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Inutilizzabile per i conflitti asimmetrici

LIBERAL BIMESTRALE
di Luigi Vittorio Ferraris
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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cop16_th

La Nato è stata istituita nel 1949 come un’alleanza militare contro una minaccia considerata, secondo le percezioni del tempo, immanente e probabile. Tuttavia un’alleanza «militare effettiva multilaterale proprio perché [era] una comunità politica di sicurezza» (1). La componente politica era ben presente e l’impegno italiano, sin dal 1966, per dare maggior valenza all’art. 2 del Trattato ne era testimonianza, spesso poco ascoltata, affinché gli obiettivi politici e di morale internazionale, statuiti nel preambolo, fossero operanti fra gli Stati membri e avessero una proiezione esterna. Dopo il 1989-91 - caduta del muro di Berlino e dissolvimento dell’Unione Sovietica - sembrava quasi che la Nato avesse esaurito il suo compito. E invece si è aperta una lunga stagione di successive evoluzioni (2): inclusione di tutta la Germania riunificata nel contesto atlantico nel 1990; a Roma, nel 1991, l’impegno a proiettare stabilità all’Est mentre il concetto di minaccia si tramutava in quello di rischio, la «seconda giovinezza» della Nato (3); Partnership for Peace per dare fondamento all’estensione della sicurezza in Europa; a Berlino nel 1996 consolidamento dell’Identità europea di sicurezza e l’avvio di forze operative euro-atlantiche (Cjtf); atto fondamentale o intesa con la Russia nel 1997; infine a Washington nell’aprile 1999 la nuova ed elaborata dottrina strategica per l’assunzione di responsabilità globali «a sostegno della pace».
Prima ancora dell’11 settembre la Nato conservava dunque la sua ragion d’essere, anche se il nemico tradizionale, l’Urss, non era più attuale: «Il più potente strumento per costruire efficienti coalizioni militari», diceva il segretario di Stato americano Albright (4). Anzi era divenuta ancor più necessaria, soprattutto per i Paesi europei. Dopo il 1991 diversa è l’urgenza americana di difesa dell’Europa o del mantenimento della stabilità in Europa (lo si è visto nella prima fase di indifferenza americana per la crisi nella ex-Jugoslavia), per quanto, anche per ragioni ideali, l’Europa conservasse per gli Stati Uniti la sua irrinunciabile rilevanza. Se la difesa e la sicurezza dell’Europa occidentale e democratica potevano essere assicurate dagli Stati Uniti anche senza la Nato, per gli europei invece la Nato offriva l’irrinunciabile cemento unificante sotto il profilo militare. Inoltre la Nato significava la continuazione dell’impegno americano in Europa, e nello stesso tempo la possibile partecipazione europea alle dottrina di difesa americana. Se dunque sciocchi erano gli slogan della «Nato fuori dall’Italia e l’Italia fuori dalla Nato» di ieri, lo sono altrettanto le pertinaci vestali di tali slogan oggi: poco avevano e hanno capito. Perché i conflitti politici o ideologici non diventassero conflitti bellici e a garanzia della stabilità e della pace, l’Europa, a cominciare dall’Italia, ha saputo contrastare quegli slogan ripetuti per mezzo secolo. Questo passato va ricordato, anche se a molti può apparire scomodo, in quanto il consenso alla Nato è divenuto oramai una forma di assuefazione, mentre occorre invece prepararsi a riconoscere alla Nato nuove funzioni e ad assumere nuovi oneri e responsabilità. La Nato ieri era uno strumento per la distensione, perseguita nei fatti dall’Occidente più che dall’Urss. Oggi la Nato si propone con compiti molto più gravosi e a raggio ben più vasto, come «una comunità di rischi che garantisce gli interessi dei suoi membri contro la nuova insicurezza globale» (5). Occorre essere dunque pronti ad affrontarli.
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La Nato aveva dato prova di essere un efficiente mezzo per la stabilità e per una condizione di pace, nonché per promuovere il dialogo fra antagonisti, un profilo quest’ultimo alquanto trascurato. Eppure in tempi non sospetti di distensione non consolidata, nel 1967, alla vigilia dell’intervento del Patto di Varsavia a Praga, al rapporto Harmel era stato affidato il ruolo di pietra angolare della volontà della Nato di dialogo da un lato e di garanzia della sicurezza militare dall’altro. Nell’ultimo decennio, in un mutato quadro, la vocazione negoziale e dialogante della Nato si è sempre meglio articolata su due livelli distinti, che sono quelli che animano il presente della Nato e il suo immediato futuro: la capacità di negoziato e la capacità di intervento. Non una novità dunque ma un approfondimento da valutare alla luce della sua ultima manifestazione di volontà, la dichiarazione di Praga del 21 novembre 2002. Il dialogo o meglio l’apertura per esportare stabilità (e democrazia) verso l’Est europeo sono stati la linea guida della Nato e in ispecie di alcuni suoi membri, in prima linea l’Italia: singolarità di un’alleanza militare, rigorosamente difensiva, risoluta a non tagliare i ponti con il resto dell’Europa, allora sotto dominio sovietico. La disponibilità della Nato quindi a espandersi verso l’Est, non appena ve ne fossero le condizioni, era nella natura stessa della Nato, sino al 1989 in modo del tutto virtuale. Tuttavia l’ampliamento, promesso da Clinton proprio a Praga nel 1994 (6), suscita concrete riserve e persino ostilità (7).
Il secondo livello è la funzione sul piano militare. L’impegno ad agire contro una aggressione ai sensi dell’art. 5 del Trattato era connaturato alla deterrenza, più che all’intento di ricorrere all’esercizio effettivo della forza. Un semi-paradosso della Nato, per la quale la miglior guerra era quella che otteneva i risultati prefissi senza essere combattuta (8). Così è avvenuto con la guerra fredda, quando «la guerra era impossibile e la pace improbabile» (Raymond Aron). La Nato aveva assicurato il primo lemma e il secondo è stato smentito dal collasso, imprevisto, dell’Urss e del sistema comunista. Cessato l’allarme - e la deterrenza - nei confronti di un antagonista ben determinato dissoltosi nel nulla, la Nato ha individuato un’altra forma di intervento per il «mantenimento della pace», di carattere globale, di bassa intensità militare e di alto profilo politico per esportare la stabilità, per imporre il rispetto dei diritti umani fondamentali, per sostenere la pace. È questa una prima trasformazione della funzione della Nato, nel senso che la struttura militare si integra nella diplomazia: e un’organizzazione assai articolata nell’azione politica.
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Dopo l’11 settembre molto è mutato nella natura della sicurezza, che ha assunto un profilo profondamente diverso. Quali ne sono le ripercussioni sulla Nato? In luogo di un nemico determinato e individuabile, si deve combattere un fenomeno, il terrorismo, nei cui confronti il mondo e l’Occidente sono stati per troppo tempo incerti, se non passivi, nonostante i tanti impegni e le tante dichiarazioni in sede Nato o in sede G7 (9). L’opinione pubblica europea ha espresso, nelle sue varie sfaccettature, una certa comprensione sino all’indulgenza giustificazionista: giocavano svariati motivi intellettualistici e ideologici sino alle ambigue connivenze in Francia con i terroristi italiani. Si aggiunga ora, in rapporto all’11 settembre, l’antiamericanismo di basso conio, la banale dietrologia economicista, l’anti-globalizzazione, l’interessamento di maniera verso le aree più povere del globo, il relativismo culturale, il tutto in una commistione di sinistrismo e di carità cristiana. Su questo sfondo, circa i due livelli di cui si diceva alcune considerazioni vanno suggerite. La Nato, con la decisione sanzionata a Praga di avviare i negoziati di adesione con sette Paesi europei, insiste sulla sua componente dialogante in un processo, che si svolgerà in un arco temporale lungo, ma neppure troppo, per inglobare gli altri Paesi ex-jugoslavi; alla fine persino i neutrali cederanno alla tentazione; infine non sarà eludibile l’avvicinamento dell’Ucraina (o della Bielorussia e della Moldova) sebbene in scansioni di tempo molto lontane. Una Nato tanto ampia, da coincidere con tutto il continente europeo e con l’Unione europea per conglobare tutte le democrazie europee sarà una Nato diversa. Sul piano militare sarà più debole, poiché l’apporto dei nuovi membri è esile nonostante lo sforzo di adeguamento della dottrina militare, dei comportamenti, degli armamenti. Siffatti differenziali avrebbero potuto costituire motivo di preoccupazione dinanzi a un nemico come l’Urss, mentre non sono di grande portata nei confronti dei nuovi obiettivi della Nato e delle nuove modalità di intervento. Le più vaste dimensioni territoriali della Nato superando le ostilità e poi le diffidenze della Russia, comprensibili ma non giustificate, pongono al centro il rapporto con la Russia, con la quale la Nato è chiamata a misurarsi: non più avversario, ma interlocutore necessario, cui elargire molti affidamenti di moderazione (10). Senza precorrere i tempi improbabili di una Russia membro della Nato, ove verrebbe a costituire un «terzo pilastro» non coerente con le impostazioni della Russia stessa (11), dal dialogo della distensione si è giunti alla partecipazione per la formulazione di una volontà comune contro comuni nemici, terrorismo compreso. È questo il senso delle intese di Pratica di Mare (Roma) del maggio 2002, definite «storiche» (a Praga in novembre) e che sono il punto di arrivo di una consapevole azione di condivisione con la Russia e sono anche la conclusione di un successo italiano (12). Non si tratta di ipotizzare una codecisione o un diritto di veto della Russia, ma è difficile prospettare in futuro decisioni della Nato contro l’esplicita volontà della Russia (13): del resto sin dal 1997 è in atto - e lo dice Solana - un effettivo partenariato (14). Il tutto non senza rischi: addirittura di «contaminare» la Nato (15) o comunque di violare i principii ideali, sui quali si fonda. Certo è che legare la Russia alla Nato comporta anche un legame della Nato con la Russia, inevitabilmente. A sua volta il rapporto Russia-Nato sarà funzionale al rapporto Russia-Europa (16).
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Una Nato così estesa e meno compatta quanto a capacità operativa si propone oramai, come si proclama dal 1997, la «difesa degli interessi europei e americani nel mondo» (17) in termini globali. Lo ribadisce a chiare lettere la dichiarazione di Praga. Cosa significa dire interessi globali per un’alleanza che è pur sempre militare? Una vocazione umanitaria alla stregua delle operazioni del tipo detto di Petersberg o della guerra alla Serbia per il Kosovo (18)? È lecito dubitarne. Unico obiettivo non è, né può essere la funzione umanitaria, fra l’altro di difficile definizione e comunque selettiva. Rimane preminente la funzione di salvaguardia della stabilità e della prevenzione di attentati gravi alla stabilità. Nella guerra contro la Serbia per il Kosovo motivi umanitari non si confondevano forse con l’intento di costruire la democrazia o di sostituire il governo a Belgrado, in omaggio certo alla stabilità, ma anche per esercitare una funzione equilibratrice nei Balcani? La medesima operazione deve essere presa in considerazione per la Cecenia? Certamente no. Ovvero la Nato vuole esercitarsi nel Mediterraneo dando corpo alla generica Iniziativa mediterranea (19)? O addirittura in Medio Oriente? O infine, più consapevole della realtà immanente, vuole agire nella sfera della lotta al terrorismo internazionale, la quale non conosce dimensioni territoriali e quindi è per sua natura una minaccia - non più solo il rischio ipotizzato nel 1991 - da contrastare ovunque. La Nato ha così trovato un nuovo nemico ben individuato nell’immaginario, ma purtroppo non ben definito e contro il quale i normali mezzi militari sono efficaci, ma non idonei a conseguire la vittoria sul campo (20).
La Nato dovrebbe divenire dunque uno strumento per la gestione delle crisi in tutte le regioni che possono essere considerate di diretta o indiretta incidenza sull’area dell’Alleanza (21): una «comunità di rischi», come già è stato rilevato. Una prevenzione politica munita in questo caso della possibilità dell’azione militare diretta e quindi in condizioni di agire meglio dell’Osce o dell’Unione europea o in fondo delle stesse Nazioni Unite, le quali non dispongono di strumento militare proprio. Ma riesce la Nato a essere una coalizione di coloro che vogliono esportare stabilità? O ricadrà nelle stesse difficoltà delle Nazioni Unite allorquando si tratti di agire? Si prospetta di nuovo il rapporto con l’Ue. Importante l’intesa Nato-Ue del 16 dicembre 2002: partenariato strategico e «quadro comune dell’Ue e della Nato per sostenere la pace e la stabilità». Tuttavia l’Ue potrebbe intervenire solo qualora la Nato non lo volesse, e viceversa la dimensione europea, o meglio la Pesd, è costretta a fare appello ai mezzi della Nato per agire efficacemente. Può o vuole dunque la Ue da potere civile divenire anche forza di difesa o militare, sino ad accedere a quanto da alcuni proposto per inserire una specie di art. 5 del Trattato Nord-Atlantico per l’assistenza in caso di aggressione, così affiancando la Nato con metodi analoghi (22)?
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L’impegno globale della Nato ha tuttavia condizionamenti fragili. La lotta al terrorismo di nuova maniera dopo l’11 settembre, considerato obiettivo prioritario e indiscutibile dagli americani, non ha la stessa valenza per gli europei. È vero - ed è un fatto positivo - che all’indomani dell’11 settembre, con grande e inattesa prontezza, la Nato ha invocato, per la prima volta, l’articolo 5 del Trattato a difesa degli Stati Uniti, oggetto di una proditoria aggressione. Una sorprendente inversione: non già gli Stati Uniti a difesa dell’Europa, bensì viceversa! Tuttavia tale presa di posizione è rimasta sulla carta, poiché la Nato non aveva né la struttura, né la forza per un’azione militare antiterroristica su vasta scala e gli Stati Uniti non hanno ritenuto avvalersene (23): almeno non in termini di partecipazione militare, sebbene sì con numerose altre misure di appoggio strategico (24). L’obiettivo era globale, non specifico sul terreno, certo non in Afghanistan, ove l’azione bellica è stata vinta dagli americani quasi da soli. Difficilmente contro altri potenziali focolai terroristici: ad esempio in Iran o in Siria? La Nato quindi è fuori giuoco nel tipo di conflitto attuale contro un nemico incerto e con obiettivi di azione preventiva o preemptive (come nei confronti dell’Iraq). Ma proprio in vista di questo nemico globale le differenze fra Europa e Stati Uniti si accentuano e si riflettono all’interno della Nato, e non da oggi (25). «Non possiamo più pretendere che europei e americani abbiano una comune visione del mondo» (26). Ed eccole queste divergenze legate all’attualità post 11 settembre (27). Vi è una differenza di valori nel modo stesso di interpretare il senso della libertà, che in America ha uno speciale valore per gli individui pronti, per difenderla, ad abbracciare la causa della guerra giusta (28), affrontandone rischi e costi, non solo economici. Vogliono rispondere alla domanda retorica posta da Bush all’indomani dell’11 settembre: «Perché ci odiano?». L’americano medio, che fa l’opinione pubblica, ha «perso la sua innocenza» (29) e non esita a impegnarsi. Aggiungasi l’enorme disparità nelle capacità militari appena mascherata dall’Identità europea di difesa o dalla Forza Rapida d’intervento istituita a Helsinki nel dicembre 1999, tuttora non operativa. Come ha riconosciuto il segretario generale della Nato Robertson vi è una valutazione non coincidente circa le reazioni in tema di sicurezza. Il multilateralismo americano, qualora operativo, rimane strumentale e può essere abbandonato a favore di una grand strategy of primacy (30). Di qui un diverso apprezzamento del ruolo delle istituzioni internazionali, a cominciare dall’Onu, e la convinzione che la politica degli accordi poco serva, in quanto, come per l’Abm o il Tnp, non sono cogenti per gli Stati irresponsabili o «canaglia»: il recentissimo caso Nord-coreano lo corroborerebbe.
Quindi l’asserita responsabilità globale contro un nemico sicuramente comune non riesce a suscitare un’unità di intenti, di cui la Nato dovrebbe o potrebbe essere la punta di lancia. Europa e Stati Uniti, i due attori principali dell’Alleanza atlantica, riescono a condividere l’identificazione del pericolo del terrorismo internazionale, ma non coincidono allorché si tratti di decidere quale debba essere il sistema internazionale, nel cui ambito combatterlo. Gli Stati Uniti, forti della loro attuale supremazia in tutti i settori e convinti di avere la giustizia e la verità dalla propria parte in quanto personificate dagli Stati Uniti stessi, ritengono di dover agire nell’interesse generale: una convinzione non solo di Bush ma anche della Albright nell’amministrazione Clinton. Quindi non è cosa nuova, anche se ora risalta con maggiore evidenza. I Paesi europei membri della Nato, e ancor più di una Nato allargata a mentalità e tradizioni diverse e non amalgamate da cinquant’anni di vita in comune, preferiscono richiamarsi ai principii consolidati del sistema internazionale o al diritto internazionale, quindi azioni «normali» sulla base di un consenso multilaterale. Invece era convinzione americana sin dal 1997 che la Nato non dovesse attendere l’autorizzazione delle Nazioni Unite né di altre organizzazioni internazionali per adottare misure a difesa dell’area Nord-atlantica. Lo affermava Solana quale segretario generale della Nato e lo ripete ora il governo Blair per la Gran Bretagna. Da un lato dunque determinazione e coraggio degli Stati Uniti di perseguire i proprii fini, mentre inclinazione per il compromesso o per la cautela, sino alla riluttanza, da parte dei soci europei. Nei sentimenti delle opinioni pubbliche europee, di sinistra o del mondo cattolico, si nota un curioso strabismo: si condanna la guerra, ma non il riarmo o il possesso di eventuali armi di distruzione di massa o addirittura nucleari. La pace è un bene da conquistare se necessario mediante l’uso della forza per raggiungere i fini di una stabilità, che induca appunto alla pace. Agli occhi americani credere nella pace come un bene che si ottiene con il non fare è una illusione. Infine, la riaffermata volontà americana di dar corso al processo della difesa antimissilistica nei termini assai diversi da quella dell’abbandonata Sdi. Renderebbe un sistema di difesa antimissilistica la Nato obsoleta? Si potrebbe rispondere negativamente in quanto la Nato deve funzionare sul terreno e quindi svolge una funzione diversa e non surrogabile.
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Nonostante queste discrasie all’interno, la Nato, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Se oggi non ci fosse sarebbe ben difficile metterla in piedi. Tuttavia pensare a una grande efficacia della Nato forse ha scarso fondamento. Per questo invocare una responsabilità globale della Nato nei termini descritti dalla dichiarazione di Praga, pur così ampia (e prolissa come sempre) e convincente, lascia adito a perplessità. La Nato continua a esercitare una funzione insostituibile, necessaria, utile proprio per la stabilità e per una pacifica convivenza e non può essere sostituita dall’Europa nella sua velleità di organizzazione di una Forza Rapida d’Intervento. Richiamiamone in sintesi le motivazioni:
- assicura la presenza degli Stati Uniti in Europa e obbliga gli Stati Uniti a considerare loro interesse tenere conto delle opinioni della Nato, poiché senza di essa la presenza americana in Europa non sarebbe oggi concepibile;
- promuove la coesione fra i Paesi membri e li associa a un obiettivo comune di stabilità e di pace e al rispetto reciproco di taluni principii fondamentali (in passato influenza su Spagna e Portogallo e oggi sulla Turchia);
- rappresenta l’unico vero vincolo a una eccessiva libertà d’azione degli Stati Uniti, i quali possono talvolta considerare di scarsa rilevanza effettiva la Nato, ma non possono prescinderne nella sua valenza politica. La Nato può così esercitare un freno alla primazia americana, non da contestare, bensì da contenere contro le tentazioni di una eccessiva potenza isolata degli Stati Uniti (31);
- impone una comune dottrina militare, anche circa l’uso dei sistemi d’arma e del potenziale nucleare;
- influisce potentemente sul processo di unità europea nel settore del cosiddetto secondo pilastro di Maastricht.
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Senza lanciarsi in previsioni per il decennio a venire (32) accontentiamoci di rilevare che l’Europa nel 2003-05 è destinata a essere diversa e ancora incerta nei suoi contorni. La contemporaneità fra l’allargamento della Nato a Praga e dell’Ue a Copenaghen «cambia il paesaggio dell’Europa» (Solana). L’Ue allargata sarà diversa ed è illusione pensare che una Carta costituzionale possa essere di freno al perdurante peso delle diversità, molto più profonde di quanto l’idealismo europeista presupponga. La Nato rimane invece un punto di riferimento e di certezze, forte del successo dei suoi cinquant’anni di vita, un periodo lunghissimo e non superato da alcuna altra alleanza nella storia. I suoi compiti non potranno essere solo umanitari o di esportazione di stabilità. Questo lo ha già fatto con successo e l’allargamento è un evento assolutamente positivo in quanto nel continente non vi sono più motivi di contrasto di natura tale da portare al conflitto non conciliabile con la diplomazia. Al di fuori della stabilità europea la diplomazia potrà essere esercitata con la cautela e la ritrosia tradizionale dall’Ue, se ne avrà la forza. Alla Nato spetterà soprattutto il «bastone» della capacità di intervento militare. Curiosamente il suo successo politico, coronato dall’allargamento, non esaurisce la capacità di dialogo della Nato, bensì ne accresce la sua rilevanza militare. È presente soprattutto la consapevolezza del suo «partenariato vitale fra Europa e Nord-America» con due possibili risultati: o essere il foro del partenariato politico transatlantico o l’organizzazione di sicurezza del continente europeo. A tal secondo fine potrà avvalersi dell’Osce per il collegamento con i Paesi ancora fuori del contesto Nato e del collegamento con l’Ue, come la presenza di Bush al Consiglio europeo di Gotheborg del giugno 2001 ha voluto significare (prima degli eventi dell’11 settembre). Ne scaturisce pertanto un sistema di sicurezza europeo, per la prima volta nella storia del continente (33).
La Nato assicurerà dunque ancora - come sino a ora - la sicurezza europea ed è un incarico importante, che saprà assolvere molto bene. Ma dovrà anche proiettarsi in tutto il mondo, al di là delle sue competenze territoriali per quanto più estese, a vantaggio dell’Europa tutta. Si potrebbe forse concordare nel dire che la Nato se non opera out of area corre il rischio di finire out of business (34)? La Nato potrà dunque divenire il braccio armato dell’Europa nel mondo con una valenza globale per sostenere il soft power della diplomazia in contrappunto con lo hard power degli Stati Uniti (35)? Nel suo ruolo globale e non più territoriale per contrastare un nemico, la Nato dovrà migliorare le sue capacità sulla scia di quanto deciso sin dal 1999 in tema di Defence Capabilities Initiative. Non tutti i Paesi europei sembrano d’accordo nell’affidare alla Nato questo più vasto potere. Il collegamento con le iniziative europee diventerà quindi un fatto cruciale, anche per evitare doppioni (36). Cruciale se si pone mente a talune iniziative di costituzione di un’Unione europea per la difesa e la sicurezza come ventilato dal documento franco-tedesco del 22 novembre da riversare nel seno della Convenzione per una Carta costituzionale europea.
Dunque dalla globalità della sicurezza discendono la sicurezza verso l’esterno (l’inafferrabile terrorismo internazionale) e la sicurezza verso l’interno (il terrorismo di casa altrettanto pericoloso) in un collegamento delicato fra politica estera e politica interna. Un complesso scenario nuovo, che va considerato con attenzione: esige coordinamento interno, esige un rapporto continuativo con la Russia, esige collaborazione con altre organizzazioni «civili» europee come l’Osce. Impone una relazione altrettanto complessa con gli Stati Uniti, senza i quali la Nato non potrebbe pienamente operare, ma altrettanto con la futura dimensione europea di difesa, aspirazione dell’Europa, che non potrebbe essere quello che vorrebbe senza un suo autonomo potere di difesa (37).
La nuova strategia approvata a Praga con i corollari importanti della capacità di difesa, con l’adozione di tecnologia avanzate e con l’auspicio di un maggior impegno finanziario, ne è il presupposto. Avranno gli europei la forza e il coraggio di muoversi con coerenza e con realismo e con il necessario impegno finanziario verso questi obiettivi (38)? Ma il realismo impone di non sottovalutare il clima dell’Europa di oggi. Sembra ripiegata su se stessa e impigliata nella discussione interna, alquanto sterile, sulle riforme di ingegneria costituzionale, invece di trovare in sé la forza morale per affrontare una prospettiva del dopo-dopo-guerra fredda, in cui occorre condividere responsabilità e correre rischi. Trapelano piuttosto indecisioni e incapacità di agire. Ha ragion d’essere il timore che la volontà europea nel quadro atlantico sarà pur sempre di difficile attuazione. La risolutezza e il coraggio nel decidere come reagire al pericolo in modo unitario non sembra essere nel profilo di una Europa disincantata, in cui il dubbio prevale sulle certezze, lo scetticismo sulla disponibilità ad assumere rischi, l’interesse immediato sulla visione del futuro, la tranquillità oggi invece della pace domani, da conquistare.


Note
) C.A.Wallander, Nato’s price, in Foreign Affairs, 2002/6, p. 2; 2) Per un ampio ventaglio di considerazioni cfr. M. de Leonardis (a cura di), La nuova Nato: i membri, le strutture, i compiti, Bologna, Il Mulino, 2001; 3) M. de Leonardis, Europa-Stati Uniti: un Atlantico più largo?, Milano Franco Angeli, 2001; 4) M. Albright, Statement before the Senate Foreign Relations Committee, 7 ottobre 1997; 5) C. Coker, Globalisation and Insecurity in the Twenty-first Century, London, Adelphi paper 2002/345, p. 71; 6) Sulla politica di Clinton R. Menotti, The Us Policy on Nato Enlargement in CeSPI, The Two Enlargements and Transatlantic Relations, Rome, 1997; 7) Analisi puntuale in J. Rosner, Nato Enlargement American Hurdle, in Foreign Affairs, 1996/4, p. 9 segg.; cfr, anche Nato, Study on Nato Enlargement, 1995; 8) C. Jean, Guerra, strategia e sicurezza, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 5; 9) A. Carter-J. Deutsch-P. Zelikow, Catastrophic Terrorism in Foreign Affairs, 1998/6, p. 80 segg.; 10) O. Antonenko, Russia, Nato and European Security after Kosovo, in Survival, 41/4, Winter 1999-2000, p. 124 segg.; E. R. Dannreuther, Escaping the Enlargement Trap on Nato-Russia Relations, in ibid, p. 145 segg.; 11) Camera dei deputati, III Comm. Perm., 14 gennaio 1997 in Dossier Missioni di Studio, 1997/11, p. 28; cfr. P. H. Gordon, Nato After 11 September, in Survival, 43/4, Winter 2001, p. 97; 12) F. Venturini, Pratica di storia, in Corriere della Sera, 28 maggio 2002; P. Paola Pansa Cedronio, Russia e Occidente, Lettera diplomatica 2002/868; H. Bacia, Die Geburt einer Allianz in der Allianz, in Frankfurter Allgemeine, 29 maggio 2002; 13) Il che non è senza rischi: E. Galli della Loggia, La frattura invisibile, in Corriere della Sera, 20 maggio 2002; 14) J. Solana, Die Nato und Russland: eine echte Partnerschaft, in Frankfurter Allgemeine 28 maggio 1997, p. 3; anche J. Vinocur, Russia, Oldest Nato foe, becomes limited partner, in International Herald Tribune, 29 maggio 2002; 15) T. Malinowski, Beware, Moscow could contaminate Nato, in International Herald Tribune, 23 maggio 2002; 16) V. Tretjakov, Russia ed Europa oggi e fra dieci anni, in Limes, 2002/1, p. 123 segg.; L. V.Ferraris, Un’Europa sino a Vladivostock? in Affari Esteri, 2000/127, p. 515 segg.; 17) K-H. Kamp, Das neue strategische Konzept der Nato, Konrad-Adenuaer Stiftung, Arbeitspapier, 1998, p. 12; S. J. Blank (ed), Nato after enlargement, London, Strategic Studies Institute, 1999; 18) A. Pedone, La Nato e il peacekeeping, in M. De Leonardis, op. cit.; 19) S. Larrabee-J. Green-I. O. Lesser-M. Zanini, Nato’s Mediterranean Initiative, Santa Monica, Rand, 1998; 20) C. Jean, La guerra contro il terrorismo, in Affari Esteri, 2002/135, p. 485 segg.; 21) A. Pradetto, Funktionen militärischer Konfliktregelung durch die Nato, in Aus Politik und Zeitgeschichte, 2002/24, p. 23 segg.; 22) M. Comelli, I rapporti fra la Nato e l’Unione Europea, in Affari Esteri 2002(137), p. 53 segg.; 23) E. O. Czempiel, Weltpolitik im Umbruch, München, Beck, 2002, p. 138 segg.; 24) P. H. Gordon, in op.cit, p. 91 segg.; 25) M. de Leonardis, op. cit., p. 89 segg.; 26) R. Kagan, Power and Weakness in Policy Review, 2002/113; 27) P. Rudolph, Die Usa und die transatlantischen Beziehungen, in Aus Politik und Zeitgeschichte, 2002/25; 28) Particolarmente eloquente il discorso di Bush al Bundestag a Berlino il 24 maggio 2002; 29) W. Davis, For a global declaration of interdependence, in International Herald Tribune, 6 luglio 2002; 30) G. J. Ikenberry, America’s Imperial Ambition in Foreign Affairs, 2002/5, p. 44 segg.; 31) J. S. Nye, Il paradosso del potere americano, Torino, Einaudi, 2002; C. A. Kupchan, The End of the American Era, New York, Knopf, 2002; G. J. Ikenberry (ed.), America unrivaled, Ithaca, Cornell University Press, 2002; 32) M. Ruehle, Immaginare la Nato nel 2001, in Rivista della Nato, 2001/3 p. 18 segg.; 33) L’idea di un sistema di sicurezza europeo era in realtà di origine russa (sin dal 1805) e poi sovietica anche nell’ambito iniziale della Csce e invece ora è in fieri in sede Osce prima e ora Nato: vedi N. H. Petersen, Verso un modello di sicurezza europea per il XXI secolo in Rivista della Nato, 1997/9-10, p. 4 segg.; 34) M. Mathiopoulos, The Usa and Europa as Global Players, in Aussenpolitik, 1998/2, p. 45; 35) F. Heisbourg, New Nato, new Europe, Paper, the Fiftieth Anniversary of the Atlantic Alliance, Rome, 25 gennaio 1999; 36) M. Albright, L’Europa e gli Stati Uniti obbligati alla cooperazione, in la Repubblica, 6 giugno 2001; 37) L. V. Ferraris, La sicurezzza dovere della politica europea in Affari Esteri, 2002/136, p. 742 segg; 38) Ad es. M. Hirsch, Per gli americani gli europei sono smidollati, in Limes 2002/3, p. 69 segg.

 

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