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La strana Ditta Chirac-no global

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003

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Non distinguere. Ogni volta che si è di fronte a una scelta decisiva, torna puntuale il vizio dell’Europa di confondere i valori. Con il risultato di scombinarne la scala, sottolineandone alcuni e considerandone relativi altri. La pace? Una categoria dell’assoluto. La democrazia? Viene dopo. E come minimo non si esporta né si impone, soprattutto in una fase in cui è in regressione, anzi è in crisi, come si discute dall’11 settembre in poi. La legalità internazionale? Un totem, anche se è difficile darle dei contenuti. Il diritto di ingerenza? Un arbitrio del più forte, un atto imperiale. Il benessere? Un privilegio, anche se lo si consuma quotidianamente e lo si rivendica. La povertà nel mondo? Il riflesso dalla ricchezza dell’Occidente. Il terrorismo internazionale? Una minaccia da cui difendersi ma senza considerare decisivo l’uso della forza, il frutto avvelenato dei «giacimenti di odio»… C’è una linea di confine che il vecchio continente si trascina dal secolo scorso e che stenta a superare, nella sua cultura e in parte nella sua politica. Molte pagine importanti sono state scritte sulle abdicazioni che portarono alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Si possono leggere altre pagine, ugualmente importanti, sui prezzi pagati con la difesa dello status quo di Yalta e sulla solitudine del «dissenso» nei Paesi dell’Est, fino alla vigilia del 1989. Oggi, mentre viviamo una stagione in cui lo spirito della rinuncia sembra egemonico, le voci della critica paiono marginali, minoritarie, spesso inascoltate. Il nuovo nichilismo, per ripetere la categoria coniata da André Glucksmann, si incunea lungo i larghi canali del relativismo culturale, dell’anti-americanismo, della contestazione dello sviluppo. Viene da chiedersi se la democrazia o, meglio, se il lungo e tormentato processo di democratizzazione seguito al 1945 sia vissuto come una colpa dell’Occidente e non come un merito. E se non sia proprio la democrazia, così come è oggi, a esser vista come il punto di origine degli squilibri mondiali. Una visione, questa, che è esplicita tra i no-global e che è sotterranea in gran parte della sinistra e non solo. La contestazione dell’unilateralismo americano, l’invocazione di una legalità internazionale contrapposta all’interventismo, il rifiuto dello scontro con il fondamentalismo islamico, la visione catastrofista della difesa dell’ambiente, lo strabismo nella difesa dei diritti umani, la concentrazione della critica sugli effetti negativi dello sviluppo sono i grandi temi della discussione - e anche dell’iniziativa politica di una parte dell’Europa - che ha spaccato letteralmente in due l’Occidente. È la spaccatura tra una cultura della responsabilità, fino al ricorso allo strumento della guerra, e una cultura della rinuncia, mascherata dalla formula che «un mondo migliore è possibile», che è il motto di una strana ditta che va dai no-global, al pacifismo e che coinvolge perfino Jacques Chirac. Questa strana ditta rappresenta l’ultima ed estrema variante del vecchio senso di colpa europeo - l’essere occidentali - su cui nelle pagine che seguono scrivono Sergio Ricossa, Emanuele Severino, Ernst Nolte e Pietro Gheddo. Un senso di colpa di cui proprio il pacifismo è la manifestazione che abbiamo oggi sotto gli occhi.

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La seconda super-potenza mondiale. La nascita del popolo europeo. La no-war generation. Le formule abbondano e a ciascuna di esse corrisponde la visione di chi l’ha coniata. Il New York Times, riflettendo la cultura americana, guarda all’equilibrio fra i grandi poteri planetari, in particolare al rapporto tra opinione pubblica e governi. Al di qua dell’Atlantico, a ogni passaggio critico, c’è la ricerca affannosa dei tratti di una possibile identità comune, con l’illusione di poter surrogare la mancanza di una politica e di scavalcare le divisioni. Nelle sinistre, uscite a pezzi dal decennio «rosa» della loro egemonia sull’Occidente e scottate dall’esperienza di governo, si insegue ogni fenomeno di rottura, poco importa che sconfini nella new-age. Ma, in realtà, il pacifismo è ancora in gran parte un oggetto misterioso. Lo si vede e lo si sente. Si intuisce, qui in Italia, che è il concorso di un’infinità di scelte, di visioni e anche di emozioni: mescolati insieme, nei cortei, si segnalano i ragazzi delle organizzazioni cattoliche, si mostrano gli attivisti delle sigle del volontariato, c’è la presenza militante, inquadrata dei sindacati, in primo luogo della Cgil, ci sono le insegne di partiti come Rifondazione, i Ds, la Margherita, i Verdi con i loro iscritti, si impone l’arcipelago dell’estremismo con i suoi simboli di «disobbedienza». Frammenti di immagini che dicono qualcosa non solo del presente, ma anche del suo passato. Così si intuisce facilmente che la bandiera con i colori dell’arcobaleno ha una forte capacità inclusiva. Certamente grazie a due vuoti che si sono aperti. Uno è stato lasciato dalla mancanza di quella mediazione politica che per tanto tempo ha svolto la Dc e che oggi consente forme di più diretta presenza pubblica della Chiesa e del mondo che vi si riferisce. L’altro vuoto è quello lasciato dai cocci del 1989, la svolta che non ha segnato solo la fine del comunismo ma che ha anche messo a nudo l’esaurimento dell’esperienza storica delle socialdemocrazie. Su questi larghi spazi l’arcobaleno è diventato una forma di supplenza e, nello stesso tempo, un simbolo. Un simbolo che si sovrappone alla fiammata no-global, segnata dall’esasperazione dell’ideologia e da un’impronta movimentista, destinata a restare per sempre nei recinti dell’opposizione. Un simbolo che pesa, che nutre non solo la politica, ma anche le coscienze e che a sua volta ne è alimentato. Ma nessuno sa immaginare cosa sarà in futuro, cosa ne resterà, quanto conterà. È un fenomeno contingente? Troverà una forma di aggregazione? Diventerà un soggetto permanente? O i mille rivoli da cui proviene torneranno a separarsi? L’esito dello scontro sul fronte occidentale di Iraqi freedom ruota attorno a questi interrogativi. Certo, molto dipenderà dalla natura della seconda guerra del Golfo e dal suo esito finale. Il richiamo alla pace come «valore supremo» - cioè l’utopia - può venire temperato da un corso degli avvenimenti capace di mostrare che il punto di arrivo dell’uso della forza è costituito dalla democrazia e dalla libertà - cioè la possibile realtà. È già successo: durante Desert storm ci furono i primi, incompiuti segnali del fenomeno esploso ora, con questo ritrovarsi insieme di sinistra, mondo cattolico, universo giovanile, con in più gli «irregolari» di allora, ma svanirono una volta liberato il Kuwait e cessate le ostilità. Fu una fiammata che non lasciò traccia: anzi alla luce di una storia che ci dice che quella guerra, sotto l’egida dell’Onu, si concluse lasciando in sella Saddam Hussein, probabilmente l’unico sconfitto fu il pacifismo occidentale.

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Che lo si chiami seconda super-potenza mondiale, nascita del popolo europeo o no-war generation, in realtà di questo movimento qualcosa sappiamo. Sappiamo ad esempio che sarebbe meglio parlarne al plurale. Oggi, infatti, si incontrano più pacifismi. È in primo piano quello militante, cominciando dal nuovo passo in avanti compiuto dai no-global, nella loro marcia verso la composizione della «terza sinistra», la nuova frontiera ideologica che segue l’esaurimento delle socialdemocrazie e del comunismo. Il suo bersaglio dichiarato è l’attuale ordine mondiale, la sua analisi politica parte dal presupposto di un pianeta devastato dalla globalizzazione, la sua visione è segnata dal catastrofismo ambientalista e sociale. Il suo profilo - definito anche dalle violenze che hanno segnato la sua apparizione - resta sostanzialmente quello di un movimento «contro». Esprime cioè un condensato di anti-americanismo. Anti-americanismo nel senso della contrapposizione all’America che c’è, a chi la governa, alla sua politica, al modello che esprime e soprattutto all’America unica super-potenza rimasta e, quindi, al suo obbligato (dal punto di vista storico) unilateralismo. Anche quella che si può definire la «militanza europea» del movimento coniuga il mito dell’Unione, della sua unità, della sua identità e del suo potere con il suo essere «contro». L’Atlantico non rappresenta solo un fattore di distanza, sottolineato dalla fine dell’Urss, ma diventa un vero e proprio confine di modelli sociali, di visioni della presenza nel mondo, di giudizio sulla democrazia e sul suo futuro. È la sanzione dell’Occidente diviso in due. Nella ormai vasta discussione seguita all’11 settembre, questa divaricazione appare sempre più netta, con l’affiorare di un nazionalismo del vecchio continente che trova la sua ragione - le sfumature sono molte - ora nella distinzione, ora nella separazione, ora nella contrapposizione all’America. È un processo profondo - ha ragione in questo Romano Prodi - molto più profondo di quanto non dica lo scontro di Chirac e Schroeder con Bush e con Blair. Non sono solo la politica, la percezione degli interessi nazionali e la rivalità tra Stati all’origine della separazione. C’è molto di più: l’alleanza uscita dalla seconda guerra mondiale e durata lungo i decenni del bipolarismo Usa-Urss è entrata in crisi sulla percezione dei valori.
Anche l’altra gamba del pacifismo militante è espressione di questa rottura. Il mondo cattolico, sull’onda degli ultimi messaggi lanciati da Giovanni Paolo II, e il “partito del volontariato” si presentano ormai in modo esplicito come dei soggetti «contro», spesso con argomenti molto simili. Nella critica alla società del benessere, nel dilagare del relativismo culturale, nella sottolineatura dell’attenzione a un’idea di legalità internazionale ancorata all’etica e non ai rapporti di forza esistenti e alle scelte per risolvere le grandi controversie, cioè all’utopia e non alla concretezza delle politiche, c’è il nucleo di un pensiero apertamente antagonista rispetto al principale polo del potere mondiale. Dal terremoto dell’ultimo decennio è uscita cambiata la stessa gerarchia dei valori: la pace sopra di tutto, poi la giustizia sociale, la solidarietà con gli ultimi, il vincolo dell’accettazione del «diverso», un assetto economico finalizzato all’eguaglianza, la difesa dei diritti umani e, solo alla fine, la democrazia. Se questi sono i tratti prevalenti della militanza sotto l’arcobaleno, la pluralità delle origini e delle motivazioni finisce con lo sfumare nella composizione di una sorta di fronte tenuto insieme da una parola-chiave: contro. Si è ben oltre la constatazione degli sviluppi dettati dalla politica negli ultimi anni. Chi si chiede perché il giorno dell’attacco alle Twin Towers ci siamo sentiti tutti americani e oggi l’anti-americanismo è un sentimento che in Europa appare prevalente, non può limitarsi alla risposta consueta, cioè all’ostilità crescente nei confronti dell’unilateralismo impersonato oggi da Bush. Questo è solo un dato contingente. Anzi, l’11 settembre ha rappresentato una breve parentesi di una divaricazione in atto da tempo. Una costante della storia, rimossa dopo il 1945, ma sopravvissuta nei fiumi carsici dell’identità europea.

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Un lontano ricordo personale, quando il pacifismo si mostrò in Italia. Era il 1961 e Aldo Capitini organizzò la prima marcia da Perugia ad Assisi. Che volto aveva? Non c’erano bandiere di partito, non c’erano cartelli contro il presidente americano o il presidente del Consiglio italiano, non emergeva l’idea della protesta contro un nemico. Non era a sostegno di un blocco contro l’altro. Eppure era un mondo pericolosamente diviso in due, con fronti contrapposti ideologicamente compatti, con guerre aperte o striscianti, che si chiamassero rivoluzioni, interventi imperialisti o repressioni. Era, a ripensarci oggi il mondo della «somma zero». Che significava, detto in poche parole, che ogni atto era giustificato dall’atto dell’avversario. Alla repressione del ’56 in Ungheria - che allora pesava ancora molto - veniva opposto l’intervento anglo-francese a Suez, dopo la nazionalizzazione del Canale. Alla mancanza di libertà nei Paesi comunisti si rispondeva con l’argomento della segregazione razziale in America. Chi parlava della durezza del regime nella Germania dell’Est si sentiva replicare con i promemoria della repressione franchista in Spagna. Il colonialismo, ormai giunto al tramonto, era la chiave con cui si spiegava l’esplosione del Terzo mondo. Le bombe atomiche sovietiche erano funzionali alle bombe atomiche americane e viceversa. La parola pacifismo rappresentò allora il tentativo di spezzare questa spirale, nella quale ognuno trovava la conferma delle proprie idee. Era un’alternativa al bipolarismo culturale e politico. E non fu per caso che a quella prima marcia in Umbria per molti anni non ne seguirono altre. Non c’era spazio per chi non sceglieva avversari, per chi non si schierava, per chi aveva della pace un’idea un po’ più complessa della pura e semplice contrapposizione alla guerra. Era stato l’opposto di quanto avvenne poco dopo.

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Fra i tanti pacifismi raccolti sotto l’arcobaleno o registrati dai sondaggi di opinione, ce n’è certamente uno che non ha pregiudizi, che non è «contro», che si ritroverebbe a proprio agio nella prima marcia organizzata da Aldo Capitini. È quello di coscienza, diffusissimo nell’opinione pubblica. Rappresenta una contrarietà alla guerra e alla violenza. È un’opinione, individuale, il più delle volte senza espressione pubblica. Non è prigioniero dell’ideologia e ha probabilmente determinato l’altissima percentuale di contrari all’operazione Iraqi freedom registrata in questi mesi. Non ha però voce. È assegnato d’ufficio all’egemonia politico-culturale impressa dal movimento di piazza e dall’opposizione parlamentare. Con il paradosso di sentire ora i capi dei no-global Casarini e Caruso, ora D’Alema dire di essere i rappresentanti della maggioranza degli italiani. Questo è il risultato di un eccesso di semplificazione mediatica, ma anche di una vera e propria distorsione della realtà. Oltre a essere la dimostrazione che l’antinomia pace-guerra non è automaticamente traducibile in appartenenza politica. Ma questo è un altro discorso.

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Un’altra semplificazione intenzionale e arbitraria iscrive sotto la voce pacifismo anche la lunga stagione della protesta contro il conflitto in Indocina. Intenzionale perché rappresenta il tentativo di evocare uno dei fenomeni più rilevanti e duraturi espressi tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo: «la generazione del Vietnam». Arbitraria perché in Europa quel movimento, così esteso e duraturo, fu una scelta esplicita di schieramento non solo contro la politica americana - i presidenti, come noto, furono democratici e repubblicani, Kennedy, Johnson e Nixon - ma più complessivamente contro un modello, un sistema, contro la categoria dell’imperialismo. Negli Stati Uniti, dove oltretutto era stata introdotta la leva obbligatoria, il movimento ebbe caratteristiche più complesse ed esprimeva il rifiuto della politica del proprio governo, nel resto dell’Occidente rappresentò una vera e propria militanza ideologica. L’etichetta pacifista era rifiutata esplicitamente e implicitamente. Del resto i simboli erano i grandi nomi delle rivoluzioni, da Mao a Ho Chi Minh, da Giap a Che Guevara. Di più: vi era anche, anzi in certi momenti fu predominante, la contestazione della coesistenza e del dialogo fra i due blocchi, l’impronta culturale era quella dell’avversione al capitalismo, inteso rigidamente come un sistema compiuto. All’errore americano - quella fu l’unica guerra persa - corrispose una radicalizzazione, che in gran parte coincise con lo spirito del Sessantotto. «La generazione del Vietnam» non fu in nulla pacifista. Non aveva nella sua agenda la difesa dei diritti umani. Non si accorse neppure della tragedia cambogiana, confondeva la difesa della libertà dei popoli con la libertà degli individui.

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Qui sta l’altra chiave possibile di lettura di questo richiamo alla storia di trent’anni fa. Nell’ultima fiammata planetaria di «internazionalismo proletario», la contestazione del «modello occidentale» era esplicita. Era agevolata dalla difficoltà di capire come l’America potesse impegnarsi in un conflitto così sanguinoso nel nome di valori come la democrazia e la libertà in una stagione in cui in Occidente quegli stessi valori non si erano affermati, in molti casi neanche nelle loro forme primarie. Ma oggi, nel momento in cui questo velo non esiste più, l’unica spiegazione dell’assimilazione della no-war generation alla «generazione del Vietnam» sta nella riproduzione di una contestazione, non dichiarata, non del mondo unipolare uscito dal 1989, ma dei suoi contenuti. È credibile che il movimento arcobaleno, tranne qualche rara eccezione, non abbia tra le sue intenzioni la difesa del regime di Saddam Hussein - sarebbe una contraddizione irrisolvibile. Ma che sia quel regime, che sia Tareq Aziz, che siano i suoi alleati, cioè i fondamentalisti islamici, a vedere dichiaratamente nel pacifismo un supporto non è rivelatore di un’astuzia tattica, ma propone un argomento in più di riflessione sulle ambiguità culturali di un fenomeno di militanza che ha esorcizzato il dilemma democrazia-non democrazia. E che lo ha fatto sottolinando le ragioni etiche di una scelta e sottovalutando quelle politiche. Il pacifismo come nuova forma dell’anti-politica? Se ne sta discutendo molto. Probabilmente in parte lo è, quando è alimentato da un rifiuto di coscienza, e in parte non lo è, visto che in questa primavera del 2003 è diventato il punto terminale - in attesa di uno nuovo - della lunga e inesauribile crisi di identità delle sinistre occidentali, di una parte dell’Europa, di zone importanti della cultura cattolica. Ma di sicuro non lo è nel momento in cui dà forma a quell’ideologia che vede non nei limiti della democrazia occidentale, ma nella sua essenza tutta la colpa di un mondo peggiore.

 

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