. Addirittura si dovette porre in atto una singolare cerimonia: dato che a quei tempi si andava a piedi e a cavallo, e le strade erano, nel migliore dei casi, appena lastricate (i valichi delle Alpi non erano che impervi sentieri; si aggiunga la regola dei cappuccini, che imponeva l’andare a piedi e in sandali), in un giorno prefissato e a un’ora precisa, in una città che non aveva potuto ricevere la visita del padre la gente si riuniva sulla pubblica piazza, recitava un atto di contrizione e, dopo essersi confessata e comunicata, veniva benedetta dal frate dalla sua cella padovana.
A Neuburg, Augusta, Münster, Colonia anche i protestanti accorrevano ed erano molti quelli che si facevano papisti (i capi dei «riformati» dovettero ricorrere alla minaccia di gravi sanzioni). In ogni luogo la forza pubblica doveva proteggerlo dalla ressa attorno a lui (in un paio di occasioni venne ferito da quanti cercavano di tagliargli un pezzetto di saio o una ciocca per farsene reliquia). L’imperatore, debole e irresoluto, prese a consultarsi col padre per ogni necessità di governo (esistono interi tomi di corrispondenza tra i due). Nel 1681 a Marco d’Aviano fu concesso l’inaudito privilegio di poter amministrare l’indulgenza plenaria papale. A Lione oltre centomila persone lo attesero. Avrebbe proseguito per Parigi, su invito della Delfina, ma Luigi XIV lo fece espellere e scortare alla frontiera. Marco d’Aviano visitò Belgio, Olanda e Svizzera, toccandone quasi tutte le città. Nel 1682 fu ancora a Vienna. L’anno successivo fu quello dell’assedio turco e della fuga dell’imperatore a Linz. A Vienna, isolata, c’erano solo seimila soldati affiancati dai cinquemila uomini della difesa civica. I turchi, forti di trecento cannoni e di un esercito colossale, in breve aprirono numerose brecce e i corpo a corpo divennero quotidiani. Dopo diciotto assalti alle mura la città era allo stremo. Il governatore von Stahrenberg inviò un disperato messaggio a Carlo di Lorena perché muovesse a marce forzate. Intanto, tutte le campane tacevano tranne una, quella della cattedrale di Santo Stefano, chiamata Angstern, «angoscia», in quanto segnalava gli attacchi dei giannizzeri galvanizzati dai loro imam. Finalmente arrivò il corpo di spedizione formato da polacchi, ungheresi, soldati di Baden, Sassonia, Turingia, Baviera e Holstein coi loro signori. Oltre al Sobieski e al Lorena, gli italiani Enea Silvio Caprara e il giovanissimo Eugenio di Savoia al suo battesimo del fuoco. La carica, all’arma bianca, fu guidata dal re di Polonia in persona.
Padre Marco, legato pontificio, fu con l’esercito anche l’anno seguente, vedendo liberate Visegrad e Pest. Convinse Venezia a entrare nella Lega cristiana e, nel 1685, guidò l’armata alle vittorie di Gran e di Neuhäusel. Nel 1686 fu liberata Buda, dove il padre collocò nel duomo, da un secolo e mezzo moschea, una statua della Madonna. Il testimone oculare Francesco Grimani, nobile veneziano, gli scrisse: «È certo, padre Marco mio riverito, che se lei non era sotto Buda, facevimo la frittata» (infatti, i disaccordi fra i capi cristiani avevano continuamente rischiato di compromettere l’impresa). Il frate tornò in Italia e ai suoi miracoli (tra cui la resurrezione di un bambino a Schio). Nel 1687 e nel 1688 attese alla riconquista di Belgrado. Qui riuscì a mitigare la furia dei liberatori e salvò la vita alla guarnigione turca che a lui si era rivolta per ottenere grazia. Ma il nuovo papa Alessandro VIII strinse i cordoni della borsa e in poco tempo i turchi ripresero l’importante città. Padre Marco ricominciò a far la spola con Vienna e Praga, mentre il sultano Mustafà II tornava a minacciare la capitale imperiale. Di nuovo si ricorse all’aiuto di Marco d’Aviano che, tra una benedizione e l’altra in varie città d’Italia (ma, sebbene invitato dagli oratoriani, non potè mai andare a Roma, dove il partito filofrancese - che poteva contare addirittura sul cardinale segretario di Stato - gli era ostile), tornato a Vienna indisse una serie di processioni mariane.
L’ultimo miracolo «politico» di Marco d’Aviano fu la vittoria, a Zenta nel 1697 (un 11 settembre, per chi ama le coincidenze), degli imperiali guidati dal principe Eugenio di Savoia (uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi; amava firmarsi, da europeo, in tre lingue: Eugenio von Savoie), che impedì l’invasione dell’Ungheria e costrinse i turchi alla pace di Karlowitz del 1699. Da quel momento in poi la storia dell’impero turco fu quella di un continuo arretramento: Eugenio di Savoia li sconfisse definitivamente nel 1717 a Petervardein, liberando Belgrado. Una pace tra Francia e Impero consolidò la situazione politica e Leopoldo I, tramite i buoni uffici di padre Marco, celebrò il matrimonio del suo primogenito ed erede, Giuseppe. Tirando un respiro di sollievo perché non era un mistero per nessuno che Luigi XIV intendeva soffiargli il titolo di Sacro romano imperatore: l’Impero era sempre in bolletta e la Francia era ricchissima; il primo disponeva di una forza fissa di soli sedicimila uomini, la seconda ne aveva settantamila; Leopoldo era leale e pio, Luigi non conosceva scrupoli. Per troppo tempo la Francia era stata il diavolo d’Europa: ora anche i papi potevano respirare. Nel 1699, dopo aver ricevuto nel suo convento padovano la devota visita di Casimira, regina di Polonia, padre Marco dovette tornare per l’ennesima volta a Vienna, chiamato dall’imperatore per via di un delicato contenzioso con la Santa Sede. Ma il frate, stanco e malato, il 13 agosto morì. La salma, ricevuto l’omaggio della coppia imperiale e di tutta la nobiltà, fu venerata da un’impressionante numero di fedeli. Marco d’Aviano, padre d’Europa, venne solennemente sepolto nella famosa cripta dei cappuccini, accanto agli imperatori tedeschi. Leopoldo I volle personalmente dettarne l’epitaffio. La liberazione di Vienna, di cui il cappuccinio era stato l’artefice, fu ogni anno ricordata con un’imponente processione. Fino al 1783, anno in cui il centenario coincise con l’ultima volta. Quell’anno regnavano Giuseppe II (che non vi partecipò nemmeno) e il suo «giuseppinismo» regalistico e filomassonico. E pensare che nel contratto di nozze che il suo avo Leopoldo I aveva stilato con la consorte Eleonora c’era scritto, nero su bianco, che l’imperatrice si impegnava a non scegliersi il confessore al di fuori dell’ordine dei gesuiti.