Il centro di entrambi i quesiti proposti da liberal sta il verbo «dovere»: «la coscienza europea deve vivere con un senso di colpa l’arretratezza e la povertà di una parte del mondo? E di conseguenza, avere estrema comprensione verso le aggressioni che in virtù di questo si scatenano nei confronti della sua civiltà?». «Dobbiamo vergognarci della nostra storia e della nostra civiltà?». Per lo più il «dovere» è inteso come una prescrizione che può essere come non essere seguita: come una configurazione del regno della «libertà». Tale modo di pensare è oggi dominante. Non ci si chiede però quale fondamento abbia il concetto di «libertà», che - già Kant aveva visto - non si riferisce a un contenuto dell’esperienza. Qui possiamo semplificare il problema dicendo che l’esperienza mostra il mondo che esiste, ma non certo il mondo che sarebbe potuto esistere e che tuttavia non è esistito; e la cui possibilità è peraltro necessario ammettere se si crede che ciò che si fa lo si sarebbe potuto non fare. Su quale fondamento si afferma che tale mondo è possibile, se esso non è qualcosa che si mostra nell’esperienza? Se non si sa rispondere a questa domanda, la «libertà» - nonostante il fascino della parola - è soltanto un dogma, una fede. Se qui il discorso potesse andare più a fondo, si potrebbe scorgere che la convinzione che esista qualcosa come la libertà, intesa nel senso sopra indicato, non solo è dogma ma è errore (come è errore la convinzione che certe forme di azione possano distruggere una presunta «libertà» esistente, dando vita a qualcosa come la «schiavitù» e la «tirannia»). Gli individui e i popoli non muovono da forme di equilibrio che poi sarebbero rotte via via dalle «libere» scelte da essi compiute. A essi appartiene un destino storico da cui non possono saltar fuori. Certamente: la comprensione del movimento storico non si fa con i «se» (cioè considerando come sarebbe stato e come sarebbe il mondo se l’uomo avesse deciso e decidesse diversamente da come di fatto ha deciso e decide). Ma questa affermazione di Croce è inconciliabile con la sua filosofia della libertà, giacché se l’uomo fosse libero la storia la si potrebbe fare soltanto con i «se». Al di fuori della sottomissione alla libertà e al di fuori dell’alienazione che la avvolge, il pensiero autentico non dice che cosa gli individui o i popoli «devono» fare, ma vede che cosa essi sono destinati a «fare», cioè come sono destinati a errare - giacché il modo in cui l’Occidente intende il «fare» appartiene all’essenza della libertà - e tale pensiero vede anche (ma il chiarimento di questo tema decisivo esula dal questionario proposto) che essi sono destinati all’oltrepassamento dell’errare, ossia all’oltrepassamento dell’essenza dell’Occidente.
L’Europa ha dominato il mondo e, come cuore dell’Occidente, lo domina tuttora. Questo è il destino dell’Occidente. Tale dominio si è espresso non solo nel colonialismo, nell’inclusione del pianeta in un unico mercato e in un’unica dimensione sottoposta all’elaborazione tecnologica, ma nella stessa tensione - interna all’Occidente e dalla quale è stato coinvolto l’intero pianeta - tra l’Ovest capitalistico-democratico e il socialismo reale dell’Urss. Tuttavia l’Occidente (tanto meno l’Oriente) non riesce a decifrare il senso autentico della propria potenza. La potenza è tanto maggiore quanto più conduce lontano dalle forme esistenti. Ma la lontananza estrema non si stende forse tra l’«essere» e il «nulla»? Tra l’essere e il non essere delle cose? È infinitamente più potente la forza che dà l’essere e annienta, di quella che, ignorando il senso radicale dell’essere e del nulla, si propone semplicemente di far passare le cose da uno stato a un altro. L’estrema potenza esige dunque la coscienza dell’essere e del nulla - la coscienza che per la prima volta nella storia dell’uomo affiora nel popolo greco e rimane al fondamento di tutte le opere dell’Occidente. Solo sul fondamento di questa potenza sono state possibili la scienza e la tecnica moderne e la dominazione dell’Occidente sul mondo. Al di fuori dell’Occidente tale potenza è rimasta assente: gran parte del mondo ha dovuto subirla, non ne era la padrona; era inevitabile che rimanesse nell’arretratezza e nella povertà.
L’Europa e l’Occidente, si chiede, devono dunque «vivere con un senso di colpa» la propria potenza? Nella misura in cui Europa e Occidente credono nella «libertà», e credono che non essere potenti sia un «valore più alto» che esserlo, allora, sì, non vivono senza senso di colpa. Ma non è che «debbano» vivere con esso: non possono vivere senza di esso. Il senso di colpa è infatti essenzialmente connesso alla fede nella libertà e alla fede nell’esistenza di valori assoluti che «devono» essere rispettati. Ma che ne è oggi dei «valori assoluti»? L’Occidente - soprattutto il pensiero filosofico degli ultimi due secoli - riesce a scorgere (spesso senza rendersi conto dell’irrevocabilità del proprio sguardo) l’impossibilità di ogni valore assoluto, di ogni limite assoluto, di ogni assoluto. «Dio è morto». È destinata a prender piede una fede nella libertà che deve rispondere solo a se stessa e non a prescrizioni assolute che si presentano come ciò che essa «non deve» violare. Il senso di colpa è cioè destinato a diventare sempre più languido. D’altra parte, la storia non mostra popoli che abbiano sensi di colpa rispetto ad altri popoli; e il concetto di un comportamento etico degli Stati e dei popoli è tra i più smentiti dagli eventi. Esistono individui santi, non popoli santi. Certo, il «senso di colpa» può prodursi anche nelle strutture sociali, ma proprio perché spinge a essere diversi, è anche l’indizio e l’inizio della fine del modo di essere di chi lo sperimenta. Ad esempio, nello stesso mondo capitalistico aumenta la consapevolezza del carattere distruttivo della forma attuale della produzione economica; e la coscienza della propria distruttività è un «senso di colpa». Ma questo evento è l’indizio e l’inizio della crisi dei capitalismo, cioè del passaggio dalla situazione in cui il capitalismo si serve della tecnica a quello in cui è invece la tecnica a servirsi del capitalismo. Con il tramonto della sua tradizione, l’Occidente intende essere il «monopolio legittimo della violenza», perché la legittimità non può più essere l’adeguazione a un valore assoluto, ma è la capacità, da parte della potenza, di convincere i popoli della propria invincibilità. Oggi tale capacità non compete più alla politica, all’economia, alla religione dell’Occidente, ma alla tecnica - al grande stile della tecnica, quello dove essa opera in unione al pensiero che mostrando l’impossibilità di ogni assoluto legittima la volontà di trasformare senza limiti il mondo. Il grande stile della tecnica è la conseguenza più rigorosa della coscienza greca dell’essere e del nulla.
Il progressivo dileguare del senso di colpa non significa mancanza di responsabilità. Né il destino storico dei popoli implica tale mancanza. L’Occidente è responsabile della propria estrema violenza ed è destinato a rendersene conto; ma non per «ravvedersi», bensì per comprendere se stesso e la propria inevitabilità. Sono quindi fuori strada i tentativi di scagionare l’Occidente. Ad esempio è vero che se i Paesi sottosviluppati dovessero adottare le forme di sviluppo industriale dell’Occidente la terra sarebbe distrutta: ma è anche vero che è letale che essi le adottino, perché l’Occidente ha ormai dato fondo, a proprio vantaggio, alle possibilità «sostenibili». D’altra parte, quale popolo eviterebbe oggi di sfruttare certe possibilità per dar modo ad altri popoli di sfruttarle in futuro? Si potrà disarmare l’Iraq di Saddam Hussein, ma, sino a che la potenza della tecnica sarà gestita dalla volontà di ricchezza da cui il capitalismo è definito, i popoli poveri, o, meglio, i meno poveri dei poveri, tenteranno sempre di partecipare al benessere dei ricchi e ci sarà sempre una ideologia religiosa o politica a interpretare e a esprimere la volontà di emancipazione dei poveri. Ciò significa che i problemi del mondo contemporaneo sono destinati a rimanere irrisolti sino a che la tecnica è soltanto un mezzo nelle mani del capitalismo - o della democrazia, del cristianesimo, dell’islamismo, del nazionalismo, ecc. - cioè sino a che la tecnica, unendosi alla filosofia del nostro tempo (ancora troppo inconsapevole della propria essenza e dunque della propria potenza) si presenterà nella grandezza del proprio stile. Prendere coscienza di questa configurazione del problema del rapporto tra popoli ricchi e poveri è appunto il modo autentico di «avere estrema comprensione verso le aggressioni» che i popoli poveri scatenano e scateneranno contro quelli ricchi. È necessario che la «comprensione» sia «estrema», perché essa (al di là del timbro affettivo che ad esempio si addice ai rapporti tra genitori e figli ma non tra popoli) è il «capire» il mondo in cui si vive, e al capire è necessario lasciare tutto il respiro che gli compete.
Ma, daccapo, se «comprensione verso le aggressioni» ha un senso etico, per cui la «comprensione» è «tolleranza» o addirittura è un «dovere», allora sono i retaggi del passato dell’Occidente (soprattutto quelli religiosi), ed essi soli, a trovarsi di fronte a questo «dovere» - posto che la «tolleranza» non sia dovuta semplicemente all’ignavia e alla vigliaccheria crescenti della vita opulenta che non sa reggere il confronto col brutale coraggio di cui i popoli poveri sono capaci. Giacché la destinazione della tecnica al dominio non significa senz’altro che sia la razza bianca o, più in generale, sia l’umanità attualmente privilegiata a esser destinata al dominio. Come dovere etico di una società che sa di aver esercitato e di esercitare tuttora la violenza, la «comprensione verso le aggressioni» con le quali reagisce chi tale violenza ha subito è l’etica del porgere l’altra guancia. Ma questo atteggiamento non toglie la violenza: lascia semplicemente che essa sia compiuta dal nemico: lascia che a «compiere il male» sia l’altro, e dunque lascia l’altro nel male - e se l’amore è volere il bene dell’altro, lasciarlo nel male non è amarlo. Si può replicare dicendo che chi porge l’altra guancia spera o crede che, di fronte a questo atto di amore, il nemico non colpisca più, e che dunque anche lui si allontani dal male e la violenza scompaia. Ma si può pensare una società o un popolo che porgano l’altra guancia? Quale straordinario sconvolgimento dovrebbe accadere negli animi affinché ciò accadesse? Sono le condizioni di questo sconvolgimento che vanno rintracciate, indicate e realizzate; perché porgere l’altra guancia affinché la violenza scompaia dal mondo, di per sé, è una semplice tautologia (che è «semplice», non in quanto la tautologia sia qualcosa di banale, ma in quanto si presenta come qualcosa di diverso da ciò che essa è). Porgere la guancia e non essere schiaffeggiati non è infatti altro che l’assenza della violenza, sì che dire che affinché non ci sia violenza bisogna porgere la guancia e non essere schiaffeggiati è dire che affinché non ci sia violenza è necessario che non ci sia violenza - che può esser considerata affermazione non falsa, ma che, si diceva, non fa compiere nemmeno un passo verso la soluzione del problema di cosa sia richiesto affinché la violenza scompaia dal cuore e dall’animo degli individui e dei popoli.
Il mondo procede verso la dominazione del grande stile della tecnica. Ma nel frattempo i popoli poveri aggrediranno quelli ricchi, che a loro volta adotteranno ogni misura per non perdere i loro privilegi. Vado dicendo da decenni che se era ingenuo pensare alla possibilità o addirittura all’imminenza di uno scontro atomico tra Usa e Urss, è invece molto realistico che, alla fine, l’armamento atomico del Nord del pianeta venga usato contro i centri che sostengono il terrorismo (islamico o di altro tipo) che, praticato da chi si fa interprete delle rivendicazioni dei popoli poveri, minacci la sicurezza del mondo occidentale. Dopo quanto si è detto, la risposta al secondo quesito viene da sé. Oltre all’impostazione «etica» che caratterizza anche il secondo quesito e che chiama daccapo in causa i dogmi del «dovere» e della «libertà», intesa come libera adeguazione a norme assolute, il «vergognarci della nostra storia e della nostra civiltà», quando non fosse una semplice e innocua effusione dell’anima, equivarrebbe alla volontà di ritornare allo stato primitivo, o distruggendo la potenza dell’Occidente e rimanendo inermi di fronte alla violenza altrui, o consegnando la potenza agli altri, che diventerebbero i nuovi padroni del mondo. Anche quella «vergogna» è un modo di porgere l’altra guancia. Ed è comunque un progetto velleitario, semplice fantasia, perché occorre una straordinaria potenza per distruggere la potenza dell’Occidente. E chi ne sarebbe il detentore? Si esce dall’ingenuità quando il «vergognarci della nostra storia e della nostra civiltà» non è altro che la coscienza della necessità che esse sono destinate a tramontare nel grande stile della tecnica. A un certo momento, sì, ci si potrà vergognare di non averlo capito prima.
E le crudeltà, l’orrore, la disumanità da cui è accompagnato l’attuale dominio occidentale del mondo? Dal punto di vista della maturità dell’Occidente (che peraltro stenta ancora a farsi largo tra le permanenze inerziali del passato), crudeltà, orrore, disumanità sono sottoprodotti delle grandi e nobili forze «ideologiche» del passato, destinate al tramonto. Essi indeboliscono la volontà di potenza dell’Occidente e quindi, prima ancora di essere malvagità, sono controproducenti. La volontà di potenza del grande stile della tecnica, che è insieme la forma suprema di razionalità a cui l’Occidente può giungere, «si vergogna» di essi perché si vede tradita e indebolita da questi suoi presunti alleati, ne vede la profonda irrazionalità. Ma anche quando dovesse apparire - ed è necessario che appaia - che la storia dell’Occidente è la storia della Follia estrema (nel senso che nei miei scritti si va indicando da tempo), anche allora apparirebbe che la NonFollia può apparire solo in quanto appare la Follia, che è sì negata dalla Non-Follia, ma che proprio per questo è necessario che esista e sia portata alla luce. Nemmeno in questo senso gli abitatori dell’Occidente dovrebbero vergognarsi della loro casa. Il grande stile della tecnica è la forma più rigorosa della Follia. Ha dinanzi a sé ancora molta strada da percorrere. Portando al tramonto la tradizione dell’Occidente porta al tramonto anche i nemici dell’Occidente (anche se l’Islam attinge alle stesse fonti della civiltà europea). Il cammino che conduce alla manifestazione della Non-Follia nel suo non esser contrastata dalla Follia passa quindi necessariamente per l’Europa e per l’Occidente, dove per la prima volta viene portato alla luce il senso radicale dell’essere e del nulla. Nella Follia questo senso è il fondamento della forma estrema dell’errare, della volontà di potenza, della violenza; e tuttavia è nella Follia che la radicalità di quel senso viene per la prima volta testimoniata. L’Europa e l’Occidente si sono accecati perché per primi hanno guardato il sole. Altrove non si è alzato lo sguardo. L’Oriente non è la salvezza: l’incubazione della malattia. È necessario che l’Europa e l’Occidente tramontino, affinché possa essere udita la voce che li ha chiamati. È necessario che essi prestino ascolto a questa voce.