archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il bisogno di Cristo

LIBERAL BIMESTRALE
di Jude P. Dougherty
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

Torna al sommario
cop17_th  

E' probabile che l’atteggiamento che si ha nei confronti dell’Islam sia determinato dall’atteggiamento che si ha nei confronti del cattolicesimo. La cultura occidentale è vincolata a tal punto alle sue radici classiche e cristiane, storicamente parlando, che le due religioni sono inseparabili. Le interpretazioni romantiche dell’Islam fanno riferimento solamente ai benefici da esso apportati nell’Occidente, trascurando la sua storia fatta di conquiste, dominio e intolleranza. Fin dal suo inizio, il che equivale a dire sin dalla predicazione di Maometto, l’Islam ha sempre accarezzato l’idea di ricorrere all’uso della spada per portare a termine i propri fini, assoggettando i popoli conquistati, ponendoli di fronte al dilemma se accettare l’Islam o patire punizioni che potevano andare dalla tassazione fino alla pena capitale (1). Un atteggiamento mentale che guarda all’Islam solo come a un’altra religione che in qualche modo occupa in Occidente un ruolo paritario a quello del cristianesimo, in quanto parte integrante della civiltà occidentale, ne ignora il carattere belligerante. È in voga fra coloro che non si occupano di politica distinguere tra musulmani «occidentalizzati moderati» e musulmani «radicali» o «estremisti». Questa distinzione può anche risultare in parte vera, ma mette comunque in ombra una verità di fondo. Tutti i musulmani aderiscono ai principi contenuti nel Corano, principi che, al di là delle diverse interpretazioni date, li unisce come fratelli in una causa comune e fa di loro una forza spirituale mirante alla dominazione del mondo, una forza spirituale intrinsecamente ostile all’Occidente e in special modo al cristianesimo che formalmente ne costituisce il collante. Non si può ignorare come la reale dottrina dell’Islam si manifesti ovunque nel mondo, e nemmeno si può facilmente fare a meno di rimproverare alla parte moderata dell’Islam di non aver condannato la retorica e la violenza della frangia radicale all’interno di esso.
Anche trascurando le azioni terroristiche dell’11 settembre del 2001, una concezione aggiornata dell’Islam dovrebbe essere in grado di riconoscerne il carattere militare. L’Islam è la sola religione ad approvare la violenza (2). Solamente nell’Islam troviamo una vera e propria fanatica volontà di fare proseliti accanto alla volontà di dominio sul mondo. Nel Sudan odierno, i cristiani vengono perseguitati, uccisi e massacrati in nome dell’Islam; le donne e i bambini vengono venduti come schiavi. In Nigeria, le comunità a maggioranza musulmana attaccano le comunità cristiane che si oppongono all’introduzione della legge islamica. In Arabia Saudita e in altri Stati del Medio Oriente non sono ammesse le chiese, e sono vietate qualsiasi rappresentazione di simboli cristiani e la stessa letteratura cristiana. I prodotti cristiani vengono trovati e distrutti. Durante la prima guerra nel Golfo alle truppe americane non era concesso di celebrare la messa; venne proibita persino la celebrazione del giorno del Ringraziamento in occasione di una visita da parte del presidente degli Stati Uniti. Durante la guerra fra l’Iran e l’Iraq, Saddam Hussein dichiarò apertamente che i cristiani venivano impiegati come artificieri per disinnescare le mine. In Indonesia i casi in cui la pena di morte è stata inflitta ai danni di alcune comunità cristiane trovano la loro giustificazione in alcuni passi del Corano che legittima l’uso della forza militare nei confronti di chi rifiuta Allah. Questi atti vengono sanzionati dalla Shari’a, ovvero, dalla legge islamica. L’idea più esauriente sull’Islam, in termini pratici, senza ombra di dubbio si evince dalla nozione di Shari’a, «la grande strada del vivere virtuoso che conduce a Dio», l’insieme dei comandamenti divini per l’uomo. Essa include la legge, i principi morali e la dottrina alla quale ogni singolo musulmano deve attenersi. La Shari’a si fonda su quattro tipi di fonti: il Corano, la tradizione, l’approvazione della comunità e l’interpretazione personale. Per questa ragione può risultare fuorviante parlare della legge islamica in termini astratti. Sebbene sia basata sul Corano, la legge islamica al giorno d’oggi varia da un Paese all’altro e da una regione geografica all’altra. I diversi tentativi di adeguare la Shari’a ai tempi moderni, nella forma di un sistema legislativo d’uso comune vengono confrontati con l’abisso che separa una minoranza occidentalizzata e modernista dalla massa conservatrice della popolazione musulmana. Le riforme adottate dalle comunità urbane musulmane più favorevoli al progresso sono di scarso rilievo per quelle comunità più saldamente legate alla tradizione che si trovano nelle zone rurali e che costituiscono la stragrande maggioranza degli aderenti all’Islam. Ogni funzionario interpreta la legge islamica alla luce della propria formazione ed educazione personale.
La legge islamica è molto severa nelle pene da comminare per ogni tipo di reato. In linea di massima la Shari’a comprende gli obblighi morali di ogni singolo individuo nei confronti di Allah e nei confronti dei propri simili. Per determinati crimini la pena viene fissata in modo non dissimile dal nostro. Nella tradizione, invece, le offese ai danni delle persone, che vanno dall’aggressione all’omicidio sono punibili in base alla legge del taglione, secondo la quale chi commette l’offesa deve subire lo stesso trattamento della sua vittima. Reati di questa natura vengono considerati danni di natura civile e non crimini in termini prettamente tecnici; per questo è la famiglia e non lo Stato ad avere la facoltà di comminare la pena. Per reati come l’apostasia, i rapporti sessuali extraconiugali e l’omosessualità la pena è la morte; stessa sorte per chi commette una rapina. L’amputazione della mano è prevista per il furto; 100 frustate per la fornicazione; 80 frustate per accuse di lascivia non suffragate da prove e per aver fatto uso di bevande alcoliche. Il Corano predica l’uguaglianza, tuttavia, in gran parte dei Paesi musulmani è l’uomo a determinare il ruolo occupato dalla donna. Nella legge coranica, un marito può impedire alla propria moglie di spostarsi; un padre può far sposare la propria figlia anche contro la sua volontà, e lei è costretta per legge a ubbidire. Il Corano dà anche a un marito il diritto di picchiare e fustigare una moglie che si dimostri disobbediente. Mentre una donna che ha commesso adulterio è condannata a morte per lapidazione. Inoltre, i musulmani rifiutano di riconoscere le leggi che differiscono dalla propria e definiscono «infedeli» i popoli che non hanno un culto religioso simile al loro. È il semplice fatto di nascere in una società musulmana a rendere gli individui dei musulmani per tutta la vita, soggetti quindi anche alle conseguenze di una loro eventuale apostasia. Se si riflette sul carattere belligerante dell’Islam, non è facile accantonare affermazioni come la seguente: «Ogni musulmano ha l’obbligo morale di stare al fianco del popolo afghano nella battaglia contro l’America». Quando allo sceicco Hamoud al-Shuabi venne domandato, «ma allora, in tutti gli americani si dovrebbe vedere un obiettivo da colpire», egli rispose: «Non c’è alcuna differenza fra colui che acconsente alla guerra e la sostiene con il denaro e colui che vi combatte in prima persona» (3). In Arabia Saudita, ai giovani non viene insegnato solamente a odiare gli americani, ma anche che sono nemici tutti coloro che non sono musulmani. Viene loro inculcata anche la santità del martirio ottenibile combattendo i nemici (4).
Come si è giunti a questo punto? È possibile che la violenza sia inscindibile dall’insegnamento del Profeta? Dalla storia dell’Islam si può trarre insegnamento. L’era di Maometto comincia nel 622, data della sua fuga verso la Mecca, nel periodo in cui venne perseguitato, costringendolo in seguito a riparare a Medina. Nell’insegnare ai propri seguaci a pregare, Maometto all’inizio aveva detto loro di farlo rivolti verso Gerusalemme. In seguito però raccomandò ai propri adepti di rivolgersi verso la Mecca e di andare in pellegrinaggio alla Mecca per ottemperare agli antichi riti istituiti da Abramo e Ismaele. Ma a guida della Mecca vi era una tribù molto ostile e ai seguaci di Maometto era vietato l’ingresso. Questo stato di cose fornì il giusto pretesto per conquistare la Mecca. Maometto incoraggiò i propri seguaci a non limitarsi a conquistare la città ma anche a intercettare e a depredare le carovane che vi erano dirette o che passavano di là. In seguito la pressione militare e la diplomazia condussero le tribù sparse in tutto il territorio arabo a unirsi. Ponendo l’accento sull’orgoglio di far parte di una medesima religione, sulla comune solidarietà, Maometto predicò che i legami che saldano i fratelli accomunati dalla stessa fede sono molto più vincolanti di quelli fondati sul sangue. Venivano loro proibite quindi le lotte fratricide, mentre erano autorizzati a saccheggiare i non musulmani. Questo consentì alla loro comunità di espandersi sottomettendo gli altri popoli. All’interno di questa comunità ci furono sicuramente molti che si convertirono coscientemente e che nutrivano una fede sincera nell’Islam, ma anche molti, come i commercianti della Mecca, che si conformarono ai riti esteriori dei principi di fede e che investirono tempo e fatica in favore della diffusione dell’Islam solo per averne un ritorno di natura economica. Quando Maometto cominciò a predicare, la società era ormai sufficientemente matura per essere riformata. Il declino dell’Impero romano aveva gettato la società nella confusione e nello sfinimento. In Egitto, Siria e Oriente dominavano ovunque schiavitù, un sistema fiscale incredibilmente oneroso e un’amministrazione burocratica che interferiva costantemente nelle vita delle persone comuni. «Di fronte a tutto ciò - scrive Hilaire Belloc - l’Islam apparve come un enorme sollievo e una soluzione alla tensione sociale ed economica. Lo schiavo che vedeva in Maometto il profeta di Dio e che riconosceva, inoltre, nella nuova dottrina una legittimazione divina, veniva affrancato. Lo schiavo che si convertiva all’Islam sarebbe stato libero per tutta la vita. Al debitore che “accettava” venivano estinti tutti i debiti… così come il piccolo coltivatore veniva liberato non solo dei suoi debiti ma anche del peso schiacciante delle tasse» (5). Gran parte dell’insegnamento di Maometto era fondato su idee fondamentali del cristianesimo, idee che distinguevano il cattolicesimo dal paganesimo - per esempio, l’onnipotenza e unicità di Dio, la sua natura personale, la sua bontà, la sua eternità e la Provvidenza. Maometto riconosceva che l’origine di tutte le cose così come il mantenimento (conservazione) di tutto ciò che egli aveva posto in essere derivavano dalla potenza creatrice di Dio. Nella sua dottrina, egli ammetteva l’esistenza di spiriti cattivi e di spiriti buoni, così come il cristianesimo; l’immortalità dell’anima umana; la responsabilità morale di ognuno e il dover essere giudicati dopo la morte, con pene e ricompense incluse. Ma nonostante negasse la sua origine divina, Maometto nutriva in Cristo somma riverenza e somma venerazione nella Vergine Maria, sua madre. All’inizio, l’Islam veniva considerato dai cattolici bizantini alla stessa stregua di una qualsiasi eresia cattolica, ma ben presto, in virtù della sua vitalità e resistenza, lo si cominciò a vedere come una nuova religione (6). I cristiani che assistettero all’espansione di questa religione non la consideravano tanto una negazione dei Vangeli - l’insegnamento degli apostoli -, quanto un loro adattamento a una loro erronea interpretazione. In poco più di un secolo i guerrieri islamici conquistarono la Siria, la Mesopotamia, l’Egitto, tutta la parte Nord dell’Africa e la Spagna. Quasi una generazione dopo la morte di Maometto, metà della ricchezza e quasi la metà dell’Impero romano cristiano era nelle mani dei funzionari e dei maestri musulmani. La potenza militare araba conferiva ai califfi, che erano contemporaneamente generali e successori di Maometto, non solo un’autorità assoluta ma una anche un’ingente ricchezza. La conquista araba avvenuta nel Diciassettesimo secolo rappresentava l’inizio di una nuova civiltà nella parte meridionale del bacino del Mediterraneo. Abu Bakr, il primo successore di Maometto durante il suo breve regno (632-634) guidò le armate dei musulmani fino a raggiungere il Sud dell’Iraq e della Palestina. Umar ibn al-Kattab (634-644), il secondo successore di Maometto, conquistò la Siria, la Palestina, la Persia e l’Egitto con Cirene e anche Tripoli. Quando i califfi di Ommiad sotto Moawiya stabilirono la propria residenza a Damasco nel 661, ebbe inizio la campagna contro Costantinopoli. Nel 672, la città venne posta sotto assedio sia via mare che via terra e venne espugnata dopo sette anni. In Occidente, Cartagine cadde nelle loro mani e venne rasa al suolo nel 698. Poi seguì la conquista dell’Andalusia, con le truppe musulmane che si spinsero così a Nord che giunsero alla Loira nel 731. Mescolandosi con le popolazioni da loro sottomesse, gli arabi dimostrarono una grande capacità di assimilazione. La loro cultura non aveva nulla di tanto originale, e perciò furono in grado di trarre grande vantaggio dalla cultura ellenistica, facendo tesoro delle ricchezze del pensiero greco.
In Oriente il retaggio intellettuale e artistico del passato, in special modo quello filtrato dalla più alta intellighenzia siriana, aveva permesso agli arabi di svilupparsi a Baghdad, Damasco, Il Cairo e Cordova. Questi centri promossero lo sviluppo di una cultura elegante che non trovava pari nell’Occidente. L’Islam nei suoi primi secoli, nel periodo che noi definiamo dei Secoli Bui, in particolar modo nell’Ottavo e nel Nono secolo, produsse la più grande civiltà del mondo dal punto di vista tecnico. In quel periodo il mondo islamico era di gran lunga più colto di quanto non lo fosse il cristianesimo. Per diversi secoli si fece custode dei testi aristotelici, della scienza matematica e naturale, dei primi scrittori greci e romani. Nessuno tra coloro che visse in quel periodo ha potuto negare la ricchezza e l’eleganza della Spagna islamica, l’età del califfato Fatimida e del califfato di Cordova nei secoli Decimo e Undicesimo. Persino i sovrani normanni di Sicilia adottarono i riti esteriori della vita di corte presente nel mondo islamico e si fecero generosi mecenati di uomini di lettere e di intellettuali di origine musulmana (7). L’Europa medievale ereditò indirettamente il pensiero dei filosofi greci attraverso il contributo dei dotti, degli scienziati e dei filosofi siriani, persiani e arabi. Nei primissimi secoli della cristianità, la filosofia greca venne importata in Asia da quegli intellettuali cristiani che avevano studiato ad Atene prima che l’imperatore Giustiniano ordinasse la chiusura delle scuole filosofiche nel 529 a.C.. La scuola cristiana di Edessa, fondata nel 563, si impegnò a trasmettere l’insegnamento filosofico di Aristotele e le nozioni mediche di Ippocrate e Galeno. Quando i siriani si convertirono al cristianesimo, furono costretti a imparare il greco per poter leggere le Sacre Scritture. In seguito venne trasmesso anche il pensiero teologico greco e con esso la cultura greca. Quando la scuola che si trovava a Edessa venne chiusa, i suoi insegnanti si trasferirono in Persia. Ma già allora molte opere di carattere filosofico e scientifico erano state tradotte dal greco al siriano, cosa che spiega bene il perché un evento epocale di tale portata come la fondazione dell’Islam a opera di Maometto, non riuscì a fermare la diffusione della filosofia greca. La dinastia dei califfi Abbassidi, fondata nel 750 da Aboul-Abbas, i cui successori risiedettero a Baghdad dal 762 fino alla metà del Tredicesimo secolo, funse da importante catalizzatore nella trasmissione del pensiero greco. Gli eruditi siriani vennero utilizzati dai califfi di Baghdad sin da subito come traduttori. Continuando la loro opera sotto l’egida di nuovi maestri, gli eruditi persiani, dal canto loro, cominciarono a tradurre in arabo i testi greci, a volte direttamente dal greco, a volte da traduzioni fatte precedentemente in siriano. Fra gli autori tradotti vi erano Aristotele, Euclide, Archimede, Tolomeo, Ippocrate, Galeno e Teofrasto. Gli eruditi siriani riuscirono a trasmettere con successo il pensiero greco agli arabi, che lo fecero conoscere a loro volta ai giudei e alla fine ai teologi dell’Occidente cristiano. È Etienne Gilson, uno storico della filosofia del Ventesimo secolo, a fornirci una cronaca di questi fatti. Nella sua History of Christian Philosophy in the Middle Ages, Gilson scrive: «Così come la fede cristiana, anche la fede islamica presto sentì la necessità di trovare un’interpretazione intellettuale, fosse solo al fine di correggere le interpretazioni letterali del Corano sostenute dai fondamentalisti di allora» (8).
Presto emerse una scuola di teologi musulmani il cui uso del ragionamento filosofico greco per interpretare il Corano veniva contestato da altri teologi che rifiutavano l’uso della filosofia greca. Questa controversia venne risolta dalla generazione successiva di pensatori arabi, che senza perdere contatto con la propria religione, cominciò a portare avanti un tipo di speculazione filosofica fine a se stessa. Ibn Rushd († 1198), meglio noto nel mondo latino sotto il nome di Averroè, nei suoi scritti filosofici, fu sempre attento a lasciare aperta la porta alla Rivelazione, ma questo non venne molto gradito da un altro teologo, Al Gazali, il quale si assunse il compito di mettere in discussione Averroè. Sia nel mondo islamico che in quello ebraico le loro civiltà profondamente religiose crearono per i filosofi nuovi problemi sconosciuti all’antichità classica, vale a dire, il rapporto tra fede e ragione (9). Gilson ci dice: «Una curiosa conseguenza di questa situazione, da quando cioè la teologia islamica si era progressivamente separata dalla filosofia greca fino ad arrivare al punto di ripudiarla, fu che i grandi teologi cristiani si trovarono quasi a diventare discepoli dei filosofi musulmani più di quanto non lo fossero stati i teologi musulmani stessi» (10). La tradizione filosofica araba divenne una fonte importantissima per la scolastica medievale. E allorché cominciarono a circolare le prime traduzioni in arabo di Aristotele, fu proprio allora che la sua influenza si fece sentire fin nelle zone più remote dei domini islamici. Joseph Piper descrive questa sorta di saga intellettuale per esteso. «Fu in questo clima culturale che, in seguito, vennero prodotti i grandi commentari ad Aristotele, i cui autori vengono menzionati in quasi ogni passo delle Summae teologiche del Tredicesimo secolo» (11). Al Kindi, Al Farabi, Avicenna, Averroè sono autori il cui pensiero filosofico era ben noto agli studenti dell’epoca di San Tommaso d’Aquino. Studiare il pensiero di Tommaso d’Aquino è come studiare la filosofia medievale araba. Non esisteva nessuna grande università cattolica che non avesse un suo specialista in fatto di pensiero arabo del Medioevo. Costituiva parte del curriculum scolastico.
Ci si può stupire del modo in cui il pensiero del mondo cristiano occidentale abbia riconquistato il mondo perduto della scienza ellenica e abbia fatto suo il mondo estraneo del sapere musulmano senza che venisse meno la propria integrità spirituale e religiosa. Lo storico Christopher Dawson ci fa un resoconto dettagliato della raffinatezza della cultura europea medievale durante la seconda metà del Dodicesimo secolo, riferendosi a essa come al risultato delle crociate. Egli descrive lo sviluppo di «una nuova cultura aristocratica, che si muoveva nella esatta direzione opposta a quella delle crociate sebbene lungo le stesse strade, dal Mediterraneo al Nord della Francia e all’Italia, e infine alla Germania, all’Inghilterra e al Galles» (12). Fu attraverso la musica, la poesia e la visione di un incantevole stile di vita che l’influenza culturale proveniente dalla parte meridionale del bacino del Mediterraneo riuscì a penetrare nella società feudale. Sotto la guida di Cordova, Toledo divenne nel Dodicesimo secolo un centro di traduzione. L’arcivescovo di Toledo Raymond of Savetat (1126-1151) fondò una scuola di traduttori che continuerà a esistere per più di un secolo (13). I dotti della scuola tradussero in latino l’intero corpo delle opere aristoteliche in lingua araba. Essi produssero anche delle traduzioni delle principali opere dei grandi filosofi di origine musulmana e giudaica, inclusi Al Kindi, Al Farabi, Avicenna, Ibn Gabriol e Al Ghazali. In questo impegno cosmopolita, ebrei, arabi e greci furono affiancati da spagnoli, italiani e inglesi. Averroè, nato a Cordova nel 1126, giurista, fisico e filosofo, nell’Occidente del Tredicesimo secolo, divenne il «commentatore» di Aritotele. La sua influenza fu di tale portata che a ragione la filosofia del Rinascimento italiano viene definita Averroismo (14). Anche lo stesso Moses Maimonides, il grande pensatore di origini ebraiche del Dodicesimo secolo, nacque a Cordoba (1135). Maimonides, come Averroè, fece riferimento alla dottrina di Aristotele nella sua stesura di Guide for the Perplexed, un libro rivolto a coloro che consideravano la propria fede implicita alla rivelazione contenuta nella Bibbia, scossa dalla filosofia e dalla scienza. Spesso definita anche come la Summa della scolastica giudaica, venne scritto in arabo. Josef Pieper riporta una comparazione far lo stato di erudizione del tempo a Cordoba e a Parigi. «Da un lato qui si è avuta la grande ricchezza della filosofia arabo-giudaica; e dall’altro le scuole dell’Occidente in quel periodo stavano producendo cose di scarso valore a parte gli studi di natura strettamente teologica. La formazione che si poteva ricevere alla Facoltà delle Arti di Parigi intorno al 1200 poggiava sul “culto del diritto” e “non comprendeva nulla che assomigliasse neanche lontanamente a una concezione filosofica che riuscisse a racchiudere la realtà nella sua interezza”» (15).
Per quale ragione gli arabi, durante il Medioevo così avanti nel grado di civilizzazione, di così ambiziose aspirazioni, alla fine non riuscirono a ottenere la leadership della cultura mondiale? Bernard Lewis, nel suo libro capolavoro, What Went Wrong?, scrive così: «Nel corso del Dodicesimo secolo divenne oltremodo chiaro nell’ambito mediorientale, così come su tutte le terre dominate dall’Islam, che le cose erano andate veramente storte» (16). Dal Sedicesimo secolo in poi, quando l’Europa si trovò a fare progressi nell’ambito della potenza militare, dell’economia e degli affari politici, le sorti dell’Islam al contrario subirono una drammatica inversione di tendenza. Come fa notare Lewis, «la scienza come la tecnologia mediorientale subirono una battuta d’arresto, precisamente nel momento in cui L’Europa, e più specificatamente la parte occidentale dell’Europa, stavano giungendo a nuove vette di sviluppo» (17). Gustav Schnürer, autore attivo nella prima metà del secolo scorso, suggerisce che la ragione possa essere intrinseca. Non avendo la pienezza della cristianità, all’Islam mancava la determinante forza civilizzatrice associata al Vangelo. «L’Islam, diffondendo il proprio credo religioso con l’uso della spada, era privo dello spirito pacifico e della forza organizzatrice propri della cristianità, che al contrario tendono a sviluppare l’intelletto e a disciplinare la volontà» (18). La dottrina cristiana riconosceva alla donna una condizione pari a quella dell’uomo. E nel predicare la pace e non la guerra, dava un forte impulso all’ordine sociale. Nel porre l’accento sull’auto-disciplina e sulla regolamentazione delle coscienze in modo coerente col messaggio evangelico, la cristianità ha dato vita a una società che differisce molto da quella islamica, la quale essendo priva di questi principi, non poteva che originare Stati a regime dispotico. La cristianità aveva posto le fondamenta per lo sviluppo dell’individuo, senza trascurare anche quello dello Stato, combinando così l’organicità nazionale con la possibilità di una maggiore libertà individuale che fosse conforme allo spirito della pace e dell’ordine sociale (19).
Bernard Lewis non dà una risposta chiara e netta all’interrogativo che si è posto, What Went Wrong?, ma non trova soddisfacente l’ipotesi in base alla quale la disparità venutasi a creare fra Islam e l’Occidente non sia il risultato in realtà del declino dell’Islam quanto della crescita occidentale, che data dall’inizio dell’Ottavo secolo, se non addirittura dal Rinascimento. Nel riportare una serie di fattori di natura economica, militare e politica che sicuramente svolsero un certo ruolo, accenna brevemente anche al fatto che la causa possa essere molto più profonda, sebbene non giunga a nulla che si avvicini alla conclusione esposta da Schnürer. «Leggendo il libro del signor Lewis - così commenta Karen Elliot House - capiamo come molte siano le ragioni del declino dell’Islam come dell’ascesa dell’Occidente, che vanno dalla superiorità nell’edilizia navale, che permise, per esempio, a Paesi di ridotte dimensioni come l’Olanda e il Portogallo di divenire potenti, fino ad arrivare alla sottomissione della donna condotta dall’Islam, che portò a lasciare inutilizzato il talento della metà della popolazione. Ma la ragione fondamentale - che si può meglio comprendere leggendo fra le righe di What Went Wrong - si trova nelle principali differenze fra il mondo cristiano e quello islamico» (20). Tali differenze non possono essere ignorate. L’Islam è una religione che spinge all’obbedienza, non alla comprensione, è una religione che predica la conversione attraverso l’uso della forza, non della persuasione. Forse la differenza più evidente, ma non quella più profonda, tra la civiltà islamica e quella cristiana si trova nella condizione della donna. La scrittrice turca, Evliya Celebri, durante la sua visita a Vienna nel 1665, fece questa osservazione: «Vengono [le donne] onorate e rispettate proprio grazie all’amore per la Vergine Maria». Il risultato derivante dalla sottomissione della donna viene percepito non solo all’interno del nucleo familiare ma anche all’interno di tutta la società. La legge islamica è una legge positiva. Non si fonda né sulla metafisica e né sulla legge naturale. E il suo carattere dispotico è in aperto disaccordo con il diritto romano e il common law britannico, che costituiscono la tradizione legislativa occidentale che noi conosciamo. Un’altra differenza è costituita dal ruolo occupato dalle persone di religione islamica nell’ambito dell’amministrazione dello Stato. La cristianità fin dall’inizio, facendo propria l’ammonizione di Cristo «Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (21), riuscì a comprendere bene i ruoli diversi ricoperti dallo Stato e dalla Chiesa. Come viene ben chiarito nella Città di Dio di Sant’Agostino, la Chiesa deve preoccuparsi delle forme legate al culto religioso e del nutrimento spirituale e intellettuale dei suoi fedeli; mentre lo Stato è responsabile del bene comune e del benessere materiale dei suoi cittadini. L’Islam al contrario non ammette una tale dicotomia; la Chiesa è la Stato e viceversa.
Queste differenze si avvertono nel disagio sperimentato da quei musulmani che vivono a contatto con i credenti di altre religioni, costretti a rispettare una legge che non gli appartiene. Se da una parte l’Islam nell’arco dei secoli passati è stato in grado di adeguarsi ai popoli che andava conquistando, dall’altra si è anche rivelato incapace di vivere a contatto con quei popoli che non era riuscito a conquistare. Si prenda come esempio la tendenza dimostrata dall’Islam a creare Stati separati in zone come la Bosnia, la Grecia, le Filippine e l’Indonesia e persino a creare una comunità separata nel Birmingham, in Inghilterra. Partendo dal suo sostanziale fallimento riconosciuto in tutto il mondo e dal suo rifiuto a voler vivere pacificamente in Occidente, che cosa ci riserverà il futuro? Verso la metà del secolo scorso, Hilaire Belloc aveva avvertito: «Il potere dell’Islam può risollevarsi da un momento all’altro» (22). Come è possibile? L’Islam, risponde Belloc, è indistruttibile: esso ha fatto proprie quelle dottrine cristiane che si avvicinano più manifestamente alla verità e che fanno appello al senso comune di milioni di persone, mentre ha rigettato indietro l’ordine sacerdotale, i misteri della fede, i sacramenti e tutto il resto. Esso proclama e attua il principio di uguaglianza di tutti gli uomini. Ammette l’impegno per la giustizia e proibisce l’usura. È chiaro a tutti perciò che esso produce una società nella quale gli uomini sono più felici e che hanno una percezione della propria dignità maggiore di quanto non lo sia nelle altre [società]» (23). Non si badi alla disparità esistente fra la Shari’a dei professori e il modo in cui viene applicata ai giorni nostri. Le sue dottrine, dice Belloc, sono «la sua forza e questa è la ragione per cui continua a fare proseliti, a non morire mai e per cui forse si riapproprierà del suo potere originario in un futuro non molto lontano» (24). Belloc pone la questione in modo forte: «Non c’è forse l’eventualità che l’Islam si impossessi nuovamente del suo antico potere temporale e che così facendo si riaffacci la minaccia di un mondo islamico ben armato, ancora una volta nemico numero uno della nostra civiltà e pronto a sbarazzarsi del dominio degli europei, ancora apparentemente cristiani?» (25). Belloc è convinto che il nostro limite risieda nel non riuscire a riconoscere che la religione è alla base di tutti i movimenti e i cambiamenti politici; Dawson dal canto suo aggiungerebbe «alla base di tutte le grandi civiltà». L’Islam può anche essere fisicamente paralizzato ma moralmente è ancora vivo e vegeto. Forse potrà sempre esistere un equilibrio precario fra la sua incapacità materiale e il suo vigore morale, ma è anche probabile che non duri per sempre. È impossibile non riconoscere che l’Islam è ancora in vita. Poiché l’insieme della sua dottrina è relativamente semplice. I suoi testi sacri, il suo codice morale e il suo sistema liturgico ben organizzato spingono un gran numero di persone, che provengono da quelle zone che non sono toccate dal messaggio del cristianesimo, a convertirsi alla sua fede.
Partendo dal presupposto che il mondo cristiano abbia subito una spaccatura all’interno dell’Europa, si può ammettere che la civiltà su cui essa si fonda ha subito un declino simile a quello dell’Indonesia. Un contemporaneo di Belloc originario della Spagna, Gorge Santayana dell’Università di Harvard, che nel 1937 scriveva rivolgendosi a un pubblico americano, fece questa osservazione: «L’era contemporanea è un’era critica ed è molto interessante da vivere. La caratteristica della civiltà cristiana non si è persa, tuttavia un’altra civiltà ha incominciato a rimpiazzarla. Siamo ancora in grado di comprendere il valore della fede religiosa… d’altra parte però, la corazza esterna del mondo cristiano si è infranta. La mentalità indomita dell’Oriente, il passato pagano, il futuro socialista dell’industria si confrontano con essa ad armi pari. La nostra vita in tutti i suoi aspetti e il nostro modo di vedere le cose sono imbevuti di questo nuovo fantasma che sta emergendo lentamente, il fantasma di una democrazia emancipata, atea e internazionale» (26). Dopo l’11 settembre ci siamo abituati a operare una distinzione fra «terroristi» e talebani da una parte e l’Islam dall’altra, un Islam che risente un po’, forse, della visione romantica degli ambienti accademici. Se non ci fosse il mondo cristiano, l’Occidente sarebbe in grado di difendersi dall’Islam? In questo contesto culturale attuale, la «democrazia emancipata, atea e internazionale» paventata da Santayana può risultare un degno avversario di un Islam sul piede di guerra e che prova orrore per le nuove barbarie che l’Occidente sembra aver coscientemente accettato? Belloc e altri come Lewis non ci conterebbero troppo.
(Traduzione dall’inglese di Mirko Testa e Flavio Felice)


Note

1) Vd. il Qur’an, Surah 9.5: «E quando saranno trascorsi i sacri mesi, allora ucciderai i politeisti ovunque li trovi e li catturerai e li assedierai e tenderai loro imboscate. Ma nel caso dovessero pentirsi, istituisci una preghiera, dà loro dello Zakah e lasciali [andare] per la loro via». Surah 9.14: «Combattili; Allah li punirà con le tue mani e li getterà in disgrazia concedendo a te la vittoria…». Surah 5.33: «Infatti la pena per coloro che fanno guerra ad Allah e ai suoi messaggeri e si sforzano [di portare] la corruzione sulla terra, non può che essere il venire uccisi, il venire crocifissi o che le loro mani e i loro piedi vengano mozzati da ambo le parti

 

web agency Done Communication