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Ma la guerra del '91 era più credibile

LIBERAL BIMESTRALE
di Nadia Arbatova
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Volgendo lo sguardo indietro di undici anni si può con certezza discernere l’esistenza di una differenza fondamentale tra la situazione pre-bellica nel Golfo del 1991 e quella odierna. L’aggressione irachena ai danni del Kuwait aveva fornito allora all’intervento militare statunitense una base di legalità molto forte, poiché questo veniva percepito come la difesa di un principio universale, piuttosto che degli interessi nazionali americani. Al tempo della guerra del Golfo il presidente Bush aveva proclamato che non stava difendendo le vitali forniture di petrolio, bensì contrastando il principio dell’aggressione. Come scrisse Henry Kissinger nel suo Diplomazia, «in questo secolo l’America è scesa in guerra - dalla prima guerra mondiale alla guerra del Golfo Persico del 1991- soprattutto per quello che percepiva come un obbligo morale di resistere alle aggressioni e all’ingiustizia in quanto garante della sicurezza collettiva». Nella guerra del Golfo del 1991, le Nazioni Unite ratificarono le azioni americane, che erano supportate da una larga coalizione internazionale e dalle sue forze militari. La partnership euro-atlantica, come era comprensibile, venne impiegata nel Golfo, e i contingenti non americani più rilevanti furono britannici e francesi. L’invasione irachena del Kuwait assicurò agli americani il sostegno di un gruppo di Paesi islamici. L’Arabia Saudita contribuì alla guerra di liberazione del Kuwait permettendo l’accesso alle strutture - necessarie alle forze della coalizione - che erano situate sul territorio saudita, contribuendo alla leadership generale e guidando il segmento arabo della coalizione, e organizzando il sostegno arabo e islamico alla causa. Persino la Turchia dovette abbandonare la sua tradizionale neutralità nei confronti dei conflitti mediorientali, e allearsi con la coalizione occidentale. All’interno degli Stati Uniti esisteva una visione chiara dello scopo della guerra, e di conseguenza una consapevolezza generale della possibilità di perdite, elemento importante ai fini della decisione di andare in guerra. «Un Paese non dovrebbe mandare mezzo milione dei suoi giovani in un continente lontano, né rischiare la sua posizione internazionale e la coesione interna, se non qualora i suoi leader siano in grado di spiegare i loro obiettivi politici e di offrire una strategia realistica per raggiungerli, come ha fatto il presidente Bush… nella guerra del Golfo». In sintesi, l’intervento militare americano durante la prima guerra del Golfo aveva una base solida, obiettivi politici riconosciuti unanimemente, una strategia realistica e un sostegno internazionale vasto.

Perché l’Iraq?
Gli Stati Uniti, senza alcun dubbio, vogliono liberarsi di Saddam Hussein con ogni mezzo. Allo stesso tempo, non esistono prove che Saddam Hussein fosse coinvolto negli attentati dell’11 settembre, e probabilmente non lo fu. La National Security Strategy del 2002 del presidente Bush ha elevato la guerra preventiva contro gli Stati-canaglia e i terroristi a dottrina ufficiale. Il presidente George W. Bush ha ammonito il mondo che gli Stati Uniti non staranno a guardare mentre i regimi più pericolosi della terra sviluppano le più devastanti armi esistenti nel mondo. A differenza della prima guerra del Golfo, in cui la colpevolezza dell’Iraq era scontata, la posizione attuale degli Usa si basa sull’assunto «immaginate soltanto cosa accadrebbe se Saddam riuscisse a fornire ai terroristi armi biologiche o nucleari!». Con tutto il disprezzo per il leader iracheno, questa posizione non può giustificare appieno l’intervento militare americano. La lista dei passati crimini di Saddam fornita dagli Stati Uniti è davvero impressionante: «Saddam è una minaccia, è colui che ha ordinato l’invasione di molti Stati vicini, ucciso migliaia di kurdi e iraniani col gas letale, trasformato il suo Paese in un brutale Stato di polizia e dimostrato un appetito insaziabile per le armi di distruzione di massa. Sta attualmente finanziando i terroristi palestinesi che attaccano i civili israeliani, e cerca di sabotare le forniture mondiali di petrolio. Quasi certamente, sta anche perseverando nel tentativo di costruire armi nucleari». Per quanto impressionante, tuttavia, questo elenco non può comunque giustificare un intervento militare americano. Saddam non è l’unico tiranno al mondo, non è l’unico che appoggia il terrorismo (lo stesso si può dire dell’alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita) e se, «quasi certamente», sta cercando di sviluppare armi nucleari, ci sono Paesi che lo hanno già fatto. Sotto questo profilo la Corea del Nord non sta sfidando meno gli interessi americani di quanto faccia l’Iraq, ma vendicarsi sulla Corea del Nord è molto più difficile e costoso, perché toccherebbe gli interessi di Cina, Giappone e Corea del Sud. Quali sono le ragioni e gli obiettivi sottesi dalla nuova guerra americana contro l’Iraq? La spiegazione più diffusa, tipica del «marxismo popolare», è che il petrolio iracheno fornirebbe agli Usa la chiave della regione, e romperebbe il monopolio dell’Opec. Se si trattasse soltanto del fattore petrolifero, però, la soluzione più semplice sarebbe «comprare» Saddam e raggiungere un accordo con lui senza rischiare i campi petroliferi in una guerra. A quanto pare, l’impeto verso una nuova offensiva contro l’Iraq è alimentato da una potente miscela di elementi ideologici, geopolitici ed economici propri dell’amministrazione Bush, e persino da motivazioni personali, relative al tentato assassinio dell’ex presidente George Bush, commissionato nel 1993 da Saddam Hussein. In parole semplici, il regime di Saddam Hussein è inaccettabile per definizione agli occhi degli Stati Uniti: Delenda Carthago!. L’amministrazione Bush teme inoltre che se Saddam Hussein venisse spodestato da un colpo di palazzo, il suo regime potrebbe essere sostituito da uno simile, anche se più smussato, mentre un’offensiva guidata dagli Usa offrirebbe una possibilità di «ricostruire» il Paese. Quanto non viene strappato durante il trauma della sconfitta diventa sempre più difficile da ottenere più tardi, una lezione questa che l’America avrebbe dovuto imparare dall’Iraq della fine della guerra del Golfo, nel 1991. C’è in America il sentimento condiviso se non un consenso politico - che spodestare Saddam sarebbe una cosa positiva. Allo stesso tempo, non ne è chiaro l’eventuale costo per gli Usa e ai suoi alleati. Inoltre la rimozione di Saddam avrà un maggior costo e sarà più complicata dell’operazione in Afghanistan. In Iraq non esistono forze terrestri d’opposizione paragonabili all’Alleanza del Nord in Afghanistan. Sarebbe necessaria una cospicua forza d’invasione, ed è estremamente difficile fare una previsione sulle perdite. La società americana accetterà un alto numero di caduti per la ricostruzione dell’Iraq? Terzo, se un’operazione militare in Iraq si rivelerà più lunga del previsto, che ripercussioni avrà sulla situazione regionale? Esiste il timore che «una prolungata guerra potrebbe minare la stabilità regionale, sottoporre a enormi pressioni gli Stati arabi amici e la Turchia, accrescere la minaccia terroristica contro gli Stati Uniti, e devastare i mercati petroliferi. L’elenco delle incognite potrebbe essere allungato ulteriormente, ma a ogni modo è chiaro che gli Usa avranno bisogno di un vasto sostegno internazionale, come accadde per la guerra del Golfo o l’Afghanistan.

La comunità internazionale
A differenza della Guerra del Golfo del 1991, un vasto sostegno internazionale a un attacco preventivo americano contro l’Iraq non esiste. In primo luogo, i membri della cosiddetta «coalizione anti-terrorismo», soprattutto la Russia e gli alleati europei (a eccezione della Gran Bretagna) sono scontenti della politica degli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Dopo gli attentati, che hanno mostrato in modo fin troppo evidente che il peso militare ed economico degli Stati Uniti non è servito a evitarli, era sorta la speranza che il Paese avrebbe abbandonato la sua posizione unilateralista negli affari internazionali. Tuttavia, come risultato del successo nella campagna anti-terrorismo in Afghanistan, gli Stati Uniti sono caduti in uno stato di euforia e arroganza che, come mostra il caso dell’Iraq, può facilmente condurre ad avventate azioni unilaterali contro i cosiddetti Stati-canaglia, a prescindere da un loro diretto coinvolgimento negli attacchi terroristici dell’11 settembre. Contrariamente alle aspettative, la tragedia dell’11 settembre è divenuta un catalizzatore per tendenze - l’unilateralismo e l’arroganza del potere - che avevano iniziato a svilupparsi nella politica estera degli Usa prima di questa data. Politicamente, la Russia e l’Europa, come mai in passato, sono sospinte su posizioni comuni dalla previsione condivisa che le politiche americane contro il «superterrorismo» potrebbero portare a un risultato inatteso e produrre effetti diametralmente opposti. La cooperazione franco-russa nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su una risoluzione che gli Stati Uniti hanno dovuto accettare è stato un grande successo di per sé, anche se questa risoluzione ha soltanto rimandato la guerra, ma non l’ha scongiurata. Questo esempio mostra che quando la Russia e la Francia o l’Unione europea agiscono d’intesa, possono ottenere risultati diplomatici tangibili. E anche se gli Stati Uniti non cambiassero la sostanza della loro politica, almeno sarebbero costretti a cambiarne la forma. In secondo luogo, i singoli membri della comunità internazionale - la Russia, i Paesi dell’Ue, i regimi arabi, la Turchia e persino l’Iran - anche se per ragioni diverse sono però interessati a mantenere lo status-quo nella regione, con un regime iracheno indebolito sotto il controllo internazionale.

La Russia
L’élite politica russa è interessata allo status-quo in Iraq per motivazioni di ordine sia politico che economico. La questione delle armi di distruzione di massa dell’Iraq non è così importante per la Russia come lo è per gli Usa. A dispetto dei superficiali cambiamenti nelle relazioni russo-americane intervenuti dopo la cooperazione in Afghanistan, Mosca è ancora insoddisfatta dell’atteggiamento americano che ignora del tutto gli interessi russi. E se la reazione ufficiale russa al summit di Praga è stata molto civile, questa «bella figura» non inganna nessuno. La vera risposta russa all’espansione della Nato agli Stati Baltici è stato il recente riavvio del progetto russo-iraniano di Busher, tradizionale pomo della discordia nelle relazioni russo-americane. Quanto al «caval donato» che gli Usa stanno offrendo alle compagnie petrolifere russe, pochissimi gruppi petroliferi russi credono che i vantaggi assicurati dagli americani siano migliori delle offerte già strappate agli iracheni. Anche coloro che ritengono che oggi esiste un’opportunità per la Russia di aumentare il suo export petrolifero e di stabilizzare il prezzo del petrolio sui mercati internazionali, comprendono che le compagnie russe non hanno risorse sufficienti per il lungo periodo. A dispetto dell’interesse russo al mantenimento dello status-quo, c’è nel Paese la consapevolezza che una nuova guerra nella regione è inevitabile. L’opinione predominante in Russia è che se gli Usa vogliono a tutti i costi questa guerra, dovranno farla da soli e non si dovranno aspettare una ripetizione della facile vittoria conseguita in Afghanistan. In Afghanistan, le operazioni terrestri sono state condotte dall’Alleanza del Nord sotto la guida della Russia e degli Stati Uniti. In Iraq, però, nessuno avrà voglia di fare il lavoro sporco per gli americani. La comunità mondiale non può essere un mero strumento al servizio esclusivo degli interessi americani, perché altri Paesi e istituzioni hanno propri interessi e priorità.

La Turchia e gli Stati arabi
Un Iraq federale e democratico con una regione curda largamente autonoma è un precedente molto negativo agli occhi della Turchia. I turchi temono che qualsiasi unità federale curda irachena, all’indomani di una guerra, sarà la strada verso l’eventuale indipendenza del Kurdistan, che pregiudicherà l’integrità territoriale turca. Per quanto concerne i sauditi, essi non vorrebbero perdere la loro posizione di alleati privilegiati degli Usa nella regione, né amerebbero vedere l’Iraq trasformarsi in una nuova superpotenza petrolifera regionale, scalzando l’Arabia Saudita come fulcro del mercato petrolifero mondiale. Gli Emirati Arabi Uniti temono più l’Iran che l’Iraq. Di conseguenza, preferirebbero preservare l’Iraq (con un ferreo controllo internazionale delle capacità nucleari irachene) come contrappeso all’Iran. La Siria (come l’Iran), che non ama l’immagine di un Iraq armato di ordigni nucleari, è preoccupata per la crescente egemonia americana nella regione, che rinforzerebbe la posizione strategica di Israele nell’area. Tra l’altro, a livello politico interno, nessuno Stato arabo nella regione può permettersi di ignorare l’opinione pubblica, che simpatizza con il popolo iracheno. Il fattore mediorientale gioca un ruolo molto importante nell’atteggiamento dei Paesi arabi nei confronti di un’azione preventiva degli Usa contro l’Iraq. Questo, tanto più che l’opinione pubblica della regione identifica gli interessi degli Stati Uniti con quelli di Israele. Anche il più stretto alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo, il Kuwait, che ha ancora debiti morali nei confronti di Washington, teme che Israele utilizzerà l’invasione americana dell’Iraq per occupare le città palestinesi della Cisgiordania. Col montare della violenza sul fronte israelo-palestinese, anche quei Paesi arabi che non amano Saddam auspicherebbero un potere di deterrenza arabo, pur se nelle mani di Saddam Hussein. In sintesi, nella migliore delle ipotesi un’invasione americana dell’Iraq otterrebbe solo un tiepido sostegno da parte di Paesi arabi amici, che sarebbe radicalmente differente dal favorevole ambiente regionale del 1991. Senza dubbio alcuno, la Cartagine di Saddam può essere distrutta dall’Impero romano di Bush. Ma la storia insegna che Cartagine fu presa solo dopo una lunga, devastante guerra che spossò i romani.

(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)

 

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