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Versetto V, 44

LIBERAL BIMESTRALE
di Johannes J. G. Janse
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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È risaputo che il cristianesimo è una religione missionaria. Una religione con delle pretese universali e la maggior parte, se non tutti i cristiani, crede che sia proprio dovere annunciare il Vangelo a ogni essere umano e persuadere letteralmente chiunque della verità di quanto viene predicato. Ma il cristianesimo mostra un limitato interesse per i dettagli giuridici della vita quotidiana dei credenti. La sua attenzione è diretta all’intenzione e alla mentalità. Non è una religione legalistica con prescrizioni e divieti. Manca di leggi precise. Ad esempio, non esiste un codice civile o penale cristiano. Il giudaismo, al contrario, non è una religione missionaria. Esso ha grosse ingerenze nella quotidianità dei suoi fedeli, impartisce centinaia di prescrizioni che i suoi seguaci devono ottemperare. I rabbini, i capi religiosi nel giudaismo, sono specialisti della legge ebraica e sanciscono e vietano una molteplicità di azioni ai membri delle loro congregazioni, proprio come fanno i giuristi nei sistemi giuridici secolari. Ma a loro non importa se il resto dell’umanità osserva tali insegnamenti. La loro missione non è universale, non devono convincere il resto del mondo che l’interpretazione legalistica che danno del monoteismo sia vincolante anche per gli altri. È difficile asserire se le pretese cristiane all’universalità del proprio messaggio e se l’insistenza rabbinica su un puntiglioso e legalistico approccio al comportamento umano rappresentino la forza o la debolezza di ciascuna di queste tradizioni religiose. Il fatto che il cristianesimo predichi a livello universale è semplicemente un fatto storico e di vita, ma non esiste alcun dettagliato codice giuridico cristiano che regoli ogni aspetto del comportamento umano. La sinagoga, d’altro canto, non cerca di convertire nessuno, ma a differenza del cristianesimo la sinagoga detta delle regole che vengono chiaramente definite e che vanno seguite dagli eletti, ma solo da loro. Per qualcuno il problema con l’Islam consiste nel fatto che esso fa entrambe queste cose nello stesso tempo. Come il cristianesimo, l’Islam è una religione missionaria che vuole diffondere il messaggio islamico fino alla parte più estrema del mondo, ma al contempo l’Islam detta, come il giudaismo, una serie di precetti chiaramente definiti che, in teoria, devono essere seguiti non solo dagli eletti, ma da chiunque. L’Islam, così per dire, combina le caratteristiche predominanti sia del cristianesimo che del giudaismo. L’Islam non solo è una religione missionaria ma riconosce una serie di leggi racchiuse nella Sharia. 
La combinazione di questi due tratti è fonte di problemi, poiché incoraggia i musulmani a condannare il comportamento di coloro che non lo sono e con i quali si trovano a convivere nella stessa società. Questa condanna può assumere diverse forme come, ad esempio, una dura critica nei confronti delle società secolari d’Europa e del Nord-America, delle quali gli immigranti musulmani hanno iniziato di recente a far parte. Mentre i rabbini mostrano poco interesse al comportamento pubblico o privato di coloro che non sono ebrei, gli attivisti e i predicatori musulmani delle moschee mostrano invece un certo interesse. Senza esitazione alcuna, e pubblicamente, costoro condannano i loro vicini non-musulmani. Dacché le società occidentali presentano una forte tradizione di autocritica, esse sottovalutano l’importanza e le possibili conseguenze della critica rivolta dai musulmani nei confronti del loro modo di vita. Ma il biasimo musulmano non è essenzialmente rivolto alle peculiarità dell’attuale modo di vita occidentale. Anche la stessa idea che i non-musulmani che vivono in Occidente abbiano le loro leggi e vivano senza avere alcun riguardo nei confronti della legge musulmana è offensiva per un gran numero di islamici. Che motivo avrebbero gli uomini di fare delle proprie leggi se già esiste una legge divina islamica e per di più, così largamente conosciuta? Ovviamente, le cose peggiorano quando gli stessi musulmani che non si curano affatto della legge islamica, iniziano a comportarsi allo stesso modo dei loro vicini europei o americani, e agiscono come se la legge dell’Islam non esistesse. Ma c’è un aspetto ancor più preoccupante in questa faccenda. Nei Paesi occidentali moderni i partiti politici cercano di ottenere il maggior numero possibile di seggi alle elezioni, per determinare la composizione dei corpi legislativi. Questi corpi legislativi fanno le leggi e vigilano sulla loro applicazione. Da una situazione del genere sorgono una serie di interrogativi: i musulmani possono partecipare a simili attività? Per quale motivo i musulmani dovrebbero partecipare a tali attività politiche essenzialmente legislative, quando sono già in possesso delle stesse leggi divine, scritte nei manuali della sharia? Perché in effetti nessuno dovrebbe partecipare a simili attività, se già esistono delle leggi divine? Tali attività politiche dovrebbero forse essere proibite? A rigor di termini, non c’è affatto bisogno (dal punto di vista della teologia islamica) di un’attività politica da parte dei partiti che desiderano ottenere dei seggi parlamentari. L’ideologia islamica non riconosce agli uomini il diritto di legiferare: Allah ha dato le leggi, nella sharia, ed esse sono quanto di meglio si possa desiderare o volere. È in questo contesto che dovremmo prendere in considerazione le asserzioni di un sospetto terrorista assicurato alla giustizia olandese nel marzo del 2005. Il ragazzo era stata accusato di voler far saltare in aria il Parlamento olandese e si era detto speranzoso che al suo posto sarebbe sorta una corte della sharia. 
Non solo i sospetti terroristi ma anche i teologi musulmani responsabili esprimono opinioni simili in merito all’incompatibilità esistente tra la legge umana e la rivelata legge divina. Soprattutto, l’interpretazione dell’ultima frase del versetto coranico V,44: «Coloro che non giudicano secondo quello che Allah ha fatto scendere, questi sono i miscredenti», viene utilizzata a questo fine. Già un commentario medievale del Corano così osserva: «Allah disapprova chiunque si ribelli alla Sua legge. Chi non si lascia guidare dalle leggi divine è un infedele [e non un musulmano] e va contrastato finché tornerà alla legge di Allah e del Suo Apostolo, e finché non osserverà alcuna altra legge che non sia la legge di Allah». (Ibn Kathir, ii, 67). Nella prima metà del Ventesimo secolo, un riformatore musulmano di spicco, lo studioso siriano Rashid Rida potrebbe essere stato il primo commentatore del Corano dell’era moderna a interpretare questi versetti in modo simile, quando scriveva: «Questo versetto (V,44) si applica a coloro ai quali non piace governare secondo i giusti precetti che Allah ha fatto scendere, e rifiutano di lasciarsi guidare da essi poiché nutrono differenti opinioni. Secondo questi versetti [tali governanti] sono dei pagani [ad esempio, commettono apostasia dall’Islam se sono nati musulmani]» (Tafsir al-Manar, VI, 330). Queste parole non lasciano spazio alle congetture. Il Corano qui sottintende una condanna di quei politici musulmani che, ad esempio, ritengono che l’introduzione delle punizioni coraniche o la totale applicazione della sharia, non sia una buona idea. Quando nel periodo che condusse alla spartizione dell’India britannica i musulmani e gli indù di quella parte del mondo iniziarono a considerarsi sempre più delle nazioni differenti, un certo numero di attivisti e di leader musulmani adottò in maniera rimarchevole opinioni similari. Il più illustre tra loro, Abu al-Ala al-Maudoodi, in un discorso pronunciato a Lahore nel 1939, questo asserì, citando lo stesso versetto coranico V,44: «Conformemente a questa teoria, la sovranità appartiene solo ad Allah. Egli solo è il legislatore. Nessun uomo (…) ha il diritto di poter ordinare agli altri di fare o meno certe cose» (Sayyed Abul-Ala Maudoodi, Political Theory of Islam, Lahore). E lo stesso autore, altrove: «[Uno Stato islamico] evidentemente non può limitare la sfera delle sue attività. È uno Stato universale e onnicomprensivo. La sua sfera di attività abbraccia ogni aspetto della vita umana. Esso cerca di foggiare ogni sfera della vita e di attività in accordo con la sua peculiare teoria etica e con il programma di riforme. In uno Stato del genere nessuno può considerare le proprie faccende come personali e private».
Le idee di Maudoodi in merito alla sovranità umana e divina sembrano simili a quelle che circolavano in Egitto tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta. In un commento al Corano di quel periodo si legge proprio alla fine la discussione in merito ai versetti V, 42-50: «Quando una persona funge da legislatore per una comunità: allora ciò è contrario all’Islam. Quando una casta funge da legislatore per una classe sociale: allora ciò è contrario all’Islam poiché gli interessi di questo ceto o l’opinione della maggioranza parlamentare diventano allora la legge. Se una nazione o un gruppo di Stati oppure se i consigli internazionali fungono da legislatori, allora anche questo sarà contrario all’Islam». (Sayyid Qutb, Fi Zilal al-Qur’an). Si potrebbe osservare che tali parole non suonano solo come una condanna della Dichiarazione dei diritti umani del 1948, ma altresì di ogni forma di parlamentarismo. Sembra che simile interpretazione fondamentalista di questi versetti coranici ricusi implicitamente tutti i sistemi di governo della metà del Ventesimo secolo. Per di più, il commentario coranico che contiene il rifiuto è probabilmente il testo islamico di epoca moderna maggiormente tradotto e ristampato. L’interpretazione del versetto coranico V,44 non rappresenta un mero problema accademico. Bulaq al-Dakrur è un quartiere alla periferia del Cairo. Qui, nel settembre del 1981, un gruppetto di ragazzi che si conoscevano per legami familiari e perché frequentavano la locale moschea decise di agire in base alla propria interpretazione radicale del versetto coranico V,44. Nel giro di alcuni giorni, il 6 ottobre, il gruppetto assassinò il presidente Sadat. Nel corso dell’interrogatorio che ne seguì, i giovani perpetratori raccontarono di aver studiato gli scritti di Ibn Kathir, di Abu al-Ala al-Maudoodi e di Sayyid Qutb. In una fatwa del 3 gennaio 1982, lo sceicco Jaad al-Haqq che all’epoca ricopriva la carica di Mufti della Repubblica egiziana disquisiva sul versetto coranico V,44. Esattamente nel modo in cui si comporterebbe un moderno filologo, il Mufti cerca di dedurre il significato di questo brano dal contesto del versetto, arguendo che esso si riferisce alla Torah e non agli specifici precetti della sharia musulmana. A lui è chiaro che il versetto si rivolge agli ebrei di Medina nei giorni del Profeta e non ai governanti musulmani odierni che vivono nelle capitali del Medio Oriente, e neppure a qualsiasi altro governante. L’argomentazione del Mufti viene più volte ripetuta da tutti i partecipanti alle discussioni in merito al versetto coranico V,44. 
Da un punto di vista islamico, è ovviamente difficile trovare una voce più autorevole del Mufti della Repubblica d’Egitto. Ciononostante, l’argomento può essere rigirato. Il defunto sceicco Abd al-Hamid Kishk, un predicatore cieco estremamente amato al Cairo, a metà degli anni Novanta pubblicò un commentario coranico. Kishk concorda con l’argomentazione in base alla quale il versetto V,44 non riguarda lo Stato-nazione moderno e i suoi governanti, dal momento che come conseguenza inevitabile il brano si rivolge agli ebrei di Medina e non ai governanti mediorientali. Lo sceicco Kishk ammette di essere convinto che il versetto V,44 non riguarda l’Islam e la sharia. Ma poi pone un quesito ai lettori. Egli asserisce che nel versetto V,44 Allah definisce gli ebrei dell’antica Medina come coloro che commisero apostasia a causa della loro negligenza ad applicare le leggi del giudaismo. Adesso cosa ci aspettiamo che Allah dica dei musulmani moderni se questi non vogliono che il mondo sia governato da ciò che Allah ha dato loro? Anche se non si è d’accordo con lo sceicco Kishk, bisogna esprimere ammirazione per la maestria della sua argomentazione. Questi brevi esempi mostrano che il dibattito sulla legge divina e umana, in auge tra i musulmani, non tende a finire. Probabilmente sono parecchi i musulmani a non essere interessati al problema, e disposti tranquillamente a vivere in Europa o negli Stati Uniti ottemperando alle pagane leggi umane. Ma i gruppi articolati e talvolta violenti non sono affatto disposti a conformarsi a questa situazione, come dimostra l’assassinio del mio amico Theo van Gogh. Secondo il suo sicario, Van Gogh aveva violato la sharia ed era colpevole di due capi d’accusa: aveva offeso Maometto, il Profeta dell’Islam, e aveva diffamato e messo in ridicolo la comunità musulmana. L’assassino, agendo da pubblico accusatore e da giudice, ha applicato la pena prevista dalla sharia per questi due crimini, uccidendo di conseguenza Theo van Gogh, ad Amsterdam, poco più di un anno fa, la mattina del 2 novembre 2004. Non ci può essere comunque una via di mezzo: le leggi o sono divine oppure sono umane. Gli europei e gli americani danno per scontato di essere i detentori del potere legislativo nei loro sistemi politici. Pochi tra loro si rendono conto che una piccola minoranza (che probabilmente è perfino una minoranza in seno allo stesso mondo islamico) nutre delle idee del tutto diverse ed è pronta a morire e a uccidere in nome di esse. Anni interessanti potrebbero essere di fronte a noi.
(Traduzione di Angelita La Spada)
 

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